La cura
Ciao! Non mi conosci. Lavoravo all’università ed ero una ragazza. Come dici? No, non sono stata una ricercatrice e neanche una docente universitaria anzi, se vogliamo dirla tutta, non ero laureata e (Udite! Udite!) neanche diplomata. Decisi di abbandonare gli studi perché tutte quelle regole non facevano per me. Cosa? Che ci facevo all’università? Ci lavoravo! Lavoravo per una ditta di pulizie. È un lavoro impegnativo ma mi consentiva di vivere decentemente. Cosa c’entra con la storia che sto per raccontarti? Spettabile astante devi sapere che il mio lavoro è stato la principale causa dei problemi che ho vissuto. Ma veniamo al nocciolo della storia.
Tutto iniziò due anni fa quando ebbi l’infelice idea di cimentarmi, di soppiatto, in qualche esperimento nei momenti in cui i laboratori universitari erano vuoti e durante la mia attività di pulizie delle aule. Attraverso il supporto di qualche libro che inspiegabilmente, vista la mia scarsa frequenza scolastica, riuscivo a interpretare piuttosto bene manovrai le apparecchiature giuste per fare gli studi di mio interesse. Dopo numerosi esperimenti, seguendo una ben determinata logica, venni a conoscenza che alcuni principi attivi contenuti in determinate piante avevano la capacità di attivare un sistema di apoptosi soltanto delle cellule tumorali mentre altri riuscivano a ricostruire le cellule che erano state danneggiate dalle neoplasie. Comunicai immediatamente e più volte i risultati della mia ricerca alle autorità sanitarie ma non ricevetti alcun riscontro. Adesso però, per verificare esattamente la funzionalità di quanto supponevo di aver scoperto, era necessaria una “prova del nove”: Mi serviva un ammalato oncologico!
Come dici? Chi me lo fa fare? È meglio se io mi faccia gli affari miei perché non ho i titoli?
Ebbene non diedi ascolto al tuo consiglio e, con una faccia tosta, mi recai da un’anziana signora residente nei pressi della mia modesta abitazione alla quale, ogni tanto, facevo le pulizie di casa.
Indovina perché? La risposta è semplice! Dai! Esatto! L’anziana signora sfortunatamente era malata di cancro.
Adesso dovevo trovare le parole per proporle di sottoporsi al mio esperimento. La prima cosa da fare che mi venne in mente fu quella di farmi una nuova acconciatura dei capelli per darmi un aspetto più serio. Provai le battute da dirle e alla fine mi recai dalla signora. Suonai il campanello. All’improvviso mi sentii come quei noiosi “venditori porta a porta” che puntano a rifilarti qualche inutile gadget. La porta si aprì e mi trovai di fronte a lei. Le dissi: “Signora, le posso proporre la soluzione ai suoi problemi?”
Cosa? Che battuta infelice? Me la potevo risparmiare? Forse hai ragione ma non sono mai stata brava con le parole allora ho tirato fuori il “venditore porta a porta” che è in me.
La signora era immobile davanti alla soglia e mi fissava senza dir nulla. A quel punto avrei voluto fare come uno struzzo e mettere la testa sotto terra. Rimanemmo a fissarci senza parlare forse per ben cinque minuti come due ebeti. Alla fine irruppi io e le dissi: “Posso entrare?”
La signora mi fece spazio e io entrai. A quel punto partii secca e le dissi: “Signora, se vuole, in queste capsule c’è la cura alla sua malattia!” e le porsi due boccette una rossa e un’altra verde.
Mi stai chiedendo se possono far male? Se possono farle aggravare il problema che ha già? Tu sì che hai sempre ragione ma, presa dall’euforia della mia scoperta, pensai soltanto a salvare quante più vite umane e quindi le dissi: “Ne prenda una tutte le mattine dalla boccetta rossa e una la sera dalla boccetta verde. Entrambe mezzora prima dei pasti a stomaco vuoto”.
La signora prese le boccette senza proferire una parola e io tornai a casa mia sentendomi come se avessi fatto l’ennesima stupidaggine della mia vita.
Trascorse due settimane dalla mia iniziativa, una sera sentii suonare il campanello della mia porta.
Indovina chi mi trovai avanti? Si, proprio lei! La signora malata di cancro. Lo so! Me lo hai detto! Avrei dovuto farmi i fatti miei. Ormai è inutile piangere sul latte versato.
Rimasi impietrita come una bambina che è stata scoperta dopo aver fatto un danno. Nel marasma dei miei pensieri negativi notai che la signora era ben vestita, era stata dal parrucchiere e aveva un aspetto straordinariamente risoluto e in salute. A quel punto lei mi disse, sorridendo, la frase che non dimenticherò mai: “La cura che mi hai consigliato ha funzionato! I medici parlano di un isolato caso miracoloso. Grazie. Grazie. Grazie.”
Come dici? La fortuna mi ha assistito? Adesso è meglio fermarsi? Avrei voluto seguire i tuoi consigli ma la signora diede questa notizia ai “quattro venti” ed ecco che, in breve, iniziò il pellegrinaggio dei malati in cerca della cura miracolosa. Cosa potevo fare? Mi feci prendere dall’istinto umanitario e, in base alla tipologia di malattia, diedi le capsule giuste per le cure. Le persone guarivano ma la voce giunse anche alle autorità sanitarie le quali interpellarono le autorità giudiziarie affinché facessero chiarezza su questa mia attività.
Me l’avevi detto? Lo so che tu sai sempre tutto.
Insomma, un giorno mi si presentò sotto casa la polizia la quale mi comunicò che ero stata convocata a giudizio per “pratica impropria della professionalità sanitaria senza i titoli”. In più mi fu ovviamente imposto di fermare l’attività sanitaria che stavo svolgendo. Fu allora che compresi esattamente il consiglio che tu mi offristi: “Ma chi te l’ha fatto fare?”
Da questo punto inizia il mio calvario.
Mi presentai in giudizio ed esplicitai le motivazioni di questa attività, ne evidenziai i risultati verificabili attraverso testimonianze e chiesi di poter parlare con un’equipe di scienziati per presentare il mio progetto. I magistrati mi ascoltarono con fare inespressivo trattandomi da folle. Furono vani i tentativi di spiegare l’importanza della mia scoperta in quanto le istituzioni pubbliche vedevano in me soltanto una fanatica che millantava false promesse. In aggiunta al menefreghismo giudiziario si aggiunse la gogna mediatica. Una mattina si presentò uno di questi “simpatici per forza” a farmi le solite domande giuste. La breve intervista fu la seguente:
Simpatico per forza “Lo sa che per praticare la professione del medico è necessario avere i titoli previsti?”
Io “Si, lo so”
Simpatico per forza “Non si vergogna ad aver illuso le persone con false speranze?”
Io “Pensavo soltanto di fare la cosa giusta!”
Simpatico per forza “Non sa che può essere pericoloso e qualcuno poteva starci male?”
A questo punto conclusi l’intervista “Sono spiacente per l’accaduto e vi prometto che non accadrà mai più. Non sarà più mia premura impegnarmi nell’attività di salvare vite umane attraverso l’uso o il consiglio di farmaci e integratori. D’altronde se tutti facessero come ho fatto io si rischierebbe veramente la salute delle persone. Chiedo scusa a tutte quelle persone che hanno avuto la sfortuna d’aver a che fare con i miei espedienti.”
Le pochissime persone che beneficiarono delle mie cure, ascoltando questa intervista, andarono a fare una piccola manifestazione pacifica davanti la magistratura per dimostrare la veridicità di quello che dichiarai in merito alla mia ricerca.
Un giorno un parente di una delle manifestanti si presentò alla mia porta e mi chiese aiuto per il suo bambino malato. Se avessi saputo chi fosse quella persona non gli avrei mai dato questa risposta: “Sono spiacente ma io non posso aiutarla tuttalpiù può chiedere ai magistrati di autorizzarmi a mettere in atto le mie cure su suo figlio”.
Lo so! Faccio un danno dopo l’altro! Hai ragione ma confidavo nell’intelligenza della giustizia la quale mi avrebbe concesso un’autorizzazione straordinaria per poter tentare di salvare il figlio di quella persona. Comunque anche se la magistratura non avesse dato l’ok avrei provveduto ugualmente ad aiutare, contro tutte le regole, quel bambino.
Il fatto fu che quella persona prese il mio diniego come un’offesa e visto che era un noto criminale mandò due energumeni a prendermi i quali mi rapirono e mi portarono in uno stanzone dove mi legarono a una sedia e mi picchiarono a sangue. Le botte mi causarono un’emorragia in testa e oggi eccomi qui, in Paradiso. Sono stata promossa Angelo. Qui mi hanno detto che la mia promozione mi è stata concessa perché tra le tante persone in vita a cui sono state concesse le mie capacità scientifiche io sono stata una delle pochissime a tentare di salvare vite umane a discapito della mia persona.
Adesso che ti ho raccontato la mia avventura terrena posso tornare a godermi il Paradiso e ti ringrazio per avermi dedicato qualche minuto della tua attenzione d’altronde è da parecchio che non parlo con qualcuno in vita che ha la pazienza di ascoltarmi.
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Originale e ben concluso
Leggendo mi sono venute in mente due cose, la capacità curativa di alcune persone collegabile all’entaglement quantistico (oggetto di studio), sicuramente curativa nell’ anima, dall’altra i mezzi di cura sciamanici di certe popolazioni. Premesso che ognuno può avere il proprio pensiero, non necessario sollevarlo nella lettura anche se le cose si vivono per mezzo di esso, mi piace mettere sullo stesso piano tutte e tre le modalità, virtù curativa, sciamanesimo e scienza, quando in sé portano la conoscenza messa al servizio della persona fisica e psichica. Mi è piaciuto.
Grazie per l’interessante commento.
Io ho vissuto il tuo racconto come la storia di una strega moderna 😀
Sì. In buona parte ho preso spunto anche dall’Inquisizione. Nello scrivere questa favola ho immaginato la reale esistenza di una “divinità superiore a tutto” che regala, solo ad alcune persone, una particolare intelligenza. La protagonista, come si può notare dalla sua capacità di apprendimento su libri rimediati e dagli eccellenti risultati ottenuti di soppiatto in laboratorio, si trova a godere di questo eccezionale dono ma il suo carattere esuberante e l’insofferenza alle regole le impedisce di acquisire titoli che le avrebbero consentito di sfruttare pienamente la sua dote a favore dell’umanità. La storia della protagonista in vita si svolge in un periodo in cui esiste la TV ma l’internet e i cellulari ancora devono nascere mentre la protagonista racconta la sua vita oggi dopo anni dalla morte. Alle autorità sanitarie e alla magistratura ho attribuito la carica di “Inquisitore”, alla televisione ho attribuito il compito di torturare la “Strega” e alla criminalità ho lasciato l’incarico della “Pena Capitale”. Nonostante tutto la narrazione non punta a denigrare le prime tre istituzioni infatti la protagonista, prima di azzardare con la consapevolezza di compiere un reato, si rivolge immediatamente a esse ma senza alcun esito e alla fine li assolve in diretta televisiva scusandosi pubblicamente e ammonendosi per la sua illegittima iniziativa affermando “D’altronde se tutti facessero come ho fatto io si rischierebbe veramente la salute delle persone”. In sostanza queste eccellenze sono descritte soltanto come figure che, a causa delle loro innumerevoli incombenze e per rispettare giustamente il protocollo legislativo, prima non ascoltano e poi giudicano senza verificare la reale efficacia scientifica della cura scoperta dalla protagonista (nello scrivere la favola ho immaginato che la protagonista trova realmente la soluzione a un grave problema sanitario). In conclusione soltanto la criminalità, non perché creda alla cura ma perché ormai è l’ultima spiaggia che le resta, le offre una chance di riscattarsi ma il temperamento ribelle della protagonista le fa dare la risposta sbagliata alla persona sbagliata. A questo punto la protagonista va in Paradiso e dopo anni, facendosi un giro tra la gente in vita, incontra una persona che ha il dono di vederla e ascoltarla (la lettrice/il lettore) e a questo punto esplode con il racconto della sua storia ringraziando l’astante per la pazienza in quanto, alla fine della chiacchierata, lei è convinta di esser stata noiosa e forse anche offensiva nei confronti di qualche persona. La favola in sostanza si arroga solo ed esclusivamente il diritto di suggerire puerilmente che, a volte, la soluzione a un dato problema può trovarsi, se si ha la pazienza o la voglia di ascoltare e osservare, sotto i propri occhi nelle cose o nelle persone più impensabili. Grazie
Devo dire che sono in difficoltà a commentare questo racconto. Parto da ciò che mi è piaciuto: senza dubbio, lo stile. Vivace, fresco…personalmente mi piace molto quando il narratore si rivolge direttamente al lettore (tant’è che lo faccio spesso anche io), ed in questo racconto mi sembra davvero una scelta azzeccata.
Sono più in difficoltà a commentare il “messaggio”, perchè non son sicuro di averlo capito.
Forse è solo una fiaba, una metafora, un’allegoria del benefattore che non viene accettato e che anzi viene punito per il suo voler portare il bene agli altri in maniera disinteressata.
In tal caso, direi che è azzeccata e riuscita.
Ma, visto il tema, e visto il periodo attuale in cui ci troviamo, il dipingere i medici come i “cattivi” temo possa suonare un po’ come una critica al mondo attuale, come un voler passare il messaggio che la medicina ufficiale è cattiva e che le persone che propongono “cure alternativa” siano dei martiri. Ecco, se il messaggio fosse questo, mi troverei fortemente in disaccordo, in quanto la medicina, come tutte le scienze, non è un gioco, non esistono “cure miracolose” inventate in quattro e quattr’otto, ed il fatto che i medici veri condannino i presunti guaritori è sacrosanto (lo affermo in quanto per ottenere la mia laurea in una materia scientifica ho passato 6 anni a studiare e sperimentare, e tutt’ora, a distanza di 20 anni dalla mia laurea, per lavorare ogni giorno devo imparare qualcosa di nuovo, ogni giorno mi rendo conto di ciò che non so, ed ogni giorno cerco di imparare da chi ne sa più di me). Ecco perchè ho qualche riserva sul messaggio che il racconto potrebbe passare.
È un racconto di fantasia che rientra nella categoria delle fiabe e favole: i personaggi e le situazioni descritti in questa narrazione sono frutto del più sfrenato lavoro della mia immaginazione. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Il contenuto, purtroppo, può essere inconsapevolmente offensivo per alcuni lettori, come possono esserlo alcuni miei commenti ma, se mi è concesso, non mi scuso con nessuno per la mia scelta di esercitare la libertà di espressione. Grazie
Ma io non mi sono certo offeso, né ho chiesto delle scuse. Ci mancherebbe altro. Ero solo curioso di capire meglio quale fosse il messaggio che volevi passare, perché io (mea culpa) non sono sicuro di averlo colto.
Prego!