La diga tra le montagne 

Serie: Dalla boccia del pesce rosso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Vi ho raccontato dei giovani della mia boccia, chiedendomi quali fossero i demoni che li attanagliano. Ne trovo sotto il mio stesso tetto un ritratto, che prova la porosità del vetro che pensiamo divida le vite e le generazioni.

Il mondo non ci è indifferente. Ci crea tanto quanto noi creiamo lui, e forse di più.

La nostra acqua ha quel sapore perché viene dall’universo che circonda il nostro piccolo mondo; la stessa cosa per le pietre tra le quali nuotiamo, i granelli di sabbia sui quali riposiamo. L’ossigeno che passa dalle nostre branchie è lo stesso che sta al difuori dei muri di vetro, ed allora non possiamo che sperare nella sua purezza, per non ritrovarci intossicati nel nostra nostra stessa boccia. Perché viviamo nella fantasia di un universo ermetico, ma siamo in realtà immersi nella stessa vasca di ogni altro pesce rosso. 

Perché mio padre, grande sole intoccabile del mio universo, è stato uno di quei ragazzi che vedevo sbiaditi dall’altra parte del vetro, ma con i quali non potevo che condividere l’aria.

Come loro, è nato tra le strade strette che portavano nei posti più remoti della civiltà, quando il cemento finisce ed inizia la terra battuta, lo sterrato, e poi c’è da abbandonare la macchina per proseguire a piedi. I sentieri esistevano solo per chi sapeva cosa guardare, le tracce che restavano impresse nel terreno solo per qualche minuto, tempo per l’erba di rialzarsi pian pianino, rendendo qui ragazzi dei fantasmi invisibili che parevano provenire da un’altra dimensione. Cresciuti con zaini pesanti sulle spalle, a deformarle o formarle, la schiena che si rendeva gobba per meglio accoglierne la struttura, sorreggerne il peso, mentre la testa puntava già qualche metro più in avanti, gli occhi attenti per non rischiare di perdersi o schiacciare una vipera.

Erano poche le parole che uscivano dalle loro bocche: preferivano il silenzio per meglio sentire quello che gli capitava attorno, lo sguardo che non si fermava mai su un punto fisso ma sempre tentava di capire, andare oltre, trovare le risposte dove altri non vedevano che tronchi e cespugli di mirtilli selvatici.

Lo posso immaginare, mio padre, correre per delle ore su quei sentieri: le gambe magre e giovani, i muscoli che si tendono e bruciano, ma che lui non ascolta ed a cui non dà riposo, nella sua lotta continua con la vita e contro il torpore della morte, che ho capito solo tardi, terrorizzarlo. Sempre con la mente e le mani all’opera per non lasciarle vagare, forse con il rischio di trovare anfratti che avrebbe preferito non scoprire, ferite che era meglio continuassero a sanguinare, nell’ombra di un’anima che non pareva essersi mai lasciata andare alla tenerezza. 

Come i giovani che ho conosciuto, lo vedo riempirsi la testa con forti risate e bestemmie, testi di vecchie canzoni che facevano arrossire le ragazze dietro al bancone. Lanciarsi in qualsiasi sfida, piuttosto che restare in silenzio e concedersi una pausa, dallo sforzo di tenere erette tutte le mura che senza rendersene conto, già gli riempivano il petto: alte, dello stesso cemento armato delle nostre dighe, costruite per tenere a bada le onde di un lago a cui, una volta liberato, non si può scampare. 

Vi immaginate l’energia necessaria per non far crollare nemmeno una pietra in quella vasca strabordante?

Me lo sogno, mio padre, urlare e piangere, solo, sulla cima di una montagna. Con il sudore che gli fa bruciare gli occhi, il sole che gli ha scottato la schiena nuda, la maglietta attaccata alla cintura ed il coltellino appeso dalla parte opposta. Niente bottigliette d’acqua per calmare l’arsura nella sua gola, nessuna crema solare a proteggergli la pelle, le spesse calze zuppe di sangue per colpa delle fiacche che si sono aperte sui talloni.

“Grandi come un cinque franchi” mi diceva da piccola, “e restavamo a letto con tre giorni di febbre”.

Mi sembra di poterne sentire le grida, selvagge; poterne assaggiare le lacrime, rese ancora più salate dal sudore seccatosi sulle guance paonazze. La diga che si rompe, improvvisamente, senza nessuna sirena d’allarme a suonare per salvare i villaggi sottostanti. Il muro d’acqua che travolge ogni cosa, spegne motori, solleva case ed automobili, rompe crani e riempie polmoni.

Sulla cima che vedo, è però solo il corpo di mio padre ad essere spazzato via, solo i suoi polmoni a riempirsi di melma. Sento la sua anima rompersi: unico modo per ripulirsi dalla sporcizia accumulata negli anni, dall’acqua marcia e marrone che rende torbidi le sue iridi e ne soffoca i pensieri.

Quando però l’onda raggiunge il fondovalle, acquietata, l’aria sembra un poco più pulita, i solchi delle fruste ed i tagli delle lame, prima rossi ed aperti sui fianchi delle montagne, sono ora guariti. Posso allora dipingermi il suo corpo mentre ritorna a casa, un poco più leggero, lo spavento e l’imbarazzo immancabile di quella parte di sé che non può accettare la propria debolezza, credendo forse che tutti gli alti ragazzi che ritrova al tavolo ogni fine settimana non abbiano anche loro i propri sentieri sui quali correre fino a sfinirsi, e vomitare al cielo paura e rabbia, sapendo che solo il sole può veramente giudicarli o deriderli.

Il sole, e la voce del loro, di padre, che gli risuona in testa mentre ancora sentono rimbombare il proprio grido tra le rocce: perché “gli uomini non piangono”, “l’artista non è un mestiere”, e “sono io che devi ringraziare per quello che hai e che sei”.

Ora le sue gambe sono meno scattanti, i muri perfezionati e rafforzati dagli anni, dalle sberle e dita puntate; le poche gocce che riescono ancora a superare il bordo di cemento si accumulano al lato degli occhi durante le lunghe scene di Sergio Leone, o l’improvvisazione perfetta di una Jam session. Io non posso fare altro che guardarle di sfuggita, con lo stesso senso di colpa di chi osserva una coppia baciarsi nella casa di fronte, perché la tenda non copre l’intera finestra, ma non riesce a chiudere le proprie imposte ed andare a dormire.

Serie: Dalla boccia del pesce rosso


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Discussioni

  1. Posso dirti, Fanni, che il modo in cui poni certi discorsi è originale, anche spiazzante.

    C’è davvero molta psicologia in quello che scrivi, una consistente profondità che emana, in qualche modo, dalle immagini create. Questo è, a mio parere, il pregio più grande di una scrittura siffatta: le sensazioni non sono trasmesse a parole ma viaggiano a livello subliminale.

    Cosi noi lettori, arrivati all’ultima riga, abbiamo di fronte un’idea chiara, seppur oscura resta la strada che abbiamo fatto per raggiungerla.

    Sei stata molto brava nel creare una figura che, se per certi versi porta naturalmente a essere identificata come parte del tuo vissuto (“mio padre”) potrebbe anche, perché no, rappresentare un personaggio inventato. Ognuno di noi ha la sua propria esperienza e decide se, cosa e come scrivere. Devo dire che non di rado leggo in giro storie sui “padri” e non di rado, alla fine della lettura, mi chiedo: chissà che direbbero loro.

    Per questo ho deciso di parlare di un papà in un piccolo racconto da postare a breve. Non sarà il mio, il tuo, il loro: ma, allo stesso tempo, lo sarà. Il mio obiettivo, dichiarato, è regalare un abbraccio, nel senso sì figurato ma letterale, a questa importante figura che, insieme a quella dell’altro genitore (non dimentichiamolo), ci accompagna nel bene e nel male per tutta la vita.

    Ben sviluppato, scrittura davvero intrigante. Devo dire una capacità che, pur non possedendo io le competenze per farlo, definirei “artistica”.

    1. Grazie mille.
      È vero che in ogni nostra rappresentazione del mondo si mischia una parte del nostro vissuto, ed un pezzo delle nostre favole e paure.. si construiscono insieme.

      Andrò presto a leggere il tuo di racconto allora, con piacere!

    1. Grazie mille! Ammetto che è stato proprio il tuo racconto, di come da bimba vivevi la spiaggia ed i tuoi genitori, che mi ha spinta a tentare di mettere “su carta” la parte di mio padre che penso valga la pena di condividere.