
La donna del proiettile
«Mia madre me lo diceva sempre: “Indossa la corona di fiori, fa’ il balletto”, ma io non ne volevo sapere: mi univo ai giochi di guerra coi maschi, collezionavo soldatini di piombo e giocavo con le mediocri fusioni di Hong Kong. Che passione quei soldatini: quelli colorati e più delicati li mettevo in delle vetrinette e ammiravo le uniformi della Guerra Patriottica, i guerrieri delle Rus’ e quelli bizantini… con quelli in plastica facevo mirabolanti battaglie. Avevo rubacchiato un tappeto verde, color prato, e ci mettevo sopra i soldatini che marciavano, combattevano… Per fare le colline sotto il tappeto ci mettevo degli oggetti come libri e i giocattoli di bambole che mio padre si ostinava a regalarmi. Dal cartolaio compravo fogli di colore azzurro e li ritagliavo con curve armoniose facendo così laghetti e paludi. Con una lastra di compensato molto leggera, verniciata apposta di blu, avevo il fiume: lo mettevo a terra, ai lati altri tappeti verdi che avevo preso ed eccolo, che poteva essere il Volga o il Don».
«E poi? E poi?».
«Quando ero più grande e l’Ucraina un po’ più ricca, mi permisi dei videogame. Sparatutto come Call of Duty o Battlefield Bad Company. Non disdegnavo i giochi di strategia che spulciavo su internet e mi divertivo a fare memorabili battaglie contro il computer o contro giocatori da tutto il mondo.
«Nel frattempo leggevo. Amavo “L’arte della guerra” di Sun Tzu, mi perdevo nelle gesta di Alessandro Magno, Kutuzov, Bagration e i generali sovietici ma anche von Clausewitz. La prima lezione fu: la differenza tra tattica e strategia.
«Comprai wargame da tavolo e mi divertii con i più disparati giochi da “Axis & Allies” a “Memoir ‘44” ma anche quelli più di nicchia e più elaborati come quelli pubblicati da Avalon Games e GMT.
«Giocai anche a softair, paintball, lasertag… preferivo softair, dove tutto era più realistico.
«Nel condominio mi chiamavano: “La soldato” e ne andavo fiera».
«Fino a oggi».
«Infatti. Venne poi il giorno in cui Putin diede il via all’operazione speciale e mi arruolai».
Lo spotter annuì. «Ci siamo conosciuti così».
Strinse il PSG1 di fabbricazione tedesca, erano distesi nella boscaglia, delle ghillie a nasconderli allo sguardo dei KA52 e degli uomini sui BTR.
«Esatto».
Aveva di fronte a sé un generale che si vedeva che era di etnia tuvana.
«È tuo».
La soldato era la donna del proiettile.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi è piaciuto il racconto di questa soldatessa. Ancora oggi si continua a parlare di “ruoli”, ma la verità è che ognuno di noi è un individuo con proprie aspirazioni e desideri a prescinde dal genere.
Vero! Grazie per aver commentato
Molto bello, Kenji, questo tuo racconto. La tua protagonista è una donna forte e che va oltre ogni stereotipo. Potrebbe essere donna o uomo, poco importa. Ciò che importa è che ciascuno sia se stesso e faccia bene quello che sa fare. Mi piace molto ciò che hai raccontato e che hai saputo trasmettere. Bravo!
Grazie Cristiana!
Ciao Kenji, non ho alcun tipo di passione per le armi, ne` antiche, ne` moderne, ne` per difesa personale, ne` tanto meno per combattere in guerra. Mi rendo conto, tuttavia, che senza tutte le armi inviate dagli occidentali all’ Ucraina, un intero popolo avrebbe perduto subito, tutta la sua liberta`. La soldatessa protagonista di questo tuo racconto (sempre ben scritto), mi ha incuriosito. Mi aspettavo qualcosa in piu` per dare maggiore completezza alla storia che, comunque, ha un senso importante.
Grazie per il tuo commento!