La donna in fondo alla chiesa
Serie: La parte che spetta
- Episodio 1: La donna in fondo alla chiesa
STAGIONE 1
Marta capisce che il funerale di suo padre è stato organizzato da Clara ancora prima di entrare in chiesa.
Lo capisce dai posti riservati nelle prime file, dai due addetti della Valenti Design che indirizzano gli ospiti con discrezione, dalla corona di calle bianche appoggiata a sinistra dell’altare e persino dalla temperatura, abbastanza alta perché gli anziani non tengano il cappotto e abbastanza bassa da impedire che l’odore dei fiori riempia la navata. Clara ha sempre avuto questa capacità: prendere una cosa ingestibile e trasformarla in una successione di problemi risolvibili.
Marta resta un momento sotto il portico, con la pioggia che righetta il piazzale e il telefono che vibra nella borsa. È Inés. Apre il messaggio: Se hai bisogno chiamami. Anche durante la messa. Marta risponde soltanto con un cuore, poi rimette il telefono via. Inés sa che non la chiamerà durante la messa. Sa anche che, quando Marta torna nella casa dei Valenti, tende a diventare una versione di sé che detesta: più sarcastica, più pronta a difendersi, capace di trasformare una domanda in un’accusa prima ancora di ascoltarla fino in fondo.
È atterrata da Barcellona la sera prima e ha dormito nella casa di suo padre, nella stanza che a vent’anni aveva svuotato quasi per intero. Clara aveva fatto rifare il letto. Sul comodino c’era ancora la lampada di vetro verde che Marta detestava da adolescente e, accanto, una bottiglia d’acqua nuova. Non si erano dette niente.
Dentro la chiesa qualcuno pronuncia il suo nome. Marta alza lo sguardo e riconosce Giorgio Malvezzi, più curvo di come lo ricordava, una mano già tesa verso di lei.
«Marta. Mi dispiace.»
«Grazie, Giorgio.»
Lui stringe le labbra, come se ci fosse qualcos’altro da aggiungere e non fosse il posto giusto. È stato amico di Vittorio per quarant’anni, consigliere, compagno di cene, di fiere, di quelle domeniche in cui gli uomini parlavano dell’azienda anche davanti all’arrosto e poi sostenevano di non aver lavorato.
Marta entra e vede subito Clara, accanto alla prima panca, in nero, i capelli raccolti, una mano sulla spalla di una donna anziana che Marta non riconosce. Sta ascoltando. Annuisce. Dice qualcosa che fa sorridere appena la donna. Poi si volta e i loro occhi si incontrano.
Per un istante Marta rivede la sorella di ventinove anni prima: diciannove anni, una coda fatta male, le chiavi della macchina di papà in mano e quella frase, «ci penso io», che da allora non ha mai davvero smesso di pronunciare.
Clara le viene incontro.
«Pensavo fossi già dentro.»
«Ero fuori.»
«L’avevo notato.»
È una frase innocua e riesce comunque a farle tornare quindici anni. Marta si sfila i guanti.
«C’è qualcosa che devo fare?»
Clara la guarda per mezzo secondo più del necessario. «No.»
Accanto all’altare, Syren Ferrari sta parlando con il parroco. Non indossa il velo e non tiene in mano un fazzoletto. Ha scelto un tailleur antracite e scarpe basse, come se anche il lutto dovesse permetterle di camminare senza appoggiarsi a nessuno.
Quando la vede, Syren attraversa la navata.
«Sei arrivata.»
Marta la abbraccia prima di ricordarsi che non è abituata a farlo. Syren profuma di iris e del sapone che teneva nel bagno di Vittorio. Per un secondo Marta rivede il bicchiere accanto al lavabo, il rasoio appoggiato storto, lo spazzolino elettrico che suo padre dimenticava sempre acceso. Abbassa il viso sulla spalla di Syren e l’abbraccio dura un istante più del necessario.
«Come stai?»
Syren inclina la testa. «Non credo di averlo ancora deciso.»
Marta quasi sorride. Clara invece abbassa gli occhi sull’orologio.
«Tra cinque minuti cominciano.»
Syren la guarda senza irritazione. «Immagino che il funerale non partirà senza di noi.»
«Non intendevo questo.»
«Lo so.»
Tra loro c’è una familiarità che Marta osserva da fuori e che non chiamerebbe gelosia; assomiglia piuttosto alla sensazione di arrivare a metà di una conversazione iniziata anni prima.
La bara di Vittorio è davanti all’altare, legno chiaro, maniglie opache. Nessuna fotografia. Clara aveva detto che papà avrebbe trovato di pessimo gusto esporne una. Marta non sa se sia vero o se ormai, in famiglia, abbiano tutti imparato a parlare per conto dei morti.
Si siede. Dalla terza fila qualcuno le sfiora una spalla: un ex dirigente, poi una coppia di fornitori, una donna che ricorda bambina e che adesso ha i capelli bianchi. Il nome Valenti passa di bocca in bocca con quella naturalezza particolare dei cognomi che per molti significano un’azienda prima ancora che una famiglia.
Marta fissa la bara e ripensa alle tre parole pronunciate da Clara al telefono senza tremare: «Papà è morto». Lei aveva chiesto come, e Clara aveva risposto: «Nel sonno». Marta aveva pensato che fosse una morte gentile per un uomo che non aveva mai saputo fare niente piano.
Il parroco prende posto. Le persone si alzano. Marta lo fa con loro e, mentre sistema il cappotto sulla panca, vede un movimento vicino all’ingresso.
Una donna è rimasta in fondo alla navata. Non deve avere meno di sessantacinque anni. Cappotto color cammello, capelli quasi completamente bianchi, tagliati all’altezza del mento. Nessuno sembra accompagnarla e non cerca un posto. Guarda soltanto verso l’altare.
Marta torna a sedersi, ma continua a osservarla fra le teste degli altri. C’è qualcosa nel modo in cui tiene il mento, leggermente sollevato quando qualcuno le passa davanti. Un gesto insignificante. Una piccola resistenza del collo.
Il ricordo arriva prima del nome: una cucina illuminata male, una valigia aperta, una donna che si raccoglie i capelli con entrambe le mani e poi inclina la testa nello stesso identico modo.
Marta sente Clara irrigidirsi accanto a lei. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che l’ha vista anche lei.
Dopo ventinove anni, Adriana è tornata.
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