La fanciulla dei soffioni

Serie: Come fa la luna con le maree

Olga ha quarant’anni, una vita dedita ai figli e al marito, e un cuore carico di certezze per lo più dolorose. È diventata donna crescendo tra gli scherni e le menzogne, prestando servizio come cameriera nella casa di una nobile famiglia che non è mai stata la sua perché Olga è sempre stata la “figlia di nessuno”. Quello che non sa è che tutto ciò che crede di sapere non corrisponde alla realtà, che niente è come le è sempre sembrato, e che nessuno è chi dice di essere, nemmeno lei. Ci sono verità che, da anni, attendono soltanto di essere rivelate.
Sarà un indizio nascosto in un quadro ad aiutare quelle verità a salire a galla, ribaltando tutte le sue convinzioni.

Come fa la luna con le mareeOgni notte Olga metteva in fila milizie di parole ripromettendosi che le avrebbe scatenate di giorno contro tutte le derisioni, ma regolarmente le perdeva tra le lenzuola del letto.

Il canto del gallo, puntuale, la destava dal sonno; il sipario su una nuova giornata di fatiche e disprezzo si stava aprendo, costringendo così la giovane a lasciar depositata, sulla fodera del cuscino, polvere di sogni troppo grandi per essere vissuti.

Esisteva, però, come premio per ogni dura settimana superata, un giorno speciale: la domenica; ed era finalmente arrivata.

Nel Dì del Signore, i padroni la dispensavano dai servizi domestici, quantomeno da quelli mattutini, permettendole di recarsi a Messa in compagnia delle loro figlie.

Si mise in piedi come un fulmine, si sciacquò il viso nel lavabo in ceramica che aveva riempito d’acqua pulita la sera precedente, e indossò un vestitino grigio con colletto: era il più bello che avesse, anche perché era l’unico. Poi legò i capelli con un lungo nastro azzurro, liberandoli dalla solita cuffia bianca che rendeva vecchi i suoi diciassette anni, e corse ad avvisare Dora e Matilde che era ora di avviarsi.

La Chiesa distava venti minuti di cammino dal loro quartiere, ma prendendo la scorciatoia suggerita da Dora, ne impiegavano generalmente cinque in meno. Certo, non era un’enorme differenza, ma in quel modo potevano passare vicino a un fiumiciattolo e potevano divertirsi, nei cinque minuti avanzati, a dare la caccia alle rane. Quello era il momento migliore di tutti per Olga: si sentiva libera, ancora viva e ancora intera, e avvertiva di meno la distanza che la separava dalle figlie dei Folliero con le quali poteva parlare, almeno in quell’occasione, come fosse una loro amica e non la loro serva.

Quando furono giunte a pochi metri dal corso d’acqua, le signorine Folliero si lanciarono dritte verso la sponda, già preparate ad attaccare qualsiasi bestiola vedessero saltellare sui sassi. Olga si tenne invece qualche passo indietro, dal momento che qualcosa aveva catturato la sua attenzione: il campo era pieno di soffioni.

Ne strappò velocemente uno, chiuse gli occhi e, soffiando sui petali fragili che si levavano verso il cielo come piume, espresse un desiderio. Ma uno soltanto non bastava: milioni di desideri abitavano nel suo cuore, ed era grazie a quelli se ancora batteva. Tirò via dal terreno un altro stelo; poi due, poi altri tre, fin quando non raggiunsero le dimensioni di un bouquet. Mentre camminava, ad occhi socchiusi, lanciava desideri all’aria sperando che giungessero il più vicino possibile alle mani degli angeli. Tanto era concentrata a sparpagliare speranze che non si accorse di essersi avvicinata alla sponda e, scivolando distrattamente sul terreno melmoso, si ritrovò nell’acqua. Chiamò Dora e Matilde, ma si erano allontanate troppo per poterla sentire.

Qualche metro più in là si trovava un ponticello che era stato abilmente congegnato dagli abitanti del paese per spostarsi più comodamente, in groppa ad asini e cavalli, da una sponda all’altra. Lassù, armato di cavalletto e tele, con un basco rosso alla francese, c’era un pittore. Era arrivato di buon’ora augurandosi che le Muse, sedotte da quel paesaggio campestre, avrebbero guidato i suoi pennelli restituendogli l’estro che l’esperienza della Grande Guerra gli aveva brutalmente soffocato. Era stato per ore a fissare i fili d’erba, il panorama circostante, la veduta in lontananza, il sole pallido nascosto tra le nuvole, ma era riuscito a tratteggiare null’altro che scarabocchi. Stava per lanciare tela e pennelli nel fiume, e per imprecare contro il mondo intero, ma poi aveva visto giungere le tre ragazzine e si era frenato pensando che, forse, avrebbe potuto spaventarle. Così restò fermo a rallegrarsi dei loro giochi e i dei loro sorrisi, sorridendo anch’egli, e seguendo da lontano, con lo sguardo, Olga che era circondata dalla sua pioggerella di desideri: gli sembrava di poterli quasi leggere mentre, silenziosi, uscivano dalle labbra umide di lei.

Non appena la vide scivolare, senza perder tempo, discese dal ponte e le balzò alle spalle.

– Va tutto bene, signorina, non è successo nulla, – la tranquillizzò, e poi sorreggendola la aiutò a tirarsi su.

Olga aveva il vestito completamente bagnato, le scarpe zuppe, i capelli arruffati, e l’imbarazzo aveva infuocato le sue guance.

Sollevò la fronte vincendo la vergogna e guardò il giovane pittore negli occhi: aveva nelle iridi la verde stagione degli amori.

– Mi chiamo Tito,- disse, tendendole la  mano imbrattata di vernice, e rompendo così lo scomodo silenzio che la timidezza di entrambi stava fabbricando.

Olga, con lo stesso gesto, permise che le loro mani si avvicinassero stringendosi palmo contro palmo, e pronunciò il proprio nome.

Quella stretta lasciò tra le dita della giovane, e sul dorso della sua mano, tracce di vernice dai mille colori che le ricordavano la primavera.

Nel frattempo Dora e Matilde erano tornate indietro a cercarla, abbandonando l’idea della Messa che tanto oramai era già cominciata da un pezzo, e nel mentre, ragionavano su quale storia inventare quando il padre avrebbe chiesto cosa avesse predicato Don Alfonso dall’altare.

– Nostro padre ci punirà, e sarà solo colpa sua! – brontolava la sorella maggiore.

– Dove si sarà cacciata? La ammazzo quella sciocca! – le dava appoggio la minore.

Superato il fianco del ponticello, finalmente la avvistarono; e non era da sola.

– Olga, vieni subito via! Cosa fai con quell’uomo? – la richiamò scortesemente Dora; -Non ti basta ciò che già si dice di tua madre?

L’ennesima derisione stava colpendo il suo petto. – Ma io… io volevo soltanto aspettare che si asciugasse il vestito. Sono scivolata in acqua e questo signore mi ha aiutata, – rispose con un filo di voce che stava per cedere alla forza di un pianto.

Riuscì soltanto a pronunciare qualche ultima parola per congedarsi da Tito nella maniera meno scorretta possibile, prima di fuggire via e spegnere la vergogna.

– Devo andare, mi dispiace, o saranno guai. Vi ringrazio, vi ringrazio tanto.

Scappò via senza aver trovato nemmeno il coraggio di guardare per l’ultima volta gli occhi di quel giovane, mentre il nastro azzurro con cui aveva legato i capelli le scivolò dalle ciocche e andò a posarsi ai piedi di lui.

Il pittore restò muto, con la lingua paralizzata, come quando si vorrebbero dire tante cose ma, per paura di sbagliare, alla fine non si dice un bel niente. Raccolse il nastro e lo custodì nella tasca dei suoi pantaloni con la speranza di rivedere la giovane per poterglielo restituire.

Contrariamente a quanto si aspettasse Olga, le sorelle Folliero quella volta furono sorprendentemente indulgenti: resistettero alla tentazione di spifferare tutto ai genitori, e la fecero entrare in casa dalla porta di servizio perché potesse indossare vestiti asciutti così da non destare il minimo sospetto. La verità è che l’avevano aiutata soltanto perché era a rischio anche la loro libertà. Se loro padre avesse scoperto che non si erano recate a Messa, le avrebbe costrette a ripulire a fondo la Cappella privata che aveva fatto costruire nel giardino per amore del proprio ego, e non di Dio, e in cui alla giovane serva, non permetteva di entrare nemmeno per lustrarla.

Olga era consapevole che l’appoggio di Dora e Matilde non derivava da una sincera disposizione d’animo, ma non le importava dal momento che era comunque valso a scampare a chissà quale duro castigo.

Giunta sera, si mise a dormire e, col cuore ancora colmo di desideri, cullò tra le dita quelle tracce di colori che sperò restassero impresse lì per sempre, che né l’acqua né il tempo avessero avuto il potere di cancellare.

In quello stesso momento Tito, nella mansarda in cui alloggiava, sostenuto dalla luce di infinite candele, aveva ripreso a dipingere; a farlo davvero. Al capolavoro a cui era riuscito a dar vita, assegnò un titolo: “La fanciulla dei soffioni”.

Ma sentiva che il quadro più bello era ancora tutto da disegnare.

Serie: Come fa la luna con le maree
  • Episodio 1: Il passato è negli occhi
  • Episodio 2: Figlia di NN
  • Episodio 3: Scomode risposte
  • Episodio 4: La fanciulla dei soffioni
  • Episodio 5: Grandi confessioni, enormi promesse
  • Episodio 6: Come alberi
  • Episodio 7: I tre padri
  • Episodio 8: L’astro
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    Commenti

    1. silvia martinengo

      Splendidi i due primi paragrafi. Sono pura poesia. Stavolta mi sono antipatiche le due ragazze che come due fetenti si avventato sulle povere rane. Dovevano cadere loro nel fiumiciattolo ed annegare. Tie’.

    2. Pingback: Copertina serie Come fa la luna con le maree, Edizioni Open – Evelyn