La finale: da Genova, finestra sul Mondo

Serie: Spagna 1982


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sergio ci ha accompagnato fino a casa sua, per vedere la partita Italia-Brasile, in compagnia della moglie e della sua visione del mondo.

Nel sole cocente del luglio 82, il silenzio che assorda il pomeriggio genovese è spezzato da una voce che da dietro una finestra stronca i pensieri di bricolage di un uomo. 

«Giovanni, il caffè si fredda!!!!» una donna chiama da dentro casa.

L’uomo toglie i guanti, asciuga il sudore dalla fronte, perché é uno che con le mani in mano non sa stare, si annoia, non è tipo da poltrona e calzoncini, nonostante il caldo.

«Papà, la mamma dice di entrare che il caffè è pronto» il piccolo Matteo, primogenito di Giovanni, richiama l’attenzione del portuale, che stava chissà dove, forse in mare, a pescare, è estate e “a fare le occhiate” (pescare le occhiate) ci si diverte.

«Scie, oua vegnu, ninin», che tradotto sarebbe “si, ora vengo, piccolo”. Giovanni, con il consueto dialetto genovese, rimanda un sorriso a suo figlio, entra in casa e vede la moglie, proprietaria della voce di cui sopra, che sta finendo di versare il caffè.

La signora Adriana è così, le piace avere cura della casa, del figlio e, soprattutto, del marito. Quel Giovanni che va via di casa tutte le mattine e si spacca la schiena in porto, fa “il camallo“, lo scaricatore, che mantiene tutta la famiglia e proprio non vuole che Adriana lavori, le dice sempre “io ho bisogno che tu educhi Matteo, ti prenda cura di lui, che sennò chissà che “legéra” che viene su quel figeu! Te ci sai fare, ‘Dri, mica come me che sun camallo perchè sun ignorante..” anche se Giovanni, ignorante non è. 

A “Dri”, come la chiama il marito, quella vita romantica piace, tanto quanto le piace Giovanni, anche se è un genovese vero, un po’ burbero in alcuni modi, contrapposto alla delicata eleganza, mai sopra le righe, della moglie.

A lei era piaciuto da subito, da quando alla sagra, nel 1967, aveva visto quel ragazzo timido, seduto da solo in un angolo, con la sua gazzosa in mano e gli occhi persi sul suo vestitino “da festa”, che Adriana indossava con orgoglio perché la faceva sentire una “donna di classe”. Con non poco imbarazzo lui le aveva mandato un accenno di sorriso, ovviamente aveva risposto immediatamente. L’aveva invitata a ballare, Giovanni, dopo mezz’ora buona fatta di sguardi. Da quel primo ballo, poi, mai più lasciati. Fidanzati in casa per 5 anni, il tempo di sistemarsi un po’ con il lavoro e poi il matrimonio, nel 1972, e tre anni dopo, la gioia di un figlio.

Avevano passato anche momenti difficili, da quando Giovanni era a lavorare in porto, c’era entrato nel 1971. Capirete, gli anni di piombo. A volte lei aveva avuto anche paura che non tornasse a casa, il marito. Ma lui le aveva promesso che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe tornato dalla sua famiglia. 

Giovanni era un sostenitore del PCI, operaio figlio di operai (come si definiva sempre), non come il suocero, che era uno di quei “vecchi arditi” che aveva sostenuto Mussolini e poi, da “socialista pentito”, ora era tutto tronfio del suo voto alla Democrazia Cristiana. Lo trovava un idiota, ecco. Secondo Giovanni era assurdo avere sostenuto un dittatore come “quello lì”, che persino aveva cura di non pronunciarne il nome, ed ora, mossi da una specie di senso di colpa si gettavano tra le braccia della corrente di de Gasperi, sperando forse in una assoluzione dal regno dei cieli. Ci aveva litigato spesso, come quando uccisero Guido Rossa, nel Gennaio del 1979. 

Per Giovanni era un martire, un sindacalista che aveva avuto il coraggio di alzare la voce, mentre per suo suocero era uno che si era messo in mezzo dove non gli competeva, perché secondo lui, se sei un operaio devi fare l’operaio. In effetti era un po’ ottuso, il suocero, come detto ex sostenitore del socialismo negli anni ’30, di estrazione sociale decisamente più borghese. Non c’era proprio verso di andare d’accordo, su nulla. Politica: due poli diametralmente opposti. Il suocero ancorato alle idee della destra, Giovanni schierato fermamente a sinistra. Macchine? Gusti diversi. Giovanni sognava la “Lancia”, ma si accontentava della fiat 127 blu notte comprata a rate, il suocero, invece vedeva come un sogno la macchina tedesca, “il Mercedes“, tanto signorile ed elegante, con gli interni di pelle ed il cruscotto in radica. Vino? Anche lì, una lotta continua: Giovanni era un tipo da vino rosso, da dolcetto del contadino comprato sfuso e che imbottigliava da solo nella sua cantina fresca nei fondi del palazzo. Bartolomeo, il suocero, no: se lo faceva portare a casa, il vino. Già imbottigliato, così faceva sfoggio ogni volta dei suoi vini “pregiati” bianchi e rossi. Pure sul calcio non erano d’accordo. Nemmeno sul fumo. Giovanni, tipo da sigaretta, il suocero incallito fumatore di pipa. 

Bartolomeo, classe 1907, genoano. Lui li aveva visti, gli scudetti “d’ou grifun” ed era fiero del suo gagliardetto con l’effige scintillante, anche se ultimamente le gioie erano molto rare.

Giovanni, del 1946. Sampdoriano dal principio, dalla prima volta che l’aveva vista, quando suo padre, nel 1954 lo aveva portato al campo a vedere la squadra. Suo padre era stato un tifoso della “sampierdarenese” prima e poi, nel 1946, aveva abbracciato alla fondazione la neo nata Sampdoria. Si era innamorato subito di quella maglietta originale, di  Adriano “Nano” Bassetto e dell’attacco dei milionari. Giovanni era, invece, attratto da un altro giocatore, per lui il migliore era quell’argentino arrivato dal Milan: Ernesto “Tito” Cucchiaroni, primo idolo calcistico del nostro amico genovese.  

Nemmeno su Adriana erano d’accordo, comunque, perché a Bartolomeo non piaceva che sua figlia frequentasse un operaio. Capirai, lui era stato un professore di matematica, un uomo antico, austero, ma aveva ceduto perchè aveva visto che Giovanni voleva bene per davvero alla sua “pullin” (pulcino, in italiano) ed aveva anche capito che tanto, Adriana era innamorata, e vederla così felice gli riempiva quel cuore algido che si trovava.

Solo una cosa riusciva a farli andare d’accordo, a non farli discutere (seppure sempre con enorme rispetto l’uno verso l’altro, mai una parola fuori posto, mai un insulto). La nazionale italiana. Oddio, d’accordo del tutto proprio no, ovviamente. Bartolomeo era uno di quelli che “bisogna che Bearzot faccia le cose furbe, no come gli pare a lui. Quel Rossi lì è un criminale che si giocava le partite. Andavan radiati anche Albertosi, Giordano e tutti quelli che si son scommessi le partite, che rovinano il calcio!” mentre Giovanni era convinto che “il Vecio” Enzo Bearzot conoscesse la sua squadra. Certo, Pruzzo lo avrebbe convocato anche lui, al posto di Selvaggi, ma c’era un motivo se aveva convocato lui e Paolo Rossi , non era un caso e contro il Brasile si era finalmente sfogato, al terzo gol del buon “pablito” che, finalmente, era tornato a segnare. «Belin u Paolo! Visto, Bertumè, gliene ha fatti 3 a quelli là! Dai che vinciamo noi! E’ come nel 70…è una partita del secolo!!!» esultando senza ritegno alla tripletta di Rossi. Aveva ragione Giovanni. Paolo Rossi, con quei tre gol rifilati alla “seleçao“, aveva fatto dimenticare all’Italia per un po’ tutti i problemi, tutta l’angoscia, la crisi del governo Spadolini, lo scisma della D.C., le lotte sindacali e persino il calcioscommesse. Stava ridando fiato alla voce di un’ Italia ferita nell’orgoglio, che voleva e poteva vincere qualcosa.

Dopo il 2-0 alla Polonia, Giovanni non aveva dubbi: «vinciamo i mondiali, te lo dico io, Bertumé!». Anche su questo non era d’accordo il suocero, c’era la Germania di fronte, e «quelli lì son terribili, i tedeschi, non si arrendono mai» diceva, memore della semifinale di Messico 1970 o dei Mondiali del 1974, vinti dai tedeschi “dell’ovest“, anche se quel muro, quello spartiacque teutonico, non gli garbava per niente al “buon” Bartolomeo. 

Forse per questo, o forse per semplice spirito familiare, i due “eterni contrapposti” adesso erano lì, in giardino, dove c’è bello fresco, con la televisione sintonizzata sul canale. Il vino, bianco, che piace a Bartolomeo pronto sul tavolo, Adriana con sua madre Giuseppina finiscono di condire le trofie al pesto, Matteo non capisce bene cosa stia accadendo, ma è felice, mentre il nonno Anselmo, padre di Giovanni, ha portato le paste e lo spumante per festeggiare.

La bandiera tricolore è pronta, l’ha cucita la mamma di Giovanni, ma per scaramanzia si appenderà fuori solo dopo la partita. Eccola lì, tutta la famiglia, davanti alla tv, ed ecco quella signora con i bigodini in testa, che si fa bella, che si affaccia dalle finestre, è l’Italia. 

Ed ecco anche il collegamento, sono quasi le 20.

Telespettatori italiani, buonasera. È con grande emozione che prendiamo la linea dai bordi del campo dello stadio Bernabeu di Madrid per la finale del campionato del Mondo 1982. L’Italia, dopo un inizio incerto, ha conquistato lo slancio per disputare questa finale. Nostri avversari sono i tedeschi dell’Ovest.” l’inconfondibile voce di Nando Martellini non si può scordare, per chi a quei tempi c’era e per chi, come me, è nato l’anno successivo ed ha sentito o ha visto quelle immagini cento, mille volte, per potersi voltare indietro, guardare la signora Italia sorridere e dirle “hai visto, signora bella, nonostante tutto, siamo campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!”

Serie: Spagna 1982


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Discussioni

  1. Ciao Marco, con questo ultimo episodio ti rinnovo i miei complimenti finali per questa serie. Oltre ad avere apprezzato particolarmente l’ultima ambientazione da buon ligure dentro, hai saputo catturare l’attenzione e ingenerare aspettativa per ogni nuovo episodio anche in uno come me che del calcio non glie n’è mai potuto fregare di meno, portando il gioco, naturalmente, in secondo piano e regalando un’immagine attenta e ben studiata delle innumerevoli sfaccettature del nostro Paese. Compito che non sarebbe stato facile se il tuo racconto fosse stato ambientato nel presente, ancora meno semplice in quanto ambientato in un anno che tu, per nascita, hai solo sfiorato. Io sono del 75, di quella notte ho immagini confuse di festeggiamenti dei quali non comprendevo bene il significato pur avendo già 7 anni (forse già allora schifavo il calcio?😂), ma i contorni di quella nazione me li ricordo bene, e tu li hai disegnati con una precisione invidiabile.

    1. Grazie davvero per queste parole, sono molto contento siano piaciuti e soddisfatto del lavoro che c’è stato dietro. Non è stato sempre semplice incastrare tutto con correttezza, ma devo ammettere che non mi è dispiaciuto farlo! Grazie ancora!!!

  2. Presumo che questa sia l’ultima puntata di un racconto he ho seguito con vivo interesse. Ci hai messo tanta roba in questa serie e molto di quel periodo
    è rimasto fuori lo stesso.
    Quella partita è tre cose che gli italiani non dimenticheranno mai, molto più del risultato: il triplice “campioni del mondo!” di Martellini (che hai citato), l’urlo di Tardelli e Pertini che esulta con slancio abbracciando genuinamente il Re.

    1. Vero, non sono riuscito a mettere tutto quel che volevo. Il presidente Pertini che esulta (in barba ai protocolli) sotto lo sguardo, direi un po’ contrito, del cancelliere tedesco è un’immagine che ho stampata nella memoria! Sì, è la conclusione della serie. Felice che vi sia piaciuta!