La fine dei giochi

La mia mano scivolò per abitudine al pacchetto di sigarette che tenevo sempre in tasca. L’attesa era straziante. L’accesi. Solo quando mi accorsi del sapore mi scappò un’imprecazione, sottovoce. La gettai per terra e la calpestai. Lui non sopportava il fumo, appena ne sentiva anche solo una piccola traccia nell’aria si infuriava ed io lo volevo calmo. Quando lo vidi non potei fare a meno di trasalire. A prima vista sarebbe sembrato solo un piccolo ometto di mezz’età, insignificante, brutto. Sbucò da un angolo, cercando di resistere al freddo della stagione rannicchiandosi nel suo giubbotto, ma, proprio come lui, neanche il freddo faceva sconti. Si diresse verso di me. Mi fece cenno d’entrare ed io salii in auto al posto del guidatore. Lui si mise dietro. Eravamo parcheggiati su una strada trafficata, mi disse di partire. Appena ci fummo immessi nel traffico, mise mano alla pistola che portava sempre con sé e me la puntò alla tempia. I passanti che sbirciavano nei finestrini continuavano a camminare come se nulla fosse. Seguii le sue indicazioni stradali alla lettera, girando più volte gli stessi isolati, e lentamente ci allontanammo dal centro della città. Probabilmente si sentiva seguito. Alla fine raggiungemmo una zona isolata. Cani randagi si aggiravano per le strade. I loro musi erano feroci. Dallo specchietto retrovisore potei vedere il suo sguardo. I suoi occhi erano ancora peggio. Alla fine arrivammo in uno spiazzo circondato da cassonetti della spazzatura e qua e là qualche macchia nerastra ad indicare il luogo dove era stato abbattuto qualche “animale”. Sapevo cos’era. C’ero già stato mille volte. Sapevo anche che provare a scappare sarebbe stato inutile, per questo c’ero andato di mia spontanea volontà. Quello era il luogo delle esecuzioni. Senza che dicesse nulla fermai l’auto e scesi. Lui fece altrettanto. Arrivati più o meno al centro dello spiazzo mi fermai. Mi voltai per affrontarlo. «Non sono io» «Invece sei proprio tu» «Ci conosciamo da una vita, insieme abbiamo fatto un sacco di porcate, come puoi anche solo pensare che sia io?» «Sei l’unico che poteva sapere abbastanza per mandare a monte il piano». La pistola puntava dritto al mio cuore. «Andiamo Jonny mettila via e parliamone. Potrei mai essere io la talpa? Sono venuto qua senza fare storie, proprio per dimostrartelo» «Il punto è che ho già deciso che sei tu, volevo solo sentirtelo dire prima di ammazzarti con le mie stesse mani» «Ok, è vero. Io ero uno dei pochi che sapeva che avresti rapinato quella banca, ma non l’unico. Perdiana per poco non venivo beccato anche io. Ti ho aiutato a scappare!» «Ho ucciso gli altri» «Che cazzo hai fatto?» «Ho ucciso anche gli altri nel dubbio e nessuno di loro era un poliziotto perciò o sei tu o sono io quello che ha fatto la soffiata. Dal momento che non sono io…». Fu facile prevederlo. Mi riuscii a buttare per terra giusto in tempo per evitare il proiettile. Un altro colpo risuonò nell’aria, seguito da un mio urlo. «Che cazzo ti salta in mente? Mi hai colpito la gamba» «Ammettilo!» «Non sono io la talpa, era Michel» «Come?» «Una volta l’ho beccato in atteggiamento sospetto al telefono. Sono sicuro che è stato lui a passare le informazioni. Senza prove però non mi avresti creduto» «Bugiardo di uno sbirro, sei stato tu» «No!». Il dolore era troppo forte e mi misi a piangere di riflesso. Ero già stato colpito altre volte, ma sempre di striscio. Potevo sentire il proiettile dentro l’osso della gamba. «Che cazzo fai piangi?» «Fa un male cane» «Te lo meriti, per colpa tua ho ammazzato anche gli altri». La pistola era ancora puntata contro di me. «Puoi abbassarla?» «Col cavolo, prima ti ammazzo e poi me ne vado, ma prima devi dire che eri tu la talpa. Più tempo ci metti più lunga sarà l’agonia» «Non sono stato…». Un altro colpo vibrò nell’aria e sentii il proiettile entrare ed uscire dalla coscia destra. Il sangue iniziava a ricoprire tutto il terreno, speravo non avesse beccato l’arteria. Questa volta però non gridai. «O mi ammazzi o te ne vai» «Devi soffrire». Altri due colpi e mi ritrovai con due buchi nelle braccia. Abbassò la pistola. Tirai un sofferente sospiro di sollievo. «Dimmi solo il perché e ti lascio morire con dignità» «Non… non sono stato io». Si avvicinò. Mi mollò un calcio nello stomaco. Un conato di vomito mi salì su per l’esofago, ma mi trattenni. «Guarda che se ti lascio adesso, i cani arriveranno prima che tu abbia esalato l’ultimo respiro e sono scuro che gli potrà fare solo piacere ingordi come sono gli farà piacere un pasto ancora caldo» «Io…» «Cosa?» «Non…». «Parla più forte, non ti capisco». Si abbassò per sentirmi meglio. Grazie al cielo il sinistro rispondeva ancora. Di scatto gli presi la pistola che teneva mollemente in mano, sicuro di sé e della sua vittoria. Fu un attimo e poi il suo corpo mi cadde addosso. Un fischio penetrante mi riempiva le orecchie. Avevo sparato troppo da vicino. Appena mi sentii meglio me lo tolsi di dosso. Provai a rialzarmi. Ce la feci. Lentamente zoppicai verso l’auto. Dopo poco arrivarono i cani. Mentre loro si rifocillavano io guardavo il tutto con distacco. Era stato un ottimo partner in fin dei conti. Legai uno straccio attorno alla gamba che perdeva più sangue e mi sforzai per restare lucido. Misi in moto. Ci volle un’ora prima che riuscissi a raggiungere il veterinario dove, in casi d’emergenza, io e la banda andavamo a farci “curare”. Non fecero domande. A causa della perdita di sangue rimasi incosciente per diverse ore. Quando mi ripresi un forte senso di nausea mi avvolgeva il corpo. Almeno avrei rivisto l’alba. Era vero, non ero io la talpa e grazie a Jonny non avrei dovuto spartire la refurtiva con nessuno. Sorrisi amareggiato. Il corpo fu rinvenuto grazie ad una telefonata anonima fatta nove ore dopo l’omicidio. Lo riuscirono ad identificare solo grazie al sangue. Del viso non gli era rimasto molto. Quella sera fittai una camera in un motel. Steso, su quel letto sporco, mi accesi una sigaretta. Me la gustai fino in fondo. Sapevo dove era il tesoro quindi non mi restava che godermi il resto della mia vita. Quella notte sognai sangue.

Quando mi risvegliai decisi che era giunto il momento di cambiare paese e nome. Feci una rapida colazione in un bar, ripresi la macchina e partii verso il parco. Mi ci volle circa mezz’ora per trovare il punto giusto e un’ora e mezza per dissotterrare la valigia. Ero in luogo isolato perciò nessuno sarebbe venuto a disturbarmi. Quando l’aprii però era vuota. Quel bastardo doveva aver spostato tutto. Maledetto! Gettai la vanga per terra, furioso con qualcuno di cui già mi ero vendicato, e mi sedetti accanto ad un albero. E adesso? Devo cercarmi un’altra banda? Organizzare un nuovo colpo? Cazzo! Tutta fatica sprecata. Accesi una sigaretta. Un fruscio. «Chi è là?». In un attimo fui circondato da poliziotti. Sollevai lo sguardo al cielo. Quel bastardo me l’ha fatta, non so come ma me l’ha fatta. Non avrei più dovuto preoccuparmi del mio destino, si sarebbero presi cura loro di me. I miei giorni da ladro erano finiti. Sorrisi beffardo.

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