La Finestra Della Volpe

La neve cadeva lenta sulla strada che portava all’Orfanotrofio Tsukiyama. Era notte fonda, una figura avanzava con passo pesante e deciso, stringendo tra le braccia un fagotto avvolto in una coperta grigia. La bambina, di tre anni sbuffava boccate di aria gelida, aveva diritto a un futuro ben più radioso che passare la sua infanzia nel terrore della morte. Hidetoshi, per sopravvivere alla fame, aveva rubato i soldi del pizzo, facendosi trovare steso, gonfio di lividi, in un vicolo; ma qualcuno dell’organizzazione non la bevve.

Così quella sera figure scure e spietate fecero irruzione nella sua casa: il piombo iniziò a scaldare l’aria fino a che venne crivellato dalle pallottole senza pietà; l’ultima in mezzo alla fronte.

Gli uomini della banda della Onda Bianca trovarono i soldi rubati, ma la moglie dell’uomo riuscì a scappare dalla finestra portando con sé la loro bambina. La donna si avventurò per un sentiero fermandosi davanti al cancello di ferro, mentre sentiva il vento salmastro che arrivava dal mare di Aomori. 

«Perdonami, amore mio» sussurrò.

«È l’unica possibilità. Io sono già morta, come tuo padre. Veglierò sempre su di te.»

Bussò tre volte alla porta dopo il cancello e scappò nella neve. Mentre correva per il sentiero, disperata e affannata, in mezzo alla strada i fari di una macchina la abbagliarono; una raffica di colpi la raggiunse alla schiena; agonizzante cadde a terra. La portiera della macchina si aprì, la lama della katana le entrò nella gola tingendo la neve candida di un rosso scuro. Il custode aprì la porta dell’orfanotrofio, trovò la bambina seduta, immobile, avvolta nella coperta e con l’orsacchiotto tra le mani; la mano della bambina stava salutando un’ombra tra gli alberi.

«Come ti chiami?» domandò l’uomo, chinandosi.

La bambina sollevò lo sguardo.

«Aruko.»

Fu così che Aruko Sakamoto entrò nella Montagna della Luna.

Gli anni passarono veloci. Aruko crebbe tra i corridoi di legno dell’orfanotrofio, tra le finestre che scricchiolavano e il profumo di tatami consumato. Era una bambina silenziosa, ma non timida. Osservava e ricordava tutto e, soprattutto, vedeva ciò che gli altri non vedevano.

Osservava sempre le ombre di qualsiasi cosa, le studiava con occhio attento e vigile, senza che nessuno capisse il perché di quello strano comportamento.

Il primo a sciogliere il mistero fu il Sensei.

Si chiamava Hiroshi Tsukiyama, un anziano, con la schiena curva e gli occhi che nel corso degli anni avevano visto ciò che nessuno vedeva. Era il maestro ufficiale, un uomo saggio, di antico rigore e disciplina, legato alle vecchie tradizioni. Un pomeriggio Aruko era fuori dalla struttura, ferma e immobile davanti agli alberi, e il Sensei si avvicinò.

«Tu vedi le ombre, ma non riesci a capire a chi appartengono, se al bene o al male.»

«Vieni con me, adesso ti insegnerò a guardare dalla finestra della volpe.»

Aruko annuì, mentre guardava le mani del vecchio sovrapporsi in una strana posizione.

Il bosco di Tsukiyama era un luogo al quale nessuno dei bambini osava avvicinarsi, ma Aruko camminava tra gli alberi come se le ombre fossero state sempre parte della sua vita. Fu lì che vide Kurokami per la prima volta, attraverso la finestra delle sue mani; l’occhio di Aruko fissava immobile la creatura alta, sottile, appoggiata a un ramo come se non avesse peso. Due occhi bianchi, fessure di luce che la osservavano con curiosità e pazienza.

«È un Kitsune,» disse il Sensei, senza voltarsi. «Ma non come quelli delle storie: lui è uno Yōkai, una creatura che vive tra il mondo umano e quello spirituale.»

«Kurokami vive tra verità e inganno, tra percezione e illusione. Non ha morale, non è né buono né cattivo: sarai tu a plasmarlo secondo la tua volontà» concluse il Sensei

«Adesso appartiene a me» rispose Aruko, mentre riportava le mani lungo il corpo.

Hiroshi la guardò e da quel giorno iniziò a insegnarle ciò che nessun altro avrebbe potuto: non magie, non rituali, ma disciplina, osservazione, silenzio e controllo.

«Il Kitsune non è un animale,» diceva. «È un concetto perduto nel tempo, un dubbio che cammina nel mondo; tu sarai la ragione che illumina quel dubbio.»

Aruko imparò a convivere con Kurokami. Lui appariva e scompariva come un pensiero. A volte si sedeva sul tetto dell’orfanotrofio, immobile, come una statua. A volte si avvicinava così tanto che Aruko poteva sentire il suo respiro freddo sulla pelle. A sedici anni era già diversa dagli altri. Lo si vedeva nel modo in cui camminava, nel silenzio che portava con sé, nella calma e nella disciplina. Il Sensei diceva che era nata con un destino che non apparteneva a quel luogo, e che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a reclamarla.

Una sera, la Onda Bianca circondò l’orfanotrofio e lanciò fiaccole accese contro le pareti di legno. Le fiamme iniziarono a divorare la struttura. Il Sensei, avviato sulla soglia della morte, prese Aruko e le mise in mano un foglio stropicciato: c’era scritto il nome di un porto e la data della partenza di una nave.

Gli uomini della Onda Bianca fecero scempio di tutto ciò che trovavano; volevano essere sicuri che una di quelle anime innocenti strappate alla vita fosse la piccola bambina sopravvissuta anni prima.

Aruko raggiunse il porto, consegnò il biglietto all’uomo con la grande cicatrice sul viso. Senza dire una parola, le fece cenno di salire a bordo mostrando il marchio del Sensei Hiroshi.

Quando la nave attraccò in America, la polizia la fermò per la strada, confusa e infreddolita,  venne portata in un centro sociale. Lì, tra le pratiche e le domande, venne inserita in una lista di minori non accompagnati. In attesa c’era una coppia di donne sposate, che dopo settimane riuscì a ottenere la custodia temporanea.

La donna bionda sembrava uscita dal quadro di un pittore; l’altra, con gli occhi scuri e profondi, aveva il fascino delle dune del deserto persiano. La pioggia aveva iniziato a cadere su New York, la mano della donna dai capelli color grano si tese, mentre quella di sua moglie accarezzò la testa di Aruko. Il mare di Aomori, il piombo, il fuoco e le grida di orrore restavano dall’altra parte dell’oceano.

Aruko alzò lo sguardo verso le due donne e, a bassa voce, disse una parola nuova.

«Casa.»

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Discussioni

  1. Ho trovato particolarmente interessante il richiamo al folklore giapponese nella figura di Kurokami, che sembra incarnare qualcosa di più complesso di una semplice creatura fantastica.
    Mi ha fatto pensare agli Apus della tradizione andina (scusami se vado sempre in fissa), spiriti legati alle montagne, considerate presenze vive, dotate di una propria forza e di un significato spirituale profondo.
    Sono tradizioni molto distanti, eppure entrambe suggeriscono che la realtà non si esaurisca in ciò che possiamo vedere e comprendere razionalmente. Naturalmente, gli Yōkai e gli Apus appartengono a concezioni diverse e nei secondi è centrale il rapporto con il territorio e la sua dimensione sacra.
    Trovo però che il confronto sia molto stimolante perchè siamo, a mio avviso, di fronte a due modi distinti di dare un volto all’invisibile e di riconoscere al mondo che ci circonda una dimensione che va oltre quella materiale.

    1. Mi piace molto il tuo commento perché è molto riflessivo. Per quanto riguarda la tua fissa sulla cultura latina; è anche la mia tranquilla 😀 Questo racconto sarà ben approfondito, nel tempo libero sto mettendo insieme i pezzi per una idea carina. Sempre infinitamente grato Cristiana ❤︎🙏

  2. Ciò che mi colpisce di questa storia è il modo in cui il dolore di Aruko si intreccia con il mistero, senza mai mettere in secondo piano la sua umanità. C’è qualcosa di bello nel ritrovare, tra queste pagine, un’eco di un altro universo narrativo che già conosciamo, come se questa vicenda ne sfiorasse i confini pur seguendo una strada tutta sua. La scrittura ha una forte componente visiva, quasi cinematografica, ma sa anche soffermarsi sui dettagli più intimi, quelli che danno spessore ai personaggi senza bisogno di troppe spiegazioni.

    1. Ciao Cristiana, sono molto felice che il racconto ti sia piaciuto, ti ringrazio molto per la tua analisi sempre accurata e piena di ispirazione per il futuro. ❤︎

  3. Ciao Skoll. L’immagine di Aruko che osserva le ombre e il rapporto con Kurokami sono le cose che mi hanno incuriosito di più. Avrei voluto soffermarmi maggiormente su questa parte della storia, che secondo me aveva davvero tanto da raccontare. Bello anche il contrasto tra la violenza dell’inizio e quella semplice parola finale: «Casa».

  4. Ciao Skǫll! La delicatezza di questa storia mi è piaciuta particolarmente 👏🏻 Ho già intuito che questo è una specie di spin-off del mondo di Ksena e Cassandra, se non addirittura il prologo o l’integrazione di qualche nuova storia. Aspetto novità 🤗

    1. Ciao Nicholas, grazie mille per aver apprezzato. Il progetto è di far partire la serie a tema, vediamo cosa esce fuori 😀 sempre grazie del tuo tempo 🙏

  5. Buongiorno Skǫll, è la prima volta che mi immergo in una narrazione legata alla tradizione giapponese e devo dire che mi è piaciuta molto. Ho apprezzato il percorso di Aruko, un personaggio forte che riesce a rialzarsi nonostante le tante sofferenze affrontate. La storia intreccia con naturalezza elementi drammatici e soprannaturali, mantenendo viva la curiosità per tutta la lettura. Molto bello anche il finale, che lascia spazio alla speranza e a un nuovo inizio.

    1. Ciao Cesare, ti ringrazio molto del tuo commento. Questo capitolo sarebbe dovuto essere più ampio nella narrazione, ma per via del limite delle parole ho dovuto concentrare gli eventi. Il brano mi è quasi riuscito per come lo avevo in mente, a tratti forse è un pò compresso ma per il momento va bene così. Sto lavorando ad uno sviluppo narrativo, grazie infinite per il tuo tempo 🙏

  6. Le due donne che ottengono l’affidamento mi ricordano un po’ Cassandra e Ksenia…che siano loro? Chissà 🙂 Comunque sia, complimenti per le tue storie, che hanno sempre un grande fascino!

    1. Ciao Maria 🙂 felice che ti sia piaciuto il brano, apprezzo molto il tempo che mi dedichi sempre. Questo racconto ha un preciso motivo, credo che tu abbia capito 😀

  7. Stai intrecciando abilmente le mitologie di varie culture. Per un attimo mi è sembrato, senza alcuna intenzione di irriverenza, di vedere una strage degli innocenti al femminile con conseguente fuga in Egitto. Quanto alle madri adottive di Aruko, mi ricordano qualcosa. Bravissimo, Skǫll!👏👏👏

  8. L’ultima parola del racconto, “Casa”, è la sintesi perfetta. Una parola nuova.
    Concordo con chi ha commentato prima di me che il racconto merita uno sviluppo più ampio ed è ottimo il fatto che, come dici, ci stai lavorando.

    1. Ciao Antonio, grazie mille del tempo che mi hai dedicato. Sì, questo sarà un progetto ben più ampio nelle corde horror, ho solo preparato il terreno 🙂 Grazie ancora

  9. L?hai catalogato come horror, ma è una storia non così spaventosa: non più di quanto potrebbe esserlo una storia di mafia americana di fine Novecento, insomma. E’ un peccato che i limiti imposti dal sistema abbiano così “compresso” il racconto: che forse meritava uno sviluppo più ampio, ma non è colpa tua, ovviamente.

    1. Ciao Sisu, grazie del tuo commento. Questo è solo l’inizio, purtroppo il limite delle parole come hai giustamente scritto ha il suo peso. Lo sviluppo più marcato e deciso è in corso 😉. Grazie per la tua osservazione