La firma di Natalina
Cé aveva quattro anni o poco più e una fame insaziabile di storie, le chiedeva alla madre e, quando non veniva accontentato, andava dalla zia Ersilia, che aveva escogitato un sistema infallibile per liberarsene: gli raccontava sempre la stessa filastrocca.
«C’era una volta un re seduto sul canapè che disse alla sua serva: “Raccontami una storiella”. E la serva cominciò: “C’era una volta un re seduto sul canapè …”»
Di solito Cé resisteva per qualche istante, sperando che la storia prendesse finalmente una direzione diversa, poi tornava da sua madre quasi in lacrime, sconfitto da quella spirale senza uscita.
Ma la maggior parte delle volte nessuno aveva tempo di raccontargli le favole. La madre lavorava in casa come sarta e, tra il cucito, la spesa e la famiglia, le giornate sembravano consumarsi in un soffio.
Milena studiava, mentre il fratello maggiore passava molto tempo dalla nonna e dallo zio, con cui condivideva la passione per la pittura.
Così principesse addormentate, fate e animali fantastici restavano chiusi tra le pagine dei libri, in attesa di qualcuno che li liberasse.
Fu allora che Cé chiese di imparare a leggere; lo chiese una volta, poi un’altra e un’altra ancora, voleva arrivarci da solo, alle storie.
Sua madre era una donna pratica, ma capace di vedere poesia nelle cose più semplici, passava ore alla macchina da cucire sistemata accanto al grande finestrone della cucina, il punto della casa dove entravano insieme la luce e le stagioni.
Da lì si vedevano le colline cambiare colore durante l’anno e il profilo del San Vicino apparire ogni giorno diverso.
A volte interrompeva il lavoro e chiamava i figli. «Venite a vedere, poco fa quella nuvola sembrava un angelo, adesso è diventata un drago.»
Oppure indicava il monte imbiancato e diceva: «Ha messo il cappello.» Poi sorrideva e aggiungeva:
«Quando il monte mette il cappello, vendi la capra e compra il mantello.»
In paese il tempo si misurava ancora con i rintocchi dell’orologio della piazza e spesso la madre, assorta nel lavoro, domandava: «Quanti colpi ha suonato? Due o tre? Guardate l’orologio, tra poco torna vostro padre e io non ho ancora preparato il pranzo.»
Un giorno, stanca delle continue richieste di Cé, si voltò verso Milena.
«Insegnagli tu, quando studi, fallo stare vicino a te, scrivigli le lettere dell’alfabeto e fagliele copiare, piano piano insegnagli così la smette.»
Milena sbuffò.
Cé, invece, ascoltò quelle parole come una promessa.
Le lettere gli furono ostili per poco. All’inizio sembravano segni capricciosi che si rifiutavano di stare al loro posto, ma lentamente presero forma sotto la sua mano incerta e finirono per appartenergli. Le parole non erano più soltanto qualcosa da ascoltare: adesso poteva inseguirle con gli occhi, fermarle sulla pagina e scoprirne il significato da solo.
Da quel momento i fogli sparsi per casa non gli parvero più misteriosi. C’erano nomi, numeri e frasi che finalmente riusciva ad afferrare.
Fu proprio in quel periodo che arrivò nel condominio Natalina. Era tornata da poco dall’Argentina e portava con sé racconti di lavoro, di lontananza e di avventure che agli occhi di Cé sembravano immense. Aveva mani grandi, segnate dalla fatica, e quando parlava delle fazendas e del viaggio attraverso il mare sembrava che il mondo si allargasse oltre le colline di casa.
Eppure c’era una cosa che non sapeva fare: quando doveva firmare metteva una croce.
Raccontava di quanto le pesasse presentarsi all’ufficio postale con un testimone per ritirare la pensione e di quanto fosse umiliante dipendere dagli altri per un gesto tanto semplice. Più della fatica la feriva lo sguardo di chi osservava quella croce senza dire nulla.
Un giorno sentì Cé e Milena discutere.
«Adesso sei capace» protestava la sorella. «Leggi e scrivi da solo. Lasciami stare.»
Natalina guardò verso la macchina da cucire. «Se sa leggere e scrivere, può insegnare a me a firmare.»
La madre alzò appena lo sguardo dal lavoro. «È ancora piccolo.»
«Piccolo sì. Ma magari ci riesce.»
Cé non disse nulla, sentì soltanto qualcosa muoversi dentro di sé, perché per la prima volta un adulto gli affidava una responsabilità vera, poi lui voleva bene a Natalina.
Quando lo prendeva in braccio gli raccontava dell’Argentina e delle sue immense distese. Una volta gli aveva spiegato che gli italiani laggiù venivano chiamati tani e che certe proprietà erano così grandi da sembrare estese, come dal finestrone della cucina al profilo del San Vicino.
Il giorno della prima lezione Natalina lo fece sedere sulle sue ginocchia, lei rideva già.
Cé no, era serio come sanno essere seri soltanto i bambini quando prendono sul serio quello che fanno.
Provò a stringerle una mano tra le proprie, ma non riuscì nemmeno ad abbracciarla tutta. Era una mano grande, ruvida e consumata dal lavoro, con pazienza le sistemò le dita e guidò quel primo movimento sul foglio.
Per qualche tempo usarono una vecchia agenda; quando finirono le pagine continuarono a scrivere sul retro di un calendario di Sant’Antonio da Padova.
Passarono i giorni e poi le settimane, Natalina rideva ogni volta che Cé la correggeva, ma non rinunciava mai.
Le curve si spezzavano, le lettere traballavano e il nome sembrava sciogliersi prima ancora di prendere forma, ma ogni giorno la sua mano diventava un po’ più sicura.
Una mattina andò all’ufficio postale per ritirare la pensione e, quando l’impiegato le porse il modulo, rimase immobile davanti a quello spazio bianco.
Per anni vi aveva lasciato soltanto una croce, per anni aveva avuto bisogno di qualcuno che garantisse per lei.
Quella volta prese la penna ed esitò, poi scrisse lentamente: «Natalina.» Una lettera dopo l’altra, da sola.
Guardò il foglio, non era una bella firma, le lettere pendevano in direzioni diverse, come se ognuna seguisse una propria strada, eppure era il suo nome.
Quando tornò a casa non disse nulla, entrò in cucina, dove la madre di Cé stava cucendo vicino al finestrone. Sul tavolo c’erano forbici, rocchetti di filo e il vecchio calendario consumato dagli esercizi.
Natalina appoggiò la ricevuta della pensione accanto alla macchina da cucire.
«Guarda.»
Cé osservò quelle lettere in silenzio, erano storte, qualcuna incerta, ma ostinate tutte.
Natalina gli passò una mano tra i capelli, fuori, il sole del pomeriggio illuminava le colline e il profilo del San Vicino.
Sul tavolo c’era una firma tremante.
Sembrava poca cosa.
Eppure per anni era stata una croce.
Adesso era un nome.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Una storia toccante, di amicizia e di formazione: quelle piccole cose che adesso sembrano scontate, ma che una volta non lo erano affatto.
Una curiosità: dove si trova questo “San Vicino”?
E’ una montagna che si trova nelle Marche, e che gli antichi romani legavano a Giano bifronte, si vedeva dalla finestra della casa dove abitavo da bambino
Mi è piaciuto molto questo racconto, soprattutto per la delicatezza con cui riesce a trasformare un gesto apparentemente semplice in qualcosa di profondamente significativo.