La foto – primo tempo

Serie: Storie da primo e secondo tempo


– Adilson Maria Sanchez?

– Sono io, ma chi parla? 

– Ha ricevuto la foto? – rispose una voce di donna

– Ah è lei che me l’ha inviata? E ha pure il coraggio di chiamare! Voglio il suo nome, perché è stato davvero uno scherzo di cattivo gusto!

– Mi perdoni dott. Adilson, ma non si tratta di uno scherzo, e il cellulare dal quale la sto chiamando ne è una prova. Lo ha riconosciuto il numero? 

– Cosa mi sta dicendo? Ma…cosa avete fatto a mio nonnoPerché è bendato! – dissi angosciato, verificato il numero

– Ha letto anche il messaggio sotto la foto? – insistette la donna. 

– Si, certo che l’ho letto! Ma prima voglio sapere di mio nonno Adilson, sta bene? Me lo dica!


Mio nonno Adilson. Ho il suo stesso nome ed è dilaniante pensare a lui ogni volta che qualcuno mi chiama. Anche se non sono in molti a farlo. Chi mi cerca non è a conoscenza del mio passato. Se sapessero, forse, comprenderebbero meglio del perché questo giovane medico di quarant’anni, fosse così dedito a se stesso, poco generoso, molto richiesto per chirurgie al limite del possibile, maniacale nel lavoro, duro e fin troppo diretto con i pazienti. Più volte mi accusavano di non avere dei sentimenti. E forse avevano ragione. Questione di carattere, o forse semplicemente dal luogo dove Dio ha deciso di farti nascere. Il mio? Il Brasile, precisamente a Rio de Janeiro in una famiglia poverissima con cui avevo deciso di non avere più contatti. Non facevo più parte di quel mondo e di sicuro non mi mancava, tranne che per una persona, mio nonno. Quanto avrei voluto poterlo chiamare ora! 

Quando decisi di andar via da Rio, regalai a nonno un cellulare con i soldi che io e il mio amico Andreas avevamo racimolato srotolando per mesi striscioni pubblicitari ai semafori. Nonno mi aveva sorriso, aveva preso il cellulare fra le mani e lo aveva chiuso nel cassetto del comodino. Avevo sedici anni e all’epoca ci rimasi malissimo. La mattina della partenza scoprii che in realtà lo stava usando ma in modo diverso. Tenendolo acceso per guardare ogni tanto l’orologio, ma soprattutto la foto impostata come sfondo: io e mio nonno abbracciati di fronte alla nostra casa, una baracca come quelle vicine, sospesa su di una collina che si intravedeva appena. Tutte arrampicate nel medesimo punto, come per evitare di scivolare in un mare infestato da squali affamati. 

Nascere in una favelas è farlo con la camicia di forza. Tutto è sopravvivenza, è limitazione. Confini invisibili e regole non scritte, che ognuno impara a riconoscere fin da piccolo. Anche le amicizie vi nascono in modo diverso. Non con il classico “come ti chiami”, ma col mostrare il cellulare al tuo futuro migliore amico. E se lo avevi e la marca era buona, ti eri guadagnato il consenso, l’immediato rispetto. Anche se di quella parola, nessuno te ne avrebbe mai spiegato il vero significato. 

Cresci, e a dieci anni sei già grande. Pensi ad una vita cercando una via diritta, ma poi la osservi inerme scorrere in quei vicoli mentre si ingarbuglia, forma nodi, crea matasse enormi, la vedi spezzarsi negli angoli d’improvviso e così spesso, che a quell’improvviso oramai non ci fai più caso. Non sembrava ci fosse una strada diritta dove farla passare, la vita. O forse era ben nascosta dall’asfalto, che soffocava quella terra rosso ruggine, da dove provenivamo tutti, ma che a stento riusciva a regalare sorrisi; se non in quel carnevale, che poi finiva per allargare le ferite; in un pallone che non smetteva di rotolare su quelle spiagge immense, finendo in quel mare azzurro dal quale sembrava fossi destinato solo a riceverne il sale, che le brucia le ferite, e trasforma i sorrisi in un’ unica smorfia. 

Ma tutto ciò in quella foto tra me sedicenne e mio nonno non traspariva. L’affetto in quell’abbraccio era troppo potente e la inondava di luce. E fu proprio la spinta del suo amore che mi dette il coraggio di partire così giovane, con il sogno di ritornare vincente e liberare il nonno e tutti altri dall’incubo. Poi le cose cambiano, tu cambi. E quella foto è tutto quello che cerchi di non ricordare. Quella foto in quel cellulare chiuso nel comodino di mio nonno, come il più prezioso dei gioielli in una cassaforte. Quel cellulare che immaginavo dolcemente silente, fino a sta sera.

– Allora signora? Mi risponde? Come sta mio nonno? Cosa volete da me! Parlate vi prego! – chiesi con voce malferma, ma la donna rimase impassibile

– Dott. Adilson mi ha detto che lo ha letto il messaggio no? Ma dalle sue parole a me non sembra. Vogliamo dei soldi. Per guarire suo nonno.

– Guarire? Signora adesso basta, passatemi al telefono mio nonno, e …fatemi sentire dalla sua stessa voce se ha bisogno di soldi per “guarire”! Un momento, ma sei Fabiola vero? Fabiola sei tu? Pronto! 

– Ahhh que bom! Bene, meu amor! Sei tu lo studioso, comunque “guarire”, inteso come non farlo morire, entendeste? Se tu enviar rapido el dinheiro all’iban que ti ho scritto sotto la foto tranquilo, ti ci faccio parlare! Caso contrario… ti do una semana, tanto non hai problema de dinheiro no? Anzi, dieci giorni, e non gli succederà niente, ok? Até logo! – disse Fabiola chiudendo la telefonata.

– Fabiola, come ho fatto a non pensarci subito! E ora che diamine devo fare!

Guardai il crocefisso appeso alla parete in fondo al salotto. Non ero mai stato credente, in questo ero diverso da mio nonno. Il primo giorno che arrivai in Italia, mi ripromisi di rimuoverlo, ma quel crocefisso era posto così in alto sulla parete, che alla fine lo lasciai lì per pigrizia. O forse perché in fondo ero ancora in debito con il prete che mi aveva portato qui. Successivamente lo staccai per portarmelo nella nuova casa. Mi ci ero affezionato, mi piaceva farlo partecipare ai miei successi, al mio conto in banca che cresceva senza una sola elemosina. Mi piaceva dirgli che non ero più povero! Ora però, il suo giudizio mi opprimeva. 

No, non avrei mai sborsato tutta quella cifra dilapidando il mio patrimonio, neanche per mio nonno! Mi girai e sedetti dando le spalle al crocefisso. Presi a fissare la parete opposta con l’enorme orologio che avevo preso in uno dei miei viaggi a Londra ad un’ asta. Era di una vecchia ferrovia dismessa, solo ora mi domandai quanto valore veramente avesse. 

Il ticchettio deciso dell’orologio riempii la stanza, e il tempo. Guardai quel laureando sullo sfondo del mio Iphone, finché il giorno non filtrò dalla finestra, mentre il mio cuore entrava nel buio.


Mio nonno andava al Cristo Redentore ogni primo venerdì del mese. Ricordo che anche la volta del mio primo ritorno a casa, non mancò all’appuntamento. Avevo bramato di recuperare il jet lag dormendo tutta la mattinata. Una mano invece mi accarezzò la testa e mi svegliò presto. E così scoprii quell’abitudine, che nonno Adilson aveva preso dal giorno in cui lo avevo salutato, dieci anni fa. 

Così nonostante la stanchezza, lo accompagnai volentieri sulla sommità del Corcovado. Fu così felice di portarmi con sé e non mancare all’appuntamento. Ringraziò Dio per quel miracolo, anzi due. Ero tornato, ed ero medico! Guardai con tenerezza quel viso e quegli occhi vispi brillanti di affetto e di orgoglio per suo nipote. Guardai quelle mani ossute deporre ai piedi del Cristo, il mio cappello di laurea. Quello che il giorno prima avevo sventolato in aria, una volta arrivato a pochi metri dalla nostra piccola casa, in fondo alla nostra piccola via polverosa, per arrivare di fronte al mio piccolo grande nonno in lacrime. 

Festeggiammo il mio arrivo con il mate ghiacciato. E furono tanti i brividi che percorsero la mia schiena, ad ogni viso famigliare che si avvicinava all’uscio di casa con il suo termos, e la sedia nell’altra. E il cerchio che formammo arrivò fino in fondo la strada! Fu bello. E triste nel contempo, constatando che molte di più erano le persone, che avevo lasciato giovani e sempre lo sarebbero rimaste. Morte di una morte, che una volta avrei considerato “normale”. 

Altre persone vennero poi a salutarmi. Amici che avevo riconosciuto a stento, coetanei, che nell’aspetto dimostravano il doppio degli anni; visi consumati, storie, che con il passare dei giorni smorzarono il mio entusiasmo, il sogno di aprire un ambulatorio nel quartiere, iniziare a portare il futuro che avevo visto possibile al di là dell’oceano. Ma avevo dimenticato le regole, avevo dimenticato come fosse qui. E decisi di dimenticare di poterli salvare.  

Non rividi più mio nonno, né il resto della famiglia. Tagliai i ponti, faceva troppo male. Come adesso. Tutto il dolore riemerse. Presi un sorso di mate e piansi, guardando quella benda nera che copriva gli occhi di mio nonno. Scusami nonno se ti ho abbandonato, tu che sei stato come un padre per me! Scusami se mi sono allontanato e ubriacato di soldi, di fama, di ego, per non pensare. Fabiola, come hai potuto farlo! Nonno, io… io, non posso tornare indietro capisci, mi capisci? 

Spensi il cellulare, il cercapersone, il laptop e tornai a letto.

(fine primo tempo)

Serie: Storie da primo e secondo tempo


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Maria Anna, mi sono emozionata nel leggere il tuo brano. Non puoi saperlo, ma sono vissuta per qualche anno a Caracas: lontana dai “barrios”, le casupole buttate su alla meglio che alla prima pioggia torrenziale cadono giù come un castello di carta. Quando per sbaglio ti ritrovi a passare di lì in auto, perchè hai equivocato la strada, te ne scappi via di tutta fretta. Eppure, quanta vera umanità si respira fra il disagio e la povertà. La vita lì è davvero dura e il meccanismo che hai voluto innescare nel tuo protagonista, la difesa da tutto ciò, non è affatto strano. Vado a leggere la seconda parte

    1. Ciao Micol, grazie veramente, per avermi raccontato un tuo piccolo pezzo di vita! Vivere a Caracas non deve esser stato facile. Son quelle città magiche e tragiche al tempo stesso.
      Grazie per aver letto e commentato così!!! Grazie!!! Esser riuscita a rendere il tutto credibile per chi ha il tuo vissuto, vale il doppio per me…