La foto – secondo tempo

Serie: Storie da primo e secondo tempo


Rimasi sul divano fino a sera senza avere la forza di alzarmi. Chissà cosa pensava mio nonno di me. Forse niente, alla fine lo avevo deluso. Ero tale e quale a mio padre! Di lui infatti ho solo un’immagine, l’abbandono. Ricordo il suo saluto, il suo bacio sulla mia fronte. In contrasto con la rabbia di mio nonno, il tremore del suo petto, mentre mi aveva in braccio, le urla di mia sorella attaccata al seno di mia madre. Non mi resi conto subito di ciò che stava accadendo. Avevo cinque anni. 

Neanche una settima dopo arrivò la notizia del suo arresto alla dogana per traffico di droga. Mio padre era una pedina importante e i poliziotti argentini cercarono di convincerlo a fare una deposizione in cambio di uno sconto di pena. La mattina seguente lo trovarono morto in cella. E il giorno stesso persi anche mia madre, raggiunta da un proiettile in testa, mentre tornava dal mercato. 

Già, mio nonno non ci fece solo da padre, ma anche da madre. E nei suoi occhi non vidi mai la paura. 

Adilson tentò di proteggerci in tutti i modi. Fu il mio eroe, e crescendo cercai di imitarlo evitando i soldi facili, pregando con lui quel Dio, che io sentivo ancora distante, ma che si palesò in qualche modo. Mio nonno mi affidò a quel prete, per il mio bene. Lo avrebbe fatto anche per mia sorella, ma gli eventi resero impossibile un secondo soccorso. 

Fu così che Fabiola e io prendemmo strade diverse. La mia era diversa. La sua era l’unica, che gran parte delle ragazze nel barrio intraprendevano. Sposò un capoclan. Scappò di casa a 14 anni per sperare in qualcos’altro, che non fosse questo! Nonno invecchiò di colpo. Ebbe molti problemi di salute quell’anno, il dolore li fece emergere tutti assieme, ma non perse mai la speranza. Fabiola mi chiamò solo alla nascita della sua prima figlia, ma fui freddo e distante, non la sentii più. 

Avevo dimenticato la sua voce, al telefono infatti non l’avevo riconosciuta subito. Era cambiata, non era più lei…la mia sorellina…  Ripensai alla minaccia, alla bocca che l’aveva pronunciata, a mio nonno. Fu troppo. Sentii una fitta al cuore. Mi alzai con fatica andando verso il tavolo, ma invece del cellulare riuscii ad afferrare solo il pizzo della tovaglia. Rovesciai sul pavimento, assieme agli oggetti. 

Pensai a quel bastardo di suo marito. Gli sarebbe bastato poco per far del male al nonno. Carlos fin da piccolo trattava tutti come merce. Dieci giorni di attesa per lui erano fin troppi. Se non fossero arrivati subito i soldi sul conto, avrebbe iniziato col gonfiare di botte Adilson per sfogarsi, lasciandolo vivo quanto bastasse per mantenere la parola. Chissà se Fabiola si sarebbe opposta o avrebbe lasciato fare? Al pensiero sentii un’altra fitta al cuore, questa volta più forte, sentii quasi il rumore del suo spezzarsi. 

Cercai di raggiungere il cellulare sotto la sedia. Svenni più volte.


L’ambulanza venne e mi prelevò da casa con codice rosso. L’intervento fu tempestivo alla chiamata, ma ero lì da troppo. Mi ricoverarono in terapia intensiva. Ero grave. In un momento di lucidità comandai agli infermieri di portarmi il cellulare. Chiamai la banca e riuscii a farmi passare il direttore. Fra cinque giorni avrebbero avuto i soldi, tanto a me non sarebbero più serviti. Avevo visto milioni di casi come il mio. Non sarei sopravvissuto, un ictus fatale mi avrebbe presto devastato il cervello. 

Salutai il direttore con un monosillabo, mentre lo ascoltavo ribattere con l’ennesimo grazie per aver salvato suo padre. Fortunatamente sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei sopportato. Sul conto corrente mi sarebbero rimasti 50.000 euro per il mio funerale, e nel portafoglio vuoto un biglietto aereo di cui non avevo mai chiesto il rimborso. 

Guardai il crocefisso con soddisfazione. No, ci sarebbe voluto un miracolo! 


Due settimane, è il tempo che ci volle per rimettermi in sesto. Leggendo la mia cartella clinica, constatai che furono numerose le volte in cui sfiorai la morte. I valori raccontavano di un fisico provato, tempestato da infarti sempre più potenti e da ischemie. Non mi ero fatto mancare niente! Contai gli interventi con il defibrillatore. Potevo dirmi resuscitato! Per di più senza alcun danno, neanche al cervello. Tranne qualche disturbo temporaneo di memoria. 

Chiamai subito l‘infermiera del reparto e le comandai di togliere il crocefisso dalla parete, ma la ragazza era una nuova e non sapeva con chi stava parlando. Mi guardò stranita e richiuse la porta. Io gli occhi, ero ancora debole. 

Al risveglio il giorno dopo, Lui, lo trovai ancora li. Mi accanii sul bottone talmente tanto che non mi stupii della comparsa di più persone nella stanza, ma del fatto che non erano ne infermieri, ne dottori. D’improvviso ricordai tutto.

– Ola meu irmão!  – sbigottito guardai Fabiola avanzare verso il mio letto. Mi presentò le sue quattro figlie, poi mi pregò di rimanere in silenzio. Chiese ad Ana la più grande di accompagnare le altre al distributore automatico per una merenda. Appena uscirono Fabiola mi prese le mani, e si scusò per quanto mi stava per dire. 

Era in fuga, questa volta da casa di suo marito, che mai aveva sentito come sua. Aveva resistito alle violenze, agli insulti, aveva subito di tutto in quegli anni, purché non mancasse il cibo alle sue figlie. Finché Carlos, un giorno riversò la sua furia su Ana dandole ripetuti calci in pancia. Fabiola ebbe un sussulto. Il ricordo le stroncò la voce. Bevve un sorso d’acqua e si scusò, quell’immagine era troppo dolorosa.

Dopo l’accaduto disperata, aveva incominciato a pensare ad una soluzione per uscire fuori da quell’incubo, ma non trovò nessuno disposto ad andare contro Carlos. Per scappare non le sarebbe bastato varcare il confine con le figlie. Lui aveva amicizie ovunque, bisognava lasciare il Sud America. Ma ci sarebbero voluti parecchi soldi per organizzare i voli e la scomparsa della sua intera famiglia! E il conto di Fabiola era vicino allo zero, ci sarebbe voluto troppo tempo per risparmiare sulla somma che il marito le concedeva per gestire la famiglia. E lei non lo aveva, presto Carlos lo avrebbe rifatto di nuovo. Nessuno doveva toccare le sue figlie! Così pensò a me, e quella sera, trovò finalmente il coraggio di chiedermi aiuto, anche se alla sua maniera. 

Aveva scattato lei la foto al nonno, che aveva posato, ignaro. Lo aveva fatto sedere e gli aveva messo la benda sugli occhi prima di farlo giocare a mosca cieca con le più piccole. Fu la parte meno difficile. 

– Trovai Adilson molto provato. Mi rispose che da solo non aveva bisogno di tanto cibo. Prima di partire ho fatto di nuovo un salto da lui, e ho lasciato un poco dei tuoi soldi, si? Non troppi perché nonno non pensasse li avessi rubati ahahah! Pobre meu Irmão! Perdoa-me! Como estas? All’inferno e ritorno verdad? Mi abbracciò ridendo. No te preocupe, nonno Adilson esta bene! Te aspetta a Rio, e ti saluta tanto!

– Certo, Fabiola, io non capisco, il perché della messa in scena! Mi potevi dire che eri in difficoltà! – le dissi con impeto

– Davvero mi avresti creduto? O solo ascoltato? Dopo tanti anni avresti sborsato tutta quella cifra, solo con una telefonata? Eh? Es muito dinheiro, non ero neanche segura li avessi. Ma ero segura che amavi tanto al nonno! Que bom meu Irmão Adilson!

Non risposi, non sollevai gli occhi, lasciai che mi stringesse forte, sperando di soffocare in quel profumo di vaniglia, di rimanere per sempre in quel letto di ospedale che stava salvando tutti. Non meritavo neanche un accenno di quell’abbraccio. 

Sorrisi a Fabiola, aspettando il foglio di uscita dal caposala. Finalmente ero libero! Ero vivo, felice! E di nuovo povero. Diciamo. Fortunatamente oltre alla cifra per il mio non-funerale, avevo ancora una macchina. E una casa muito grande da condividere! 

Misi le scarpe e uscii dalla stanza. Tornai sui miei passi, mancava qualcosa. Aprii il cassetto del comodino, riappesi il crocefisso. 


Il rimborso del biglietto non valeva nei weekend, a dire il vero non me lo dovevano neanche, ma conoscevo un collega che aveva il fratello in Alitalia. Così partii il primo giorno disponibile. L’indomani sarebbe stato venerdì, il primo del mese. 

La calura si sentiva già di mattino presto. Feci colazione e raggiunsi Adilson in veranda. Facemmo un selfie, e mentre cambiavo lo sfondo di quel vecchio cellulare, sentii una pacca sul collo. Ero ancora in pigiama e mio nonno mi chiese di sbrigarmi, non voleva arrivarci con il sole a picco!  

Mi misi in coda alla biglietteria. Guardai mio nonno conversare con il capostazione – Um bilhete por favor – Scoprii che i signori che gestivano la ferrovia del Monte del Corcovado lo avevano ormai esentato dal biglietto – Senhor, senhor? Com, ou sem acesso ao elevador?

Per tutti i 222 scalini, fissai la sagoma di mio nonno precedermi, e all’occasione sparire dietro un turista. Aveva il passo di un atleta. Ogni tanto sostava per permettermi di recuperare, mi incitava e subito dopo ripartiva. Arrivai in cima senza fare uno stop, ero esausto. 

Nonno mi guardò salire gli ultimi gradini raggiante. Lo abbracciai forte, poi guardai in alto la grande statua del Cristo Redentore. Allargai le braccia e feci pace.

Fine

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Con questa storia, che ha dell’avventuroso, ti sei allontanata dal tuo genere, o almeno da quello con cui ti ho conosciuta. È toccante, si percepisce la forza dei legami famigliari. Ma cosa ti ha ispirato?

    1. Ciao Tiziano, grazie!!!
      Per quanto riguarda la domanda, è difficile risponderti brevemente. In sintesi: la mia famiglia e la foto che ho postato. L’ho scattata in Paraguay tre anni fa…pensi di sapere tutto sulla povertà, tanti i documentari…invece non ne sai proprio niente! Un esperienza di vita.