La foto
Nubi nere. Tuoni. Odore di cemento caldo. Antonio continuò a camminare senza fretta, la visiera del berretto ben calata sulla fronte. L’afa tagliava il respiro. In lontananza le chiome degli alberi si piegavano annunciando il vento fresco del temporale. Quando raggiunse il grande portone scuro, il sudore gli annebbiò la vista. Si passò il dorso della mano sugli occhi per poter vedere l’elenco dei nomi sul campanello. Girò la testa a destra e sinistra per accertarsi che la strada fosse deserta. Posò a terra il grosso borsone giallo che gli aveva bagnato la schiena. Ne estrasse dei guanti in lattice che faticò a far aderire alle dita. Suonò il campanello.
«Chi è?» chiese una voce maschile dopo un attimo di attesa.
«Pizza» rispose Antonio.
«Secondo piano» disse ancora la voce subito prima di aprire il portone.
L’androne del palazzo era ampio, ed elegante. Odore di calce e stucco. Antonio iniziò a salire lentamente la grande scalinata, un passo dietro l’altro sui bassi e profondi scalini in marmo. Al secondo pianerottolo due porte. Una piccola telecamera in alto a sinistra. Antonio si sistemò la visiera e si diresse senza esitazioni alla porta di destra. Suonò nuovamente il campanello e appoggiò il borsone sullo zerbino. L’uomo aprì la porta in vestaglia da casa. Antonio lo fissò per qualche secondo. Gli stessi occhi scuri leggermente tristi della foto.
«Buongiorno, una capricciosa e una margherita, corretto?» disse calmo con tono piatto.
«Corretto» rispose l’uomo.
Antonio spinse leggermente il grosso borsone tra la porta e il montante prima di inginocchiarsi per aprirlo. Si alzò velocemente. La pistola nella mano destra. Un colpo sordo. Il proiettile si conficcò nella fronte dell’uomo che si afflosciò a terra poco distante dall’ingresso. Passò sopra il corpo dopo aver raccolto il piccolo bossolo. Con passo sicuro si diresse in camera da letto. La ragazza non si accorse di nulla. Nemmeno il tempo di alzare lo sguardo dal cellulare. Un altro colpo sordo.
Antonio raccolse il secondo bossolo. Si chiuse la porta alle spalle e, raccolto il borsone, ripercorse lentamente le stesse scale. Arrivato al portone indossò la pesante cerata grigia. Quando uscì in strada la pioggia cadeva incessante. Si avviò lentamente tra i vicoli bagnati. Cambiò vari mezzi sbarazzandosi del borsone, della cerata e del cellulare usa e getta. Prima di gettare anche quello inviò un ultimo messaggio:
«Foto consegnata».
Quando uscì dalla metropolitana con un piccolo zaino in spalla il temporale si era placato e una leggera pioggia bagnava la coppola che portava in testa. Quando raggiunse il portone di ferro suonò il campanello senza guardare.
«Chi è?» chiese una voce femminile dopo un attimo di attesa.
«Antonio» rispose mentre il portone veniva aperto.
Entrò nel piccolo androne. Odore di chiuso e muffa. Salì le scale velocemente fino al secondo pianerottolo. La porta era socchiusa. Si tolse le scarpe bagnate e entrò nel piccolo ingresso. Appese il trench e la coppola al gancio vicino all’entrata, le scarpe nella scarpiera.
«Buongiorno, Elsa» disse alla donna che uscì dalla stanza in fondo al corridoio.
«Bentornato, Dottore» lo salutò la donna porgendogli le ciabatte.
«Novità ?» domandò alla donna.
«Tutto tranquillo, nessuna novità » rispose lei raccogliendo le sue cose.
«Bene, passi una buona serata.»
«Anche lei, Dottore» si congedò Elsa uscendo dalla porta.
Antonio si diresse al bagno. Il silenzio interrotto da un ronzio ovattato. Si guardò allo specchio, le mani appoggiate al vecchio lavabo in ceramica. I corti capelli bianchi iniziavano a diradarsi. Due profonde rughe a segnare gli occhi. Si sciacquò il viso con acqua fresca prima di spogliarsi e infilarsi sotto la doccia. Si vestì velocemente. Quando entrò nella stanza in fondo al corridoio, da cui era uscita la donna, si diresse alla finestra per aprirla. La corrente fresca portata dal temporale pulì l’aria. Il ronzio ritmato nelle orecchie. Si girò, Anna era lì. La maschera dell’ossigeno annebbiata sulla bocca. Il corpo consumato sotto il leggero lenzuolo. Le si sedette a fianco. Una leggera brezza gli gelò la schiena. Anna aprì le palpebre lentamente. Gli stessi occhi chiari, leggermente tristi, della foto sul comodino.
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