La gara della vita

L’odore del cloro era molto più forte di quanto si ricordasse. All’inizio gli sembrò di non riuscire a respirare ma poi si abituò e quell’odore, per anni così familiare e così presente in tutto il suo corpo, lo tranquillizzò.

Lo guardavano. Bisbigliavano al suo passaggio, i più piccoli lo indicavano e questa volta non era più il cloro ad impedirgli di respirare. Si sedette nella tribuna degli atleti, decine di ragazzi e ragazze che non avevano trovato posto negli spogliatoi pieni si cambiavano veloci per correre in acqua a riscaldarsi. Lui invece restò immobile al suo posto sperando di passare inosservato. Il suo desiderio si avverò. I ragazzi parlavano delle gare imminenti, dei tempi, trucchetti da fare in partenza o all’arrivo e consigli per delle virate più rapide, studiavano i propri avversari delle altre squadre, divenuti ormai amici dopo anni di gare insieme. Si conoscevano tutti. Tutti conoscevano lui ma lui non conosceva nessuno.

Eppure, conosceva quelle sensazioni, un tempo era stato uno di loro, con i suoi amici, la sua squadra, la sua infanzia gioiosa e la sua adolescenza piena di speranze troncata sul nascere da qualcosa che nemmeno lui capiva. Gli sembrava tutto strano, così lontano, così insignificante.

Continuò a restare immobile al suo posto, gli occhi azzurri come l’acqua della piscina ma sbiaditi dal cloro, privi di espressione. Attorno a lui iniziarono le gare, le tribune piene di familiari e amici dei nuotatori tifavano con forza e allegria, i ragazzi che tornavano stanchi e fradici venivano accolti dalle loro squadre come piccoli eroi.

Qualcuno gli si avvicinò. La sua gara incombeva. Di colpo non era più invisibile. Tornarono a guardarlo, con quei loro occhi pietosi, con quelle loro espressioni che volevano fingere che andava tutto bene ma niente andava bene. Il respiro si fece più forte, di nuovo annaspava nell’aria clorata in cerca di ossigeno. Si tolse giacca e pantaloni della tuta, sempre senza alzarsi dal suo posto. Agguantò cuffietta e occhialini e se li mise in testa, già pronto per la gara. Si tirò la cuffietta a coprire le orecchie, strinse più forte gli occhialini fino a sentirli conficcati nella scatola cranica e il mondo là fuori era diventato ovattato, appannato, finalmente distante da lui. Si alzò a fatica. Non era ancora del tutto abituato alla sua nuova vita. Si mise il tesserino in bocca e attraversò tutta la lunghezza della piscina olimpionica, lentamente, davanti alle tribune. Lo guardavano, lo sapeva, non gli importava di quegli estranei ma solo della sua famiglia e dei suoi amici che non erano lì, con lui, come prima. Una assistente con la divisa bianca prontamente lo fece sedere mentre aspettava la chiamata della sua batteria. Gli altri ragazzi lo ignorarono, ma percepiva il loro disagio. Non gli importava. Voleva finire quel teatrino tanto quanto loro e tornare il più velocemente possibile al suo nero odio. Ma per loro sfortuna gli toccava la gara più lunga, i 1500 metri a stile libero.

Amava quella gara, prima di tutto questo, la amava e guardava ogni gara del suo idolo, l’italiano Gregorio Paltrinieri. Per ironia della sorte si trovava proprio nel Paese di Paltrinieri, forse in una piscina dove aveva nuotato pure lui. Non gli importava più.

Fu chiamata la sua batteria. Gli otto ragazzi si avvicinarono ai blocchi di partenza. Lui capitò proprio al centro, corsia quattro, la corsia dedicata a chi era iscritto con il tempo migliore. L’uomo da battere. Non gli importava.

Si posizionò incerto e in equilibrio sul blocco di partenza, molto in anticipo. Gli altri ragazzi riscaldavano i muscoli delle braccia per l’ultima volta.

Il primo fischio indicò loro di salire sul muretto. Il cuore accelerò ancora più forte.

Il secondo fischio, più lungo, era il segnale di salire sul blocco di partenza. Il silenzio regnò in piscina, si sentiva solo il gorgheggiare dell’acqua ai bordi, il proprio respiro affannato, lo scricchiolio poco confortante del blocchetto, il ronzio delle lampadine e la potenza delle pompe di calore. La tensione di quei pochi attimi prima della partenza si mescolavano alla concentrazione dei nuotatori, pronti a scattare.

L’assistente a bordo vasca ordinò di mettersi in posizione e subito dopo partì il fischio.

La sua reazione fu lenta, non poteva fare la sua solita partenza, e così entrò in acqua lentamente, già staccato di mezza lunghezza dagli altri. Non gli importava.

Quel mondo annebbiato all’esterno divenne improvvisamente chiaro e puro sott’acqua. Il cuore iniziò a calmarsi, e lui, non era più diverso dagli altri. Le sue bracciate lunghe e regolari gli fecero guadagnare nuovamente metri ma perdeva nelle virate, avendo molta meno spinta degli altri. Eppure, un tempo erano proprio le virate il suo punto di forza. Con la subacquea delfinata molto più lunga degli altri riusciva a staccare i suoi avversari e immaginava di emergere in testa come il “cannibale” Michael Phelps, il nuotatore più forte di tutti i tempi.

Ma ora doveva adattare la nuotata al suo nuovo corpo.

Continuò a nuotare con bracciate sempre costanti e regolari, senza sentire minimamente la fatica. Piano piano, vasca dopo vasca, gli altri iniziarono ad accusare sempre più la lunga distanza e lui guadagnava più di quello che perdeva in virata. Non gli importava.

Continuava a nuotare, senza accorgersi di quello che succedeva attorno, senza curarsi degli altri atleti. Non era lì. Era nella sua piscina, a Mariupol. Riconosceva il fondale, le piastrelle, vedeva i suoi genitori e sua sorella in tribuna fare il tifo per lui. Vedeva i suoi compagni di squadra a bordo vasca incitarlo, vedeva i suoi avversari, ragazzi come lui che passavano più tempo ad allenarsi, quasi ad affogare dalla stanchezza ma felici di praticare quello sport sei giorni su sette, che fuori a respirare aria pulita.

Continuava a nuotare, con rabbia, e dovette usare le sue energie per sforzarsi di mantenere un’andatura costante, ma non ci riuscì. Poco dopo iniziò a tirare e a sforzare in un crescendo impossibile da seguire per gli altri ragazzi. Non gli importava.

Ogni bracciata, quel suo passato felice e spensierato andava via. Ogni bracciata, cadeva una nuova bomba russa che si portava via sua madre, suo padre, sua sorella, un amico, un compagno di squadra, un avversario. Un pezzo di lui.

Ogni bracciata, quella guerra piombava addosso e lui voleva fuggire, combattere, vendicare i suoi lutti.

Continuava a nuotare, non voleva più fermarsi ma ad un certo punto sentì la campanella che lo avvisava degli ultimi cento metri. Due vasche appena. Tornò lì. La guerra sparì. Le bombe e gli spari lasciarono il posto alle urla del tifo delle tribune. Si accorse della fatica, del dolore alle braccia che si rifiutarono di continuare a macinare acqua. All’ultima virata si piantò. Con estrema fatica riuscì a riprendere a nuotare ma ad ogni bracciata il suo vantaggio si assottigliava sempre di più. Agli ultimi venticinque metri il secondo lo aveva raggiunto sui piedi. Non aveva più energie ma non si voleva arrendere. Non poteva arrendersi. Urlò sotto l’acqua e provò a resistere con tutte le sue forze. Alle bandierine era un testa a testa. Gli si annebbiò la vista dalla stanchezza e quando toccò il muretto il mondo sparì. Annaspò aggrappato al muretto, in cerca di aria. Respirava convulsamente, il suo corpo richiedeva ossigeno da bruciare in quantità maggiore di quella che riusciva ad ottenere. Cambiava braccio d’appoggio in continuazione talmente gli bruciavano dal dolore e con l’unica gamba che aveva tentava inutilmente di galleggiare. Si accasciò alla corsia, tolse occhialini e cuffietta e si bagnò la testa bollente.

Solo allora si accorse dal tabellone di essere arrivato secondo, per due centesimi. Sorrise. Un po’ iniziava a importargli.

Il primo classificato si appoggiò alla corsia, si congratulò, annaspando ad ogni parola, e tirò fuori una mano per dargli un cinque. Rispose al saluto e si avviò alla scaletta per uscire. Saltellò fuori e un’assistente prontamente gli porse le stampelle, due ragazzi uscirono dall’acqua velocemente e, nel mentre che si congratulavano con lui, si offrirono di essere le sue stampelle e lo accompagnarono a riprendere tesserino e ciabatte lasciate al blocchetto. Tutti i ragazzi della batteria lo circondarono, sorridenti e allegri, dandogli il cinque o una pacca sulla spalla.

Negli spalti, tutti erano in piedi ad applaudire commossi quel ragazzo che aveva perso ogni cosa ma che era diventato il figlio, il fratello, l’amico, il compagno di squadra di tutti.

Era come se avesse vinto le olimpiadi nella sua città.

Lacrime dolci e amare iniziarono a confondersi con le gocce dell’acqua. Lacrime tristi, lacrime di rabbia e lacrime di liberazione uscirono mentre immaginò la sua famiglia a bordo vasca.

Erano felici.

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Discussioni

  1. Perdere qualcosa, qualcuno di importante, ci porta ad un punto 0. Ricordo che mi è stato detto, si muore assieme a ciò che si è perso ma bisogna prendere un bel respiro ed iniziare una nuova vita. Molto bello che tu abbia allacciato questo racconto di rivincita ad un tema attuale, perchè è necessario non dimenticare. La guerra ormai sembra passata in secondo piano, sia i media che le testate giornalistiche che riservano uno spazio ristretto. Brutto come il tempo riesca ad “anestetizzaci”, calamitando la nostra attenzione su altro.

    1. Grazie Micol, concordo con tutte le tue considerazioni, sia quelle sulla perdita che sulla guerra. Ormai è diventata una notizia quasi di cronaca normale se non in taluni giorni quando c’è un evento particolare, e penso sia doveroso non lasciare che scivoli nel dimenticatoio come pure la pandemia che c’è ancora nel mondo anche se da noi gli effetti sono molto meno attenuati grazie ai vaccini

  2. Originale l’ambientazione sportiva per il tema che hai trattato. Anche io stavo facendo non so quali supposizioni, ma poi, letto “mariupol”, tutti i tasselli si sono incastrati. Bello!

  3. Trovo molto originale l’ambientazione e come il tuo estro da scrittore abbia saputo cucire una metafora attuale: quella dell’immersione. Se il cloro rappresenta quasi un riflesso pavloviano per il protagonista, la sua immersione nel mondo acquatico può essere paragonabile a quella della società, ma in negativo, come a mettere lo struzzo che mette la testa sotto terra quando fiuta il pericolo. L’ansia dell’attesa, dell’angoscia di una prestazione che bisogna vincere, la competizione con gli altri sono temi riscontrabili in tutti noi, che tendiamo ad immergerci nei cellulari o altro per sfuggirne, proprio come fa lo struzzo. Ma la morale e la chiave del racconto, nel protagonista, indica il contrario: è proprio in quel caos e torpore che risiede lo strumento per vincere. Vabbè, logorrea a parte, l’ho trovato il miglior racconto della settimana. L’evoluzione e la maturità sono evidenti, in uno stile, quello tuo, che aveva già una base di storytelling che reputavo già solida. Al prox librick!

    1. Grazie davvero David, un bellissimo commento! Condivido anche la tua analisi sullo struzzo che mette la testa sott’acqua, qui al contrario, l’acqua è rigeneratrice e il nuoto mezzo per superare i problemi. Alla prossima!

  4. Inizialmente ero molto incuriosita dalla tua descrizione del personaggio. Ho fatto delle supposizioni, ma ero completamente fuori strada. Avevo pensato ad un vecchio campione di nuoto, ormai fuori gioco. Quando ho letto Mariupol mi e` venuta la pelle d’ oca e con il seguito mi hai commosso. Infine mi hai stupito, anche se dovrei essere abituata ai tuoi racconti sempre sorprendenti. E mi e` piaciuto il finale dolce-amaro come la vita. BRAVO!!😉

    1. Grazie Maria Luisa ❤ era da tempo che volevo tornare a scrivere racconti della nostra attualità proprio per non farla passare come fredde notizie. Quando questa guerra sarà finita ci porteremo gli effetti ancora per lungo tempo, e non solo quelli economici, per fortuna gli unici che al momento dobbiamo sopportare noi. Magari lo sport potrà essere una chiave in futuro per aiutare le persone colpite direttamente da questa brutale guerra