La lavagna delle remore
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
- Episodio 3: La lavagna delle remore
STAGIONE 1
Ci siamo voltati ritrovandoci davanti un ragazzo alto e magro, con un ciuffo ben pettinato sulla parte alta della testa il cui taglio di capelli andava a sfumare gradualmente a mano a mano che si scendeva verso la nuca, fino a diventare una rasatura. Anche lui giovane come quello che era comparso dal niente poco prima, ma dai modi più cortesi e accomodanti, indossava un paio di pantaloni da tuta ed una maglia di cotone che ne faceva intuire il fisico asciutto. Si è presentato mostrandoci il tesserino ed informandoci di essere l’agente di polizia addetto al piano per tutta la durata delle consultazioni, assieme al collega che ora stava facendo il giro delle altre sezioni. Se avessimo avuto necessità avremmo potuto rivolgerci a loro, ed anzi approfittava dell’occasione per darci il suo numero e chiedere i recapiti del Presidente di seggio. Quando Dennis gli ha fatto presente che l’altro agente era già passato a raccogliere telefono e indirizzo, il poliziotto ha tirato indietro il capo e accennato un sorriso perplesso con l’angolo della bocca: lui e il collega si erano già divisi le competenze, avevano appena iniziato il giro, quella sezione spettava a lui e comunque l’indirizzo non lo chiedono mai, non gli interessa; serve solo il numero di telefono per eventuali comunicazioni in caso il Presidente fosse lontano dai seggi.
Dennis ha provato a tirare in ballo il tipo muscoloso coi tatuaggi che si era presentato nell’aula poco prima, ma l’agente l’ha subito fermato con il palmo, in quel gesto che rende chiaro, per quanto l’ambiente sia informale e rilassato, chi è che comanda alla resa dei conti. Ha ribadito di non avere idea di chi fosse quella persona, perché il collega aveva circa cinquant’anni, era più magro di lui e soprattutto in Polizia non sono ammessi tatuaggi in vista come quelli descritti. Chiarito questo, l’agente ha chiuso la questione estraendo il telefono, uno di quelli con lo schermo protetto, che se li guardi lateralmente non riesci a vedere niente, e ha salvato il numero di Dennis. Dopodiché, ha salutato tutti e se n’è andato.
A quel punto non restava davvero nient’altro che lasciare le luci accese come da regolamento, chiudere le finestre sigillandole con del nastro adesivo e apponendo una sigla sui bordi, fare lo stesso con la porta dell’aula dopo averla chiusa a chiave e tornarsene, ognuno, a casa propria.
La domanda si è fatta strada salendo dalle profondità nascoste del mio stomaco, da quella cantina sempre piena di polvere in cui entro di malavoglia perché mi inquieta il pensiero di quello che potrei trovarci, sin dal momento in cui sono uscito dal portone d’ingresso e ho percorso i pochi passi che mi separavano dalla bicicletta che avevo legato ad una rastrelliera lì davanti. Mentre accovacciato sbloccavo il lucchetto della catena, ho cominciato a chiedermi che cosa avrei fatto io se fossi stato al posto di Dennis, quel giorno delle elezioni di tempo addietro, quando Lollo si era messo a farsi gli affari suoi nella cabina elettorale, come fosse stato al tavolo di un bar scalcinato davanti ad un bicchiere di bianco acido da far schifo a raschiare su un gratta e vinci con il bordo di un gettone per le lavatrici pubbliche che si trovano fuori dai centri commerciali. Come avrei reagito io se mi avesse chiesto di vedere il registro degli elettori? Avrei domandato aiuto al Presidente di turno, o gli avrei detto io stesso che è una cosa che non può essere fatta? E se fossi stato io il Presidente? Avrei risposto in tono conciliante o fermo e risoluto?
Sarei ricaduto nella solita dinamica che mi porto appresso, quella di impuntarmi sui principi senza valutare le circostanze? Si sarebbe trattato di alimentare il sacro fuoco del mio personale concetto di correttezza, di combattere una battaglia (per piccola che fosse) in nome di una giustizia soggettiva ma per me oggettiva, o si sarebbe trattato nient’altro che di una sfida con me stesso, per potermi guardare fisso nello specchio senza tentennamenti, costi quel che costi, che il prezzo sia io a pagarlo o chi mi sta attorno?
Oppure ancora avrei dovuto tirare un colpo di spugna sgocciolante contro la lavagna su cui sono scritte a gesso tutte le mie remore, prendere le cose con maggiore leggerezza, smetterla di confondere il coraggio di portare avanti un’idea con la mera tentazione di provocare qualcosa o qualcuno, al solo scopo di potermi ergere sopra gli altri e pontificare di aver fatto quel che andava fatto?
O, semplicemente, avrei dovuto mettere da parte una storia che non era mai esistita, con la quale stavo rendendo amara una giornata potenzialmente ancora capace di regalarmi qualcosa, e non pensarci più?
Attirato dal miraggio di una simbolica purificazione impastata col sollievo che regalano i lavacri di coscienza, sono salito in sella alla bicicletta e ho pedalato per una trentina di metri, pinzando coi i freni sui dischi in fronte al furgoncino dei donatori di sangue, lo stesso che avevo visto dalla finestra poco prima. La situazione non era cambiata di molto: sull’acciottolato davanti al teatro stazionava sempre il solito uomo di mezza età, con il solito schedario tra le mani, che nutriva la solita speranza di vedersi materializzare davanti a sé una fila di volontari.
Nonostante immaginassi già la risposta ho chiesto comunque se la donazione funzionasse esclusivamente per appuntamento o se per caso, invece, non ci fosse un lettino a disposizione per me. L’uomo mi ha guardato indeciso se mettersi a ridere per l’ingenuità della domanda o mostrarsi grato per l’offerta, e dopo aver propeso per la seconda opzione mi ha inviato ad accomodarmi ad un banchetto per compilare il formulario rituale contenente i miei dati, in preparazione del questionario anamnestico a cui avrei dovuto rispondere protetto dalla riservatezza di un medico all’interno del camioncino, il quale avrebbe stabilito se fossi stato nella posizione di donare.
Era già da un po’ che mancavo in uno di quei camioncini, e la sola idea mi aveva fatto stare bene indipendentemente dalle presunte ragioni che mi avevano spinto a fermarmi.
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
- Episodio 3: La lavagna delle remore
Una bella pagina di diario e di cronaca recente con inframezzo curiosi e sfiziosi. Qualche mea culpa qua e là, studiato e misurato bene, che rende vivace la narrazione. Ma quante ne pensi? 🙂
Lo sapevo lo sapevo che i tatuaggi non si potevano fare! che faticaccia essere presidente di seggio…ma allora chi era quel tizio? E ha legami con Lollo? elezioni in giallo…si fa interessante…
Irene, sei una dannatissima faina e io, Goddamn, non sono Agatha Christie. Rendi la cosa fottutamente complicata e maledettamente sfidante. Grazie!!!
“Oppure ancora avrei dovuto tirare un colpo di spugna sgocciolante contro la lavagna su cui sono scritte a gesso tutte le mie remore, prendere le cose con maggiore leggerezza, smetterla di confondere il coraggio di portare avanti un’idea con la mera tentazione di provocare qualcosa o qualcuno, al solo scopo di potermi ergere sopra gli altri e pontificare di aver fatto quel che andava fatto?” Chapeau 👏👏
Merci bien 🙇♂️