La lepre
Serie: Amba Aradam
- Episodio 1: L’infanzia
- Episodio 2: L’incidente
- Episodio 3: La lepre
STAGIONE 1
Mia andò via di casa, dopo essersi felicemente sposata. Non lo abbandonò, tutt’altro, ma la quotidianità cambiò, un’altra volta per difetto. Il mese successivo il proprietario dell’ortofrutta si ammalò, e dovette chiudere bottega. Al giovane garzone lasciò la bicicletta: gli era simpatico, ed era pur sempre un orfano di guerra.
Giovane sedicenne cercò un nuovo lavoro, e lo trovò in campagna: bracciante in una fattoria. Ogni mattina inforcava Gentilina, il nome dato alla bici, e ancora addormentato attraversava l’alba seduto su un morbido sellino di rassegnazione, per arrivare al tramonto combattendo l’inquietudine. Si era anche lasciato crescere i capelli che ricadevano sugli occhi verdi, e una timida barba ispida lo faceva sembrare più grande di quanto già apparisse. Non tanto per l’aspetto, quanto per il modo di ragionare.
Spesso ripensava all’ottimo, al volto sfigurato delle sorelline, ai carabinieri che arrivavano a casa per comunicare la tragedia, al vomito che aveva sporcato i pantaloni e non se ne andava via. A Mia a cui crescevano i seni, e poi andava via, come il fruttivendolo, come i genitori, come il futuro, come le carezze colorate, come il dieci del tema d’italiano. E pensava alle unghie sporche di terra, a Gesù che faceva voto di nazireato, ai calli sotto i piedi dopo le prime pedalate, alla chiesa il giorno del matrimonio, piegata di lato come una barca che ha tutti i passeggeri su una fiancata. Intanto leggeva l’Orlando furioso. Le note, soprattutto le note. Si era convinto che l’Eresia ritornasse epicamente, sublimando inni amorosi.
Poi un grigiore diffuso. Da scomporre e ricomporre. La mancanza che saliva dopo ogni zappata nel suolo azzurrognolo di verderame, tra le fronde delle viti da potare con l’ocra, spostando con cura i capelli ricci e le foglie dell’olivo affinché non lacerassero la cornea di occhi che non volevano abbassare la prospettiva all’orizzonte. E a fine giornata volava sul suo biciclo, il vento amaranto sulla pelle, un parapetto di lato per contenersi, le mani rigide e ribelli alla necessità di frenare, l’orizzonte erbaceo che mutava continuamente, un invisibile filo sottile a separarlo dal precipizio. Fin quando gli sembrava di staccarsi da terra.
Con la testa tra le nuvole si guardava all’indietro, e riempiva il vuoto scorgendo chi non avrebbe mai potuto essere. Vedeva Coppi, inseguito da Bartali. A volte.
Altre volte era il contrario. In ogni caso si passavano sempre una borraccia.
Nelle giornate soleggiate intravedeva anche l’imbattibile Binda, ma il miraggio durava qualche attimo: il ricordo che il campionissimo avesse accettato una somma in denaro, per non partecipare a un giro d’Italia, lo rendeva troppo reale, incompatibile alle necessità del sogno. Con Coppi e Bartali era differente. La loro rivalità viveva nella leggenda. Amava anche Nuvolari, ma il ciclismo era il suo unico, grande conforto.
E forse seguendo la scia lasciata da copertoni caldi, percorsa distrattamente su strade assolate, sotto un cielo ameno non più terso, tra nuvole di probabilità, si ritrovò ad ascoltare un frammento di dialogo che lo ha portato qui oggi, di corsa, mentre guarda in cielo alla ricerca di un filo, un appiglio a cui legarsi, respirando con calma.
Era fermo per riposarsi e rinfrescarsi in un vicolo ombreggiato del paese, sotto una finestra che non aveva notato. Due voci, però, arrivarono distinte. Non sapeva che era un locale di scommesse, tuttavia aveva capito che parlavano di corse in bici. E ciò che ascoltò fu sufficiente affinché sentisse un richiamo, lontano.
«Non ce la faccio: mi sto mettendo la dignità sotto i piedi!»
«Non la vedere così, io direi che è un gesto di altruismo: darai il ritmo a qualcuno più forte di te, motivandolo psicologicamente.»
«Non mi piace perdere a posta. Io vorrei vincere.»
«Sai bene che non ce la farai. Ma almeno, se rispetti i patti, porterai a casa un bel gruzzoletto.»
«Che vergogna! Lo faccio solo perché ne ho bisogno.»
«Hai pure dei figli per giustificarti, no? Allora siamo d’accordo: al penultimo giro rallenti, affaticato.”
«Devo essere anche teatrale?»
«Piantala! L’importante è che non vinci. Altrimenti niente soldi, e alla prossima gara nessuno ti offrirà più un’occasione simile.»
«E sia: farò la lepre! Spero sia l’ultima volta.»
Fu la prima volta che sentì l’espressione, eppure capì da subito di cosa si trattasse: allude alla favola che lo aveva impressionato da bambino, quella della corsa tra la lepre e la tartaruga. O era quella tra la lepre e Achille? Ho qualche dubbio sulla lepre a cui si riferisce il modo di dire. Ma sul perché Michele fece ciò che fece, sono sicuro.
Sono certo che non furono i soldi, la ricerca del guadagno facile, a spingerlo fuori dal mondo in cui viveva, bensì la tristezza, la consapevolezza di una mancanza, ad attirarlo dentro il locale. O forse – è sempre bello avere dubbi nelle certezze – fu solo il desiderio d’interrompere i corsi e ricorsi di giornate delle quali cominciava a percepire la sottile pazzia, sentiva l’Amore mancare, ovvero ricercava eternamente.
Aspettò che la bici dell’uomo ingaggiato come lepre svoltasse l’angolo, quindi entrò. Nella bisca non si preoccupò degli sguardi indiscreti, non ebbe l’usuale tremore dell’imprevedibilità. Nessuna angoscia. Si avvicinò all’uomo che era di fianco alla finestra, e gli parlò in modo diretto, senza preamboli. Chiarì subito che non cercava un lavoro più redditizio, ma che amava andare in bici. Non sono un campione, lo ripeté più volte.
Si accordarono, e per qualche anno andò tutto bene: era giovane, i soldi non li spendeva in vizi, e il mondo delle corse lo appassionava. Fino a ieri sera, 10 settembre 1960, quando ha conosciuto una donna, ha ascoltato due storie, e ha sentito parlare di un aquilone; lo stesso a cui vorrebbe attaccarsi adesso, ma di cui non trova il filo.
Serie: Amba Aradam
- Episodio 1: L’infanzia
- Episodio 2: L’incidente
- Episodio 3: La lepre
Veramente bello! Mi è piaciuto
Grazie Kenji, spero che anche la parte restante possa lasciarti qualcosa.
Attendo il giorno dopo. Bravo.
Grazie mille Giuseppe. Spero che la storia lasci qualcosa di buono, pur parlando di ciò che buono non è stato.