La libertà non sente freddo
Serie: La libertà non sente freddo
- Episodio 1: La libertà non sente freddo
STAGIONE 1
20 gennaio
Il freddo non mi ha mai fermato.
Era il 20 gennaio.
Ottavo giorno nel mio nuovo lavoro. Ancora quella sensazione di essere “quello nuovo”, di dover dimostrare, di voler fare bene. Una giornata normale, tutto sommato. Stanchezza addosso, ma anche quella soddisfazione silenziosa di chi sta costruendo qualcosa.
Alle 17:45 ero in moto, come sempre.
Avrei potuto prendere la macchina. Faceva freddo, abbastanza da far indurire le mani anche dentro i guanti. Ma la moto per me non è solo un mezzo. È libertà. È aria addosso. È spazio. È silenzio nella testa.
Percorrevo la solita strada trafficata, quella che conosco curva dopo curva. Una fila di auto ferme. Il solito serpentone di lamiere immobili.
Mi preparo a superarle.
È un gesto che ho fatto mille volte. Controllo. Spazio. Avanzo.
Poi la vedo.
Una freccia sinistra che lampeggia.
Sotto lo specchietto dell’auto che sto superando.
Un secondo.
Penso: È troppo tardi per fermarmi.
Sono già accostato. Se freno bruscamente rischio di cadere. Continuo.
Ma l’auto gira.
Non esita. Non controlla.
Gira.
Sento il rumore della mia moto che striscia contro la sua macchina. Un suono metallico, secco. Forse rompo lo specchietto. Sento la moto sbilanciarsi. Per un attimo penso di cadere, ma resto su.
Sto ancora andando.
Non ho più controllo vero, solo direzione.
Scivolo verso il lato opposto della strada. La moto striscia contro una recinzione con una siepe. Sento il rumore delle foglie, del metallo che gratta.
Poi lo vedo.
Il palo.
Non riesco a evitarlo.
Il botto è violento.
Secco. Definitivo.
Vengo sbalzato a terra. La moto si ferma qualche metro più avanti.
E poi arriva lui.
Il dolore.
Un dolore che non avevo mai conosciuto.
Un dolore che non è solo forte. È totale.
Arriva dalla gamba sinistra e mi attraversa tutto il corpo. È come se qualcuno avesse acceso un incendio dentro le ossa.
Inizio a urlare. Non riesco a controllarmi. Urlo e mi lamento senza vergogna. Capisco subito una cosa: non mi posso muovere.
Sono bloccato.
Qualcuno si avvicina. Un uomo. Mi parla, cerca di tranquillizzarmi. Dice che ha chiamato l’ambulanza. Io sento la sua voce, ma è lontana. Tutto è lontano tranne il dolore.
Cerco di mettere la gamba destra sotto la sinistra per trovare una posizione meno insopportabile. Ogni movimento è una fitta che mi mozza il respiro.
Poi sento una frase.
“Io ho messo la freccia.”
Riconosco la voce.
Dentro di me penso:
Sì. Ma dovevi guardare anche lo specchietto.
Ma non riesco a dirlo. Il dolore è troppo forte. Mi tiene prigioniero.
Respiro a fatica nel casco chiuso. Mi manca l’aria. Lo apro con le mani che tremano mentre qualcuno continua a chiedermi:
“Come ti chiami? Mi senti? Come ti chiami?”
Vogliono tenermi sveglio.
Io ci sono. Sono lucido. Ma sto annegando nel dolore.
Poi sento qualcuno dire:
“Adesso ti facciamo un farmaco che ti farà stare meglio.”
Dentro di me penso: Sì. Subito. Ti prego.
Non riesco nemmeno a dirlo ad alta voce.
Quando il farmaco entra in vena succede qualcosa di strano.
Passo da frastornato e sofferente a incredibilmente lucido. Come se qualcuno avesse abbassato il volume del dolore e acceso la luce nella mia testa.
Non so cosa mi abbiano dato. So solo che era potente.
Mi tolgono il casco. Tagliano il giubbotto. Tagliano i pantaloni. Lasciano solo le scarpe antinfortunistiche.
Sono sdraiato nudo sull’asfalto ghiacciato.
Il freddo ora lo sento.
Mi lamento. Dico che ho freddo. Mi coprono.
Poi mi sollevano su una barella rigida, dura come una tavola di legno. Mi immobilizzano. Mi legano stretto.
Come un salame.
Guardo il cielo sopra di me e penso solo una cosa:
La mia vita normale è finita in meno di un minuto.
Serie: La libertà non sente freddo
- Episodio 1: La libertà non sente freddo
Un brano che mi ha tenuto sulla pagina da cima a fondo, con un dito conficcato nel terrore di tutti: il dolore. Mi è piaciuto il titolo e il “silenzio nella testa”: un’esperienza sublime che provo non in moto, nel mio caso, ma in barca.
Grazie di cuore. Mi colpisce molto sapere che quel silenzio lo hai riconosciuto sulla tua barca. Cambiano i mezzi, ma quel momento in cui il rumore sparisce è lo stesso. È lì che nasce il racconto.