La maglietta
Passò la mano sulla condensa del vetro. Guardò la pioggia battente rimbalzare sul pianerottolo. Il grande cipresso scosso dalle raffiche di vento. Shake the Disease girava sul piatto. Si voltò a guardarla, nuda sul divano. Il braccio abbandonato lungo il bordo.
Paolo si avvicinò e rimase ad ascoltare il respiro profondo. Le diede una carezza leggera per non svegliarla. Recuperò gli slip aggrovigliati ai pantaloni, li indossò. La maglietta era rimasta sotto di lei assieme alle sue mutande. Si sedette sulla poltrona di fronte. Prese il tabacco e si rollò una sigaretta con calma. Il profumo dolce del tabacco coprì per un attimo quello che aveva addosso. Cercò di rallentare il respiro. I bassi si confondevano con il cadere ritmato della pioggia. Lunghe aspirate per rallentare i pensieri.
Lei si girò goffamente sul fianco come se lo guardasse. Con la mano recuperò la maglietta e la strinse a sé con un leggero sorriso.
I piccoli seni scoperti. Quello sinistro più cadente.
«Non guardarmi le tette. Mi vergogno». Glielo aveva detto la prima volta.
«Sono bellissime, me ne potrei innamorare». Le aveva risposto.
Paolo rimase inchiodato. Il mozzicone a scottargli le dita e una lacrima a bagnargli il viso. Profumo di fiori. Sempre lo stesso. La puntina uscì dall’ultimo solco e il braccio si alzò. Silenzio.
Si diresse in camera. Raccolse le sue cose. Le piegò lentamente. Il grosso gatto nero lo osservava dal letto sfatto. Odore di sesso. La valigia ancora vuota ai suoi piedi. Si piegò a raccogliere le ciabatte che gli aveva regalato lei. Le guardò per un attimo e le rimise al loro posto. Osservò i libri che le aveva regalato sul comodino. L’ordine di lettura lo fece sorridere. Si sedette al suolo accanto alla porta. L’asciugamano azzurro abbandonato tra le lenzuola.
«Metti a posto il telo bagnato che mi lascia l’alone» gli ripeteva sempre, stizzita.
«Lo faccio apposta. Semino tracce» le rispondeva scherzando.
Il gatto gli passò a fianco velocemente uscendo dalla stanza. Per un attimo portò le mani al volto. Rimase così qualche minuto prima di rialzarsi. Riempì la valigia con ordine. Passò in bagno a recuperare lo spazzolino. Indossò una nuova maglietta.
Il suono della pioggia si fece più intenso. Attraversò il corridoio a piedi scalzi trascinandosi dietro il trolley. Si avvicinò alla porta di ingresso. Lei dormiva ancora. Osservò per un attimo le scarpe lasciate in ordine la sera prima. Il silenzio copriva i rumori di sottofondo.
Raggiunse il giradischi sul mobiletto vicino al televisore. Alzò il braccio e riportò la puntina sullo stesso solco. Indossò le scarpe e ascoltò ancora il pezzo. Quando aprì la porta una folata di vento freddo invase la stanza. Il gatto sgattaiolò velocemente fuori. Si girò a guardarla. Le braccia strette a ripararsi dal freddo. La maglietta abbandonata sul pavimento.
Si chiuse la porta alle spalle. Shake the Disease continuò a girare.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Non dici nulla di esplicito ma ci dai indizi. Sembra quasi una lotta ordine contro caos che per certi versi si vengono incontro. La canzone stessa è un indizio (stavolta sono sceso in fondo per vedere se ci fosse e l’ho fatta partire all’inizio della lettura).
Forse lei sarà cambiata un pochino, forse avrà imparato ad accettare il suo seno asimmetrico e un po’ di caos: la maglietta sul pavimento è l’unica cosa che lo fa pensare, ma forse è solo un falso indizio. Tutto è sempre ordine.
E Paolo, fa la valigia con ordine, magari anche lui avrà messo un minimo di ordine nella sua vita caotica? Quelle ciabatte lasciate a terra a me dicono di no.
Due vite incompatibili, che si sono influenzate per un attimo, ma che non lasceranno il segno l’una nell’altra. La canzone non è messa a caso.
Sarò sincero: trovi i tuoi racconti più poetici delle tue poesie, e per me è un gran complimento.
*trovo