La malia della Malaluna – Alba

Serie: Amori diafani


I tremori aumentano, l’orecchio registra un singulto acuto, le mani graffiano con delicatezza la schiena, i fianchi e le tanto amate fossette sopra i glutei. Mi piego abbastanza da arrivare a baciarle la pancia, a mordicchiare il trasverso circumnavigando l’ombelico.

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il seno grande tende a sfasare l’equilibrio della figura, aggiunge massa spostandone il baricentro. Ho sempre preferito i seni compatti, discreti… ma senza esperienza diretta, rimane solo una banale convinzione.


Daria si solleva sulle ginocchia sovrastandomi, trema in modo evidente, esagerato.
Afferro con i denti un lembo dei boxer, le sue mani mi accarezzano e stropicciano i capelli, sospiri e gemiti crescono di frequenza e di volume, le mette a nudo la linea inguinale, sposto la testa a destra e uso la stessa tecnica per liberarla dalla costrizione di quel tessuto sintetico.
Le labbra sfiorano la prima peluria pubica, il luogo più bello ed eccitante esistente al mondo: il monte di Venere.
Un brivido mi attraversa la nuca, lei freme con scatti sempre più evidenti ed io mi lascio trascinare da quella corrente impetuosa di raggi lunari, desideri taciuti, seni grandi e pulsioni cocenti, decido che resistere è inutile, mi arrendo alla malia: la mia bocca divora, assaggia, gusta e cerca di provocare il massimo del piacere possibile.
Due gocce.
Rapide e inattese, mi bagnano la schiena.
Non le registro subito, ma frenano la mia foga.
Altre due gocce e un singhiozzo, mi blocco, adesso le orecchie si accorgono del pianto delicato di una ragazzina che non sa cosa fare.
Mi sollevo anch’io per guardare quel gioiello di incertezza negli occhi.
Ha le mani in faccia che tentano di nascondere, di asciugare, di far finta che vada bene
. .
La abbraccio con tutto me stesso. Il torace registra i seni che si schiacciano per la pressione, ma non è un pensiero erotico, somiglia più alla consapevolezza della stupidità maschile.
«Scusami, scusami, scusami.» le sussurro mortificato in un orecchio.
«Non mi ero accorto…»
«No, sono io che ti chiedo scusa. Volevo, ti giuro, lo volevo con tutta l’anima , ma ho avuto paura… non di te.» dice lei guardando la luna alta finestra e asciugandosi gli occhi. .
Il ventilatore toglie l’umidità sudata dell’eccitazione di qualche istante prima.
Ci lasciamo cadere sul tetto sdraiandoci di schiena, la sua testa sostenuta dal mio braccio, una mano sul petto mi
 accarezza la peluria. Il silenzio è rotto solo dalla musichetta del gioco.
La luna ha esaurito tutto il potere, adesso è un semplice cerchietto argenteo maculato.
«Dimmi qualcosa, non farmi sentire una merda!» mi incita con un pugno leggero sul petto.
Non ho idea di cosa dire in una simile circostanza.
«Hai delle tette gigantesche.» aggrotto la fronte dichiarando questa indiscutibile verità.
Anche il televisore smette di suonare.
Poi uno sbuffo, seguito da una risata.
«Sei un cre-ti-no!» sillaba ridendo e schiaffeggiandomi: «Tra tutto quello che potevi dire…» 

«…Le odio. Le guardano tutti. Se provo a indossare una canottiera mi sembra di avere dei fari puntati addosso. Ho richiesto un’esenzione per l’ora d’attività fisica… Il professore si era portato una telecamera da casa. Ti rendi conto? Devo nasconderle, cazzo. Tu non le guardi mai… non ti ho mai visto con quello sguardo bavoso.» lo dice con un tono curioso.
«Non è carino fissare le tette. E poi stai parlando a un ragazzo anomalo… non considero il seno una parte rilevante. Guardo altro…»
«Se dici gli occhi o il carattere, ti pugnalo con un ferro da maglia, ti avviso.» minaccia.
«Non lavoro a maglia…»
«Li compro, gomitoli compresi e ti pugnalo.»
«Ho un debole per la nuca, adoro il collo, questo muscolo qui…»
Le indico lo sternocleidomastoideo sfiorandolo.
«…ma impazzisco, ti giuro perdo la testa, per il monte di Venere.» con l’indice le accarezzo la parte bassa dell’addome, appena sopra l’osso pubico.
«Ma non è qualcosa che vedi facilmente… il seno invece è qua, a portata d’occhi.» con le mani lo solleva e lo stringe deformandolo.
«Sì, è d’effetto, ma se avessi due tette come le tue, sarei sbilanciato… immagino siano pesanti, mi ritroverei tutte le briciole dei cracker sopra.» parlo ridendo e facendo finta di spolverarmi.
«Lo sai che una volta, ho usato la bilancia per pesarle? Una tetta è circa un chilo e mezzo. Ho tre chili di zavorra da portare sulla schiena.» ride mentre mi racconta una versione erotica di una bottega d’alimentari, ma poi senza preavviso inizia a piangere e a nascondersi con un braccio.
«Che ti prende?» chiedo allarmato. 
«Fra qualche giorno non ci sarò più.» singhiozza.
«Che vuol dire? Che significa non ci sarai più? Muori? Ti smaterializzi?» Le stringo la testa in un abbraccio sbilenco.
«I miei si trasferiscono. Hanno già venduto casa e domenica… mi passeranno a prendere e io finirò in un posto chiamato Mödling, da qualche parte vicino Vienna. Per questo volevo fare sesso con te. Volevo un ricordo, un pezzetto di ciò che amo.» una lacrima scende silenziosa sulla gota e si perde all’interno dell’orecchio, ma prima di sparire riflette un ultimo bagliore di Malaluna.
«Non sono stata capace di rubare neanche una scaglia di questo tuo cuore stupido e gentile.»
«Ti sbagli.» sussurro.
Mi bacia la spalla.


La strada che la riporta a casa ha il sapore di una passeggiata fuori dal tempo.
I passi risuonano violenti, ho come l’impressione di disturbare un mondo addormentato.
L’aria è piacevolmente fresca e ha un sapore pulito, l’alba è stata sostituita da una luce decisa che preannuncia il fastidioso caldo umido di luglio.
«Lavori oggi? Senza neanche un minuto di sonno?» mi chiede avanzando con passo sincronizzato e stringendosi mentre cammina sottobraccio.
I suoi capelli scuri disegnano delle eleganti spirali sulla mia spalla.
«Forse sarò un po’ intontito… ma basteranno un paio di caffè.»
Il quartiere è elegante e raffinato, i sampietrini disegnano le squame di una sirena. Le villette sono grandi, separate regolarmente da muretti divisori alti color pastello.
«Hai il mio numero?» chiedo notando la sua abitazione in lontananza.
«Sono mesi che ho rubato il tuo numero: lasci il telefonino nello sportello del negozio.» dice sorridendo.
«Nella rubrica troverai un nome strano: Sharaz-de…»
«Uhh, la racconta storie…» le dico.
«La conosci?» Daria pare piacevolmente sorpresa.
«Ma tu non mi hai raccontato niente.» le dico io accigliato.
«Mica abbiamo giaciuto.» ride divertita.
«Vero. Tipo jukebox. Una… giacenza, una storia.»
«Mi sono infatuata di uno scemotto.» mi solleva una mano e la bacia.
«Ti vedrò ancora?» le chiedo con gli occhi che stranamente pizzicano, insieme a un peso alla gola fastidioso.
«Ecchilosà!»

Continua...

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Discussioni

    1. Stiamo sempre parlando di una ragazza di diciassette anni, il potere di far danni era comunque grezzo, ancora da rifinire e intagliare. Comunque la cosa che mi è rimasta più impressa e che ricordo con un sacco di nostalgia, sono quei momenti subito dopo che la Malaluna aveva smesso di offuscare le nostre menti, dove si chiacchierava di tutto, si rideva di tutto, mezzi nudi e senza la minima preoccupazione di chi o cosa fossimo… solo un paio di anime che si erano ritrovate dopo migliaia di anni. Grazie Laura!

    1. Ciao Emme con la e 😀
      I sentimenti, soprattutto quando vengono affrontati con un coinvolgimento maggiore vista la giovane età e la poca esperienza dei protagonisti, hanno la tendenza a rimbalzare all’interno della calotta cranica facendo un sacco di baccano e distraendo continuamente chi le vive. Di solito la confusione provocata dal trambusto sfocia in decisioni sbagliate prese d’istinto. Meno male che non stacco mai l’interruttore generale della sezione “logistica” e “assistenza clienti”.

    1. Adesso… ?
      In questo capitolo ho dato fondo alla mia scarsa capacità di sintesi, accettando un sacco di compromessi per poter far entrare il finale della Malaluna nelle mille parole. Uno di questi compromessi è stato il cerchietto argenteo… ?