La mano sulla fiamma

Serie: Il buco nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ottavio, incaricato di un invito a cena dai genitori di Elvira e di Arianna, raggiunge Eminia nel suo appartamento, dove viene subito accolto, avendo modo di sondare nuovi aspetti e segreti di quella singolare comunità, a cui non si era mai accostato prima di allora con tale interesse e intensità.

Dal portone intravidi la notte. I margini del paese sempre più incerti, nebbiosi, come soglie di un luogo immaginario, appena creato. Smontare la serratura non fu così difficile come temevo. Avevo luce a sufficienza per operare e tutti gli strumenti adeguati per procedere. Non mi ricordavo di essere così esperto, ma liberato il pezzo di chiave mi sentii soddisfatto e più sicuro di me. Non era stato difficile montare l’ingranaggio a procedura avviata; di certo, rispetto a Guglielmo, avevo mostrato maggiore prontezza e abilità, questo dovevo riconoscermelo.

Avevo ottimizzato tutti i passaggi accompagnandoli con un leggero fischiettio, che mi diede più slancio e vigore. Mancava solo una chiave di prova per aprire il portone e avere conferma dello sblocco. Salii di corsa da Cristina, lasciando la cassetta degli attrezzi accanto al portone. Arianna mi venne incontro e mi consegnò la chiave che aveva portato con sé, dicendomi che l’uomo sconosciuto era seduto in cucina, a fissare il vuoto, mentre Guglielmo e Cristina discutevano animatamente, forse proprio a causa sua, ma non ne era sicura.

«Intanto scendo di sotto, controllo l’apertura e ritorno» le dissi.

«Ti accompagno.»

Scendemmo le scale in silenzio. Al primo colpo di chiave il portone si aprì. Arianna mise la testa fuori, respirando l’aria della tormenta. Feci lo stesso anch’io, poi rientrai, con i capelli spruzzati di neve che mi resero di colpo più anziano. Le dissi che sarei salito da Erminia, per restituire la cassetta degli attrezzi e riferirle che la serratura era sbloccata.

Arianna mi seguì. La vidi rasserenata, più docile nei miei confronti. Entrò in casa, chiedendomi di aspettarla. Nella sua attesa pensai all’uomo sconosciuto, alle ragioni ancora misteriose del suo arrivo,  a chi lo avrebbe ospitato per la notte, tra le poche famiglie che abitavano la palazzina. Forse la persona più disposta all’accoglienza era Erminia. Quando Arianna ritornò gliene parlai. Lei mi pregò di abbassare la voce – c’era il rischio che Guglielmo potesse sentirci. Dovevo essere prudente, trattandosi di un tipo ostile, pericoloso, di cui era meglio non fidarsi.

«Saliamo da Erminia, che ne parliamo lì» mi fece in un sussurro, affrettando il passo.

Arrivati davanti alla porta dell’interno di Arnaldo e di Erminia, Arianna vi schiacciò l’orecchio, facendomi segno di non muovermi e di non parlare. Accostai anche io l’orecchio contro la porta. Avvertii una voce sottile che parlava da sola, o forse al telefono. Arianna era immersa nell’ascolto. Il suo volto era screziato da un velo sibillino di ombre, mentre mimava con le labbra i passaggi che stava ascoltando.

Poi la voce smise, lasciando il posto al suono di un telefono. Al secondo squillo la donna rispose, dicendo qualcosa che riguardava la chiave spezzata nella serratura del portone e poi parlando di Arnaldo, che era andato al negozio di ferramenta. Prima di interrompere la telefonata, disse che si sarebbe fatta viva più tardi, una volta che lui sarebbe tornato. Arianna, impaziente, decise di suonare. Erminia ci aprì all’istante, accogliendoci con un sorriso, ma senza parlare. Le comunicai di aver sbloccato la serratura del portone e che se le andava potevo accompagnarla con la mia macchina a prelevare Arnaldo al negozio di ferramenta. Erminia non diede importanza alle mie parole. Ci esortò a entrare, allungando una mano sulla cassetta degli attrezzi, che per via del suo peso non le consegnai, chiedendole dove avrei potuto posarla. Mi fece strada lungo il corridoio, fino a una porta dal vetro smerigliato, che dava su uno sgabuzzino. Posai la cassetta su di una mensola libera, disposta ad altezza d’uomo. Arianna intanto si era distesa sul pavimento, a sentire con avidità le voci di Guglielmo e di Cristina che continuavano a discutere dal piano di sotto. Erminia si distese accanto a lei, posando un orecchio sulla superficie del pavimento. Gli occhi delle ragazze si fissarono con intensità. Mi accovacciai, poco distante da entrambe, chiedendo sottovoce cosa sentivano. Erminia, continuando a guardare negli occhi Arianna, disse di sentire le parole di Guglielmo, riconoscibili per la loro violenza.

«Sta parlando ancora della chiave spezzata nella serratura e della sua cassetta degli attrezzi, che non trova più. Non escludo che la chiave l’abbia spezzata di proposito» disse Erminia.

«Arriverebbe a tanto?»

«Non mi meraviglierei.» Incuriosito, decisi di distendermi sul pavimento, schiacciandovi l’orecchio e cercando di captare i contenuti delle stesse voci.

Rimanemmo in ascolto. Ogni tanto Erminia chiudeva gli occhi. Arianna lo faceva quando Erminia li riapriva. Io li tenevo sempre aperti, osservando entrambe, nell’alternanza dei loro sguardi, nei piccoli dettagli delle loro espressioni rapite, fanciullesche. Erminia diceva di sentire la voce di un adulto. Guglielmo non aveva la timbrica di un adulto, precisò l’altra, e io ipotizzai che l’acustica e l’altezza potevano mutare, in diversi casi, l’età delle voci.

«Starà parlando lo sconosciuto» disse Arianna.

«Quando ritorna Arnaldo lo porteremo qui e scopriremo le ragioni del suo arrivo» disse Erminia.

«Si tratta di poco. Voglio sentire la fine, però» disse Arianna.

Secondo Erminia la voce che parlava dal piano di sotto era stregata. Adesso poteva essere Guglielmo a parlare.

«Oppure l’uomo dal cappotto grigio» disse Arianna.

Mi misi a camminare per la camera, stanco delle loro inutili congetture. Che importanza aveva, in fondo, chi parlasse e di cosa?, pensai Ogni tanto, con impazienza, mi affacciavo nel corridoio in penombra. Avevo voglia di prendere aria, quando squillò un telefono.

Erminia si precipitò a rispondere. Il suo viso, mentre ascoltava, senza parlare, sembrava sereno, dissetato da una buona notizia dopo l’ansia di un’apprensione.

Quando attaccò mi disse che era Arnaldo. Stava bene, al calduccio del negozio di ferramenta, in attesa che la tormenta si placasse.

«Sono contento per lei…»

«Contento per te, potresti dirmi. Trovo che sia meglio darci del tu, Ottavio» mi disse Erminia.

«Mi va bene» le dissi. Mentre mi allontanavo per tornare da Arianna, Erminia mi venne incontro e mi abbracciò con affetto, sussurrandomi di aver temuto il peggio, fino a qualche istante prima della telefonata. Nel consolarla per la paura provata, le posai una mano sul capo, distendendola sul collo, per poi ritrarla, come se scottato da una fiamma, ricordando per qualche attimo Elvira che mi camminava davanti, in una delle nostre passeggiate senza fine, prima che svanisse nel nulla.

Continua...

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