La marcia nuziale

Serie: Il sacrestano


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Matti è caduto

Dopo quell’episodio, il medico decise di aumentare leggermente la dose di Levodopa, da due a tre compresse al giorno. Nei mesi successivi, il corpo sembrava rispondere bene alla terapia, così Matti si dedicò completamente al lavoro, cercando di non pensare ad altro.

Era un sabato di marzo e quel pomeriggio sarebbero stati celebrati due matrimoni. Il primo era previsto per le quindici, perciò alle tredici Matti era già lì ad assicurarsi che tutto fosse in ordine. Iniziò pulendo i tappeti, quelli all’ingresso della chiesa e quello che percorreva tutta la navata centrale, fino all’altare. L’aspirapolvere era senza filo e la batteria si scaricava continuamente, inoltre per aspirare un singolo sassolino impiegava un’eternità. Così, per rendere i tappeti presentabili, ci volevano almeno venti minuti. Dopodiché, bisognava disporre due candele sull’altare e ricordarsi di accenderle mezz’ora prima che iniziasse la celebrazione del matrimonio, controllare i canti liturgici scelti dagli sposi e disporre i numeri corrispondenti sul tabellone in alto. Era importante anche assicurarsi che entrambi i bagni fossero puliti, che i fiori si trovassero al loro posto e che l’illuminazione della chiesa fosse adeguata. A quel punto Matti diede un’occhiata all’orologio appeso al muro della sacrestia: erano le quattordici e trenta, quindi il prete sarebbe arrivato da un momento all’altro. Accese le candele e aspettò. Sul tavolo c’era il registro delle celebrazioni e, avendo qualche minuto di tempo libero, decise di iniziare a compilarlo. Da sinistra: data, orario e luogo, nome degli sposi, tipo di celebrazione (nozze). Quest’anno è solo il terzo matrimonio celebrato qui, pensò. Poi il nome del prete (Anna Tuomi). Il numero dei partecipanti l’avrebbe aggiunto in un secondo momento. Infine, la sua firma.

Stava per iniziare a compilare anche lo spazio successivo, dedicato al secondo matrimonio di quel giorno, quando suonò il campanello. Andò ad aprire la porta e la prima cosa che vide fu l’abbagliante sorriso di Anna. A prima vista sembrava troppo giovane per essere un prete: aveva trentacinque anni, ma ne dimostrava venti. Carnagione bianca, due enormi occhi azzurri e un caschetto castano chiaro che la faceva apparire simile ad una bambola di porcellana. Aveva anche le dimensioni di una bambola: alta circa un metro e cinquanta e così esile che un soffio di vento avrebbe potuto farla volare via.

«Ciao Matti! È da un po’ che non ci si vede, come va?»

«Bene, solite cose, lo sai»

«E Sari sta bene? Salutala tanto da parte mia»

«Certo, lo farò. Proprio la scorsa settimana mi ha chiesto di te, dopo aver incontrato Aki. Abbiamo saputo la bella notizia, tanti auguri»

«Grazie, siamo molto emozionati».

Anna si tolse il cappotto, aspettando di ricevere l’alba e il cingolo.

Matti la guardò per qualche minuto cercando di indovinare la taglia, poi aprì entrambe le ante dell’armadio che si trovava in cima alle scale.

«È una trentotto, vero?»

«Sì sì, grazie, la trentotto andrà benissimo. La pancia non si vede ancora».

Matti porse ad Anna l’alba e lei la indossò. Era talmente magra che avrebbe potuto darle la trentasei, ma a quel punto decise di lasciar perdere.

Suonò nuovamente il campanello: erano gli sposi accompagnati dai testimoni.

La sposa sfoggiava con orgoglio un meraviglioso abito bianco a sirena, profumava di vaniglia e aveva gli occhi pieni di gioia. Lo sposo, accanto a lei, sembrava un ragazzino impaurito, vestito di blu, con un fiore bianco all’occhiello.

Era questa, probabilmente, la ragione principale per cui Matti amava tanto il suo lavoro: gli consentiva di partecipare ai momenti più importanti della vita di persone che, seppur sconosciute, si legavano per sempre a lui e a quei luoghi attraverso i ricordi.

Chiese alla sposa di seguirlo di sopra, in una camera preparata per l’occasione. Avrebbe potuto sedersi, bere un bicchiere d’acqua e aspettare che tutti i parenti e gli amici prendessero posto in chiesa. Alle quindici esatte, Matti tornò di sopra a chiamarla per fare il suo ingresso. Il padre era lì ad aspettarla con gli occhi lucidi, davanti alla porta.

Quando l’organista iniziò a suonare la marcia nuziale, lei prese il braccio di suo padre e, seguendo le istruzioni di Matti, iniziarono a camminare lentamente verso l’altare.

Non ci si abituava mai a certe emozioni. Il punto di vista del sacrestano è simile a quello di chi osserva un dipinto, pensò Matti. È uno sguardo esterno, distante. Ma questa distanza, forse è proprio la chiave per cogliere l’essenza di momenti come questo, che sanno di eternità. Ricordò il giorno in cui sposò Sari, non riuscendo a capacitarsi della rapidità con cui fossero trascorsi tanti anni. Probabilmente sarebbe successa la stessa cosa anche a quella giovane coppia: un giorno, all’improvviso, si sarebbero ritrovati con i capelli bianchi e migliaia di fotografie insieme. Li osservò, commosso, mentre si scambiavano i voti. Si appoggiò alla parete, in fondo alla chiesa, e cominciò a contare i presenti. Compreso lui, Anna e la cugina dello sposo, che quel giorno era anche l’organista, erano sessantadue persone. 

Serie: Il sacrestano


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Discussioni

  1. Ciao Arianna! Credo che questo episodio, grazie alla bellissima riflessione sulla distanza connaturata alla figura del sacerdote, rappresenti bene tutto l’isolamento che questa figura deve necessariamente sopportare. Nel caso del protagonista, poi, l’isolamento è doppio, dato il destino che gli riserverà la sua malattia.

  2. Il paragrafo finale bellissimo. Interessante anche l’idea di inserire il dettaglio delle persone presenti alla fine, riprendendo il registro che hai menzionato all’inizio del capitolo 🙂

  3. “È uno sguardo esterno, distante. Ma questa distanza, forse è proprio la chiave per cogliere l’essenza di momenti come questo, che sanno di eternità.”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  4. Le riflessioni di Matti sono intime, vere come il fatto di saper andare oltre nel tempo e vedere anche quegli sposi, oltrepassata la bellezza della loro unione, trovarsi vicini, anziani e felici, vedersi in quel giorno, con lui, probabilmente anche in quei ricordi. Una sorta di amore a distanza ai fatti importanti della vita e della vita stessa della quale ne sente un ruggito pauroso. Sempre brava😄

  5. In questo episodio mi ha molto incuriosito la parte descrittiva dell’attività di Matti. Controllare le letture, accendere le candele… ecco, da me il prete invece si arrangia da solo con la vestizione. Niente “alba”, ma camice e càsula (o in alternativa pianeta) e stola. E cingolo, quello sì.

  6. “Il punto di vista del sacrestano è simile a quello di chi osserva un dipinto, pensò Matti. È uno sguardo esterno, distante. Ma questa distanza, forse è proprio la chiave per cogliere l’essenza di momenti come questo, che sanno di eternità.”
    molto bella questa riflessione. oltre a darci un indicazione riguardo il personaggio, sembra indicarci il perno intorno al quale ruota la serie. hai scelto come protagonista una figura insolita, poco usata. trovo questa scelta originale e interessante. tutto si mescola poi con il tema della malattia, che speso è taciuto, evitato, per il dolore che solleva. un personaggio ritenuto da molti “secondario” che vive la sua malattia quasi nell’ombra…davvero un punto di vista meritevole.

  7. Interessante questo racconto che sembra ruotare attorno al Parkinson e allo stato d’animo di chi si ammala del morbo.
    Non male la scelta di alcuni particolari, come il nome della città per farci capire dov’è ambientata la storia e la prete che aspetta un bambino, per sottolineare l’appartenenza della comunità alla chiesa luterana.

    1. Grazie Francesco 🙂 Adesso che hai nominato “la prete”, sai che stavo impazzendo con questa storia del prete al femminile?😆 Qui in Finlandia non c’è femminile o maschile, quindi si chiamano tutti “pappi” (prete). Ma in italiano, sono entrata in crisi: il prete donna? La prete? La PRETESSA? 🤣🤣🤣 (tipo Fantozzi).

      1. Ah, proprio ci vivi in Finlandia! Capito il perché allora.
        Il femminile dei “mestieri” si forma man mano che essi esistono, fino a quando nessuna donna li esercitava non aveva alcun senso dare un genere oltre al maschile. Che senso avrebbe avuto dire “poliziotta” se solo i maschi potevano fare parte della polizia? Dunque è la società che sceglie il termine più consono, in base alla prevalenza nell’uso comune. Quest’uso comune riguardo il prete, per ovvi motivi, in Italia non c’è, dunque ho calcato un po’ la mano 🙂 il femminile di preside è preside, quello di custode è custode, ma di sacerdote è sacerdotessa… Boh, mi sa che dovremo aspettare per sapere come si dirà. Nel frattempo l’accademia della Crusca ci dice che la prete va anche bene. 😉

  8. Come spesso accade il lavoro puó aiutare ad affrontare periodi difficili, di malessere interiore o di malattie conclamate. Soprattutto quando il lavoro é gratificante, come in questo caso, per Matti. Mi piace moltissimo la figura insolita del prete donna e come l’ hai descritta.

  9. Molto bello, Arianna, il modo in cui hai descritto le varie circostanze arricchendo la narrazione con i pensieri di Matti, le sue sensazioni e i ricordi che riaffiorano. Un episodio che definirei ‘intimo’, una sorta di pausa dal dolore e dal pensiero della malattia che lo affligge. Certamente un’occasione data al lettore di conoscere meglio il protagonista.