La mareggiata

Qualche tempo fa, prima della guerra, prima del Covid, quando il mondo era preoccupato solo dei quotidiani insulti razzisti di Trump e gli italiani seguivano i nuovi amori di Belen Rodriguez che cambiava amanti come Salvini felpe, io ero alle prese con il primo anno di specialistica in ingegneria meccanica. Durante una settimana di ottobre, arrivò una violenta perturbazione da sud che portò temporali, vento e mareggiate lungo tutta la costa meridionale della Sardegna. Il venerdì coincise con il primo giorno di sole dopo la tempesta tropicale. La mattina avevo lezione ma seguii poco e distrattamente. Ad ogni pausa controllavo le previsioni meteo e attendevo con trepidazione la fine di quell’agonia noiosa e monotona. Divorai il pranzo in un lampo, caricai ancor più rapidamente il mitico Pandino, occhiali da sole in viso e puntai dritto verso la zona di Chia, un paradiso per i surfisti. In meno di un’ora arrivai alla mia meta. Parcheggiai sotto una pineta e mi incamminai verso la spiaggia su una stradina dissestata in mezzo alle villette disabitate. Sentivo in lontananza, nel silenzio assoluto della natura, il rombo delle onde e un’eccitazione mi pervase il corpo facendomi drizzare i pochi peli sulle braccia. La strada era ancora disseminata di pozzanghere e l’odore fresco e pungente della terra umida si mescolava a quello dei tronchi dei pini ancora bagnati. L’asfalto cedette prima alla terra battuta e infine alla sabbia. Passai per una stretta strada coperta da fitta vegetazione che lasciava intravedere appena la schiuma dei cavalloni e infine mi si aprì davanti la bellezza e la forza della natura. L’intero tratto di costa era battuto da una forte mareggiata con onde alte e lunghe, molto simili a quelle che ci si aspetterebbe in Portogallo o California, complice anche la caratteristica del fondale di questo tratto di costa. Poggiai lo zaino e il surf vicino ad una duna, lontano dal lungo bagnasciuga che copriva ormai buona parte della spiaggia. Ero solo. Completamente solo. Il vento fresco, gli schizzi delle onde, il rumore del mare, i raggi del sole velati dalla foschia di umidità che copriva la vista dell’entroterra e la rassicurante visione della torre di Nora. Ero immerso in un mondo magico, separato e distante dalla civiltà. Il mare selvaggio e libero mi chiamava a sé. Voleva danzare con me, e io con lui.

Mi preparai meticolosamente come sempre, con calma, assaporando quei momenti e studiando i movimenti del mare, il periodo delle onde, la direzione e l’intensità della corrente facendo mente locale sul fondale, ricordando i punti dove si ergevano dossi o agglomerati di scogli, piccoli banchi di asteroidi in quel mio piccolo universo.

Arrivai in riva con il surf sottobraccio e l’acqua fredda mi coprì i piedi. Il cuore accelerò, trepidante di eccitazione. Presi un respiro profondo e mi buttai appena finì una serie di onde. Remai sopra la tavola con lunghe e profonde bracciate e superai la prima zona d’impatto. Sotto me, nascosta nell’acqua torbida e verde, c’era una grossa fascia di scogli. Mi allontanai prima dell’arrivo di una nuova serie di onde, lottando contro la corrente forte che mi spingeva lateralmente. Le bracciate rallentarono d’intensità e il mio viso si scompose in una smorfia di fatica. Raggiunsi la banchina di sabbia sommersa assieme alla serie, scavalcai la prima onda, più debole, prima che si infrangesse, ma la seconda mi investì in pieno. Arretrai di qualche metro, di nuovo nella zona degli scogli, ma ripresi il controllo della situazione. Mi immersi tenendo la tavola girata sopra la mia testa, dando meno resistenza possibile alle onde che scivolavano sopra il fondo del surf. Appena sentivo passare un’onda, riaffioravo per prendere aria e poi giù di nuovo finchè non passò la serie. Mi rimisi in sella alla tavola in un lago di schiuma bianca, ancora con il risucchio dell’ultima onda e iniziai a vogare con tutte le forze per superare il dosso e la zona di impatto. Vidi formarsi una nuova serie e accelerai le vogate. La prima onda mi passò sotto, la seconda mi raggiunse che era al culmine della sua altezza. Scollinai il muro d’acqua e la terza onda ruggiva già con la schiuma in cresta. Mi avrebbe travolto, e trascinato sott’acqua per molti metri. In una frazione di secondo scartai a destra e presi l’onda sul fianco mentre impattava. La schiuma mi avvolse completamente mentre mi arpionavo ai bordi della tavola e provai a resistere a quella potenza. Passeggero di quell’onda, mi lasciai trasportare finchè l’onda non sfogò la sua energia, a quel punto mi alzai in piedi e guidai il surf fino a riva. Uscii molto lontano da dove ero entrato, la corrente spingeva molto forte. Mi accasciai sulla sabbia sfinito, ma soprattutto deluso. Non era così che sarebbe dovuta andare la giornata. Guardai meglio il mare, lo studiai per bene e mi rialzai. Presi la tavola con determinazione. Quel giorno avrei preso almeno un’onda come si doveva. Tornai in acqua. Aspettai passassero alcune serie e mi si aprisse un periodo di calma abbastanza lungo. Diedi fondo a tutte le mie energie e remai veloce. Finalmente superai il dosso e continuai a remare verso il largo. Passò una serie sotto la mia tavola mentre io seduto sopra mi riposavo cercando di lottare con le gambe contro la corrente. Era troppo forte e presto mi avrebbe portato fuori da quella zona. Dovevo prendere un’onda in quel momento. Con le gambe misi la punta della tavola verso riva e girai la testa verso l’orizzonte, in attesa della mia onda. Ne vidi formarsi una promettente e scivolai sopra il surf, cominciando a remare lentamente per mettermi nella giusta posizione per quando sarebbe arrivata l’onda. Qualcosa dietro quel muro d’acqua destò la mia attenzione. L’istinto mi disse di rallentare e di lasciarla passare. E vidi la mia onda. Un muro d’acqua rabbioso e potente si stava avvicinando. Remai veloce per guadagnare la posizione finchè l’onda non mi arrivò ai piedi. Remai ancora, posizionandomi sulla cresta, sentii che l’onda mi aveva preso prima ancora di aver formato la schiuma nella testa. Non ci pensai due volte, sollevai il busto con le braccia e contemporaneamente ruotai il bacino mentre fecevo un salto con le gambe, dando peso con il corpo verso sinistra. In piedi sulla tavola, scivolai subito alla base del muro che mi comparve in tutta la sua immensa smeralda bellezza davanti agli occhi. Allungai la mano dentro quel muro, sfiorandolo, accarezzandolo e seguii la scia bianca. Dietro, l’onda impattò e gli schizzi di schiuma mi raggiunsero. Fu naturale. Rallentai con un movimento delle gambe e lasciai che la forza di quell’impatto mi raggiungesse. Mi feci piccolo piccolo sopra la tavola e quel muro divenne un tubo. L’onda impattava con me al suo interno, ne seguivo il flusso, percepivo la sua energia, sentivo la sua musica. Mi avvolgeva, mi abbracciava, vedevo la schiuma sopra e a destra, l’acqua color smeraldo a sinistra e davanti vedevo il mondo con gli occhi del mare. Ero un tutt’uno con l’onda, ero un tutt’uno con la Natura.

Quei pochi attimi si stamparono indelebilmente nella mia memoria. Sbucai dal tubo e virai a destra. Proseguii in groppa alla mia amica che mi accompagnò fino alla riva. Uscii incredulo da quello che avevo appena fatto. Euforico, emozionato, grato. Mi sedetti sulla sabbia e guardai quel mare così bello mentre il vento e il sole mi asciugavano. Solo dopo qualche minuto mi accorsi di essere esausto, di avere una gran sete, le ginocchia piene di tagli che pizzicavano fastidiosamente a contatto con l’acqua salata e la base del costato dolorante per tutti i colpi presi sopra la tavola. Mi diressi verso lo zaino, bevvi piccoli sorsi per sciacquare via il sale dalla bocca e poi svuotai avidamente la borraccia. Lasciai che il sole e il vento mi asciugassero mentre, ancora immerso in quella magica solitudine, ammiravo la potenza del mare. Seguivo il ritmo ipnotico delle onde, ne ascoltavo la musica come il canto dolce di un’amante. Di nuovo diventavo un tutt’uno con il mare, di nuovo mi chiamava a sé per altre avventure. Mi sceglieva, mi bramava, come fece con Ulisse.

La suoneria del cellulare ruppe l’incantesimo delle sirene. Uscii da quel mondo sospeso nello spazio e nel tempo e tornai alla civiltà, frenetica e pressante. Trovai il cellulare nello zaino e vidi che c’erano tre chiamate e un messaggio di mia madre, altri messaggi dalle mie sorelle e dalle mie cugine. Persino Nenna, la mia migliore amica, mi aveva inviato otto messaggi. Tutte mi davano per morto. Le donne della mia vita hanno sempre avuto una gran fiducia in me. Mandai a tutte un messaggio, lo stesso, per rassicurarle e mi alzai.

Prima di andarmene, mi girai nuovamente verso il mare.

Lo ringraziai per il mio primo tubo, e infine lo salutai come un vecchio amico.     

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Discussioni

  1. Confesso di non amare particolarmente il mare, per qualche atavica ragione lo temo. Eppure, ero lì con te: sei riuscito a farmi apprezzare la sua maestosità. E’ una forza cui portare rispetto, assecondare come hai fatto nel attendere con pazienza l’onda giusta: si dice che ci si debba affidare all’acqua per non annegare. Mai combatterla.

    1. Al 100%. Non ho così tanta fantasia e immedesimazione😂.Lo è, veramente unica, ma spero di aver reso l’idea. Grazie davvero di aver letto questo mio piccolo spaccato di vita Tiziano!

    1. Oh si, davvero 🙂 la spiaggia descritta si trova poco prima di Chia,alla fine di Santa Margherita di Pula. È un lungo spiaggione molto simile alla spiaggia “Il pontile” di Chia ma meno affollato 😉

    2. Molto volentieri! Se puoi, ti sconsiglio il periodo turistico di luglio e agosto. Troppo caldo e troppi turisti. Personalmente il periodo migliore per visitare la Sardegna è maggio o fine settembre inizi ottobre. Ad ottobre fa ancora caldo, tendenzialmente è sereno e l’acqua del mare non è ancora fredda come a maggio o a giugno. Evita l’inizio di settembre che è sempre, e dico sempre, piovoso!

  2. Onda su onda ho goduto attraverso i tuoi occhi un’esperienza unica, mai vissuta prima. Racconto appassionante, mai un’incertezza, una parola stonata o di troppo. Indubbiamente sai incantare il lettore mantenendo quell’equilibrio narrativo che solo un surfista esperto sa cogliere.

    1. Grazie Fabius! Sono felicissimo ti sia piaciuto anche questo racconto, autobiografico al 100%. Ma quando torni a pubblicare!? Mi manca la tua penna ironica e sarcastica che riesce sempre, e dico sempre, a farmi sorridere. Niente pressioni eh! 😂

  3. Favoloso! Mi hai ricordato Sergio Bambaren lo scrittore australiano surfista. Tra voi due preferisco te: c’era poesia, ritmo musicale, ironia finale e, tra le parole, si affacciavano le immagini suggestive del nostro mare, come in un racconto illustrato. Bravo Carlo: di stoffa ne hai tanta da poter issare le vele per sal-pare dove di pare.😉

    1. Che bello il tuo commento! Ero a prendere qualche onda anche stamattina e appena tornato ho deciso di pubblicare questo racconto subito 😂. Con il surf provo sensazioni uniche che riesco a replicare solo quando sono immerso nella scrittura. Quando mi chiedono “ma chi te lo fa fare di fare tutta quella faticaccia” rispondo che mi basta prendere anche solo un’onda per essere ripagato di tutta quella fatidica (e ce n’è parecchia, mannaggia ai film californiani che non la fanno mai vedere). Con la scrittura uguale, basta un tuo commento per essere in armonia con l’universo 😊