La meta

Sfrecciavo lungo la costa, ascoltando canzoni che si confondevano nel sibilo del vento. Una mano salda sul volante e l’altra libera, a godere dei giochi di luce che le ceneri incandescenti della mia sigaretta formavano davanti al paesaggio buio. Qualche ora prima avevo deciso come vivere il resto della mia vita, consapevole che non sarei mai stato in grado di mantenere la mia stessa parola. Un turbinio di emozioni contrastanti mi accompagnavano in quella corsa infinita, a cui per la prima volta avevo dato una meta. Stavo correndo da lei. Non ne conoscevo il motivo, ma sapevo di volerlo fare e tanto mi bastava. La mia impazienza si infrangeva, irruenta, sul pedale dell’acceleratore. Volevo spingerla al limite. Volevo spingermi al limite. Un limite che forse non avrei dovuto attraversare, ma verso cui mi dirigevo senza rallentare. Ogni curva sembrava la fotocopia di quella precedente, ogni rettilineo interminabile. Poi, d’un tratto, le luci di quella città che avevo imparato ad amare mi diedero conferma di aver attraversato il mio confine. Abbassai il volume della radio per poter concentrare ogni mia attenzione sugli edifici che con curiosità osservavano il mio passaggio. Mi persi nella bramosia di conoscere ogni centimetro di quella strada, più volte già percorsa, mai fino ad allora vissuta. La stessa volontà che mi aveva portato ad amare quel viaggio, ora mi spingeva a fuggire verso qualcosa di migliore.

Mi sto incamminando lungo questo marciapiede deserto. Osservo con curiosità i tavoli imbanditi di un ristorante. Il tempo sembra fermo. Un cameriere mi osserva, immobile. Mi accorgo di essere pervaso da un silenzio irreale, che mi porta ad aumentare il passo.

Non ricordo più dove mi sto dirigendo, quale sia la strada che mi ha portato fin qui, perché lo stia facendo.

Volto l’angolo. Lei è lì.

Ogni pensiero svanisce. La mente si ferma.

E tutto il mondo ricomincia a girare.

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