
La mia donna
Visto che in questi giorni si parla d’amore vi propongo uno scritto di una ventina di anni fa, ho preferito non cambiare nemmeno una virgola perché le imperfezioni sono parte integrante di quel periodo. Nasce in dialetto e, come sempre, la trasposizione in italiano fa perdere qualcosa. Lascio a seguire, per chi lo conosce o per chi si vuole cimentare, la versione originale.
La mia donna non è la mia donna. È la Donna che mi ha soppesato e che ha pensato, bene o male, che andassi bene per lei.
Sembra facile da dire e, forse, a vent’anni è scontato sia così.
Capita, per tanti motivi, che ti ritrovi solo, sbandato: passi da un pranzo da una sorella a una pizza con un amico, col pensiero che a loro fai anche pena.
Poi capita che fermi i tuoi occhi su una ragazza che non conoscevi e la inviti a bere qualcosa, ti ispira e già fai castelli in aria. Tu racconti di te e lei di lei. Ne esce qualche figlio, qualche problema di casa o di soldi e la poesia svanisce.
Serve una grande dose di convinzione e di fiducia per non mollare… ci vuole aver intravisto qualcosa, sia tu che lei, per non lasciar perdere, per dire “proviamo, che forse è la volta buona”.
Quando l’ho conosciuta, la mia Donna, non era una bambina ed anch’io ero ormai abbastanza maturo.
Giocavamo in difesa entrambi, scottati dalla vita e dalla gioventù: un paio di figli a testa e poi qualche storia che non stava in piedi, l’anima sbrindellata senza un’idea di futuro da spartire con qualcuno.
Nemmeno più la voglia di star lì a far fatica per uno o una che non avevi mai visto prima.
Io e la mia Donna ci siamo sfiorati, una volta, da amici comuni e subito siamo stati curiosi l’una dell’altro… curiosi, paurosi ma anche nervosi e suscettibili.
È quasi sicuro che all’inizio siano scintille per tutti: “ziocan, non ti conosco e ti metto alla prova subito, senza pietà!”
Qualche boccone amaro l’abbiamo mandato giù, qualche parola che suonava male l’abbiamo detta entrambi. Qualche giorno senza neanche un ciao al telefono e già la vita sembrava un campo da arare: c’erano anche fiori ma nessuno a raccoglierli. Erano strette al cuore, per me e per lei.
Ci metteva becco anche l’orgoglio: “stavo bene prima di te posso anche stare solo”. Ma non era così, sentivamo il cuore stringersi come un limone strizzato e non era un bel vivere ma è stato quello che ci ha fatto capire che uno senza l’altro perdevamo tutto, che in due si stava anche bene e da soli non ne saremmo usciti.
Lo dico ora che son passati tanti anni: so che sono nato per stare con lei, credo che nessuna avrebbe potuto farmi stare così bene.
Non sono solo rose e fiori, a volte impreco io ed altre volte lei…
Ma la notte, stanchi della giornata, io cerco la sua mano e lei la mia.
LA ME DONA
La me dona no l’è la me dona! L’è la Dona che m’ha pesà e che ha pensà, bem o mal, che nevo bem per ela.
Par fazile, a dirlo e, forse, a vinti ani l’è così ma dopo, a trenta, quaranta e oltre no l’è proprio così scontà.
Capita, per tanti motivi, che te te trovi sol, sbandà… te pasì da en disnar da na sorela a na piza con n’amico,
col pensier che te ghe fai anca pecà. Pò capita che te fermi i oci su na putela che no te conosevi…
te la envidi a bever qualcos, la te ispira e za te fai castei, po te parli de ti, o de ela, e vem fora qualche fiol,
qualche problema de casa o de soldi e la poesia la va a remengo.
Serve na bona dose de convinziom e de fiducia per no molar… ghe se vol che t’abi vist qualcos, sia ti che ela,
per no lasar perder, per dir “Provem, che forse l’è la volta bona”.
Quando l’ho conosua, la mia de Dona, no l’era na popa e anca mi ero ormai abastanza maur ma zughevem en difesa tuti doi,
scotai dala vita e dala gioventù: en par de fioi a testa en po de storie che no steva en pè,
l’anima sbrindelada senza n’idea de futuro da spartir con nesum,
gnanca la voia de star li a far fadiga per uno o una che no t’avevi mai vist.
Mi e la me Dona ne sem sfrisai na volta, da zent che conosevem, e subit sem stai curiosi, l’una de l’altro… curiosi, paurosi… anca zidiosi.
L’è quasi sicur che all’ inizio sia scintille per tuti: Zio Can! no te conoso e te meto ala prova subit, senza pietà…
Qualche bocom amar, qualche parola che ligheva la boca l’avem patia tuti e doi. Qualche di senza en colp de telefono, senza en ciao e la vita la pareva en camp da arar: gh’era anca fiori ma nesum che li bineva.
L’era struconi de cor, per mi e per ela…
l’orgoglio el ghe meteva bec: “Stevo bem prima de ti, podo anca far senza” …ma no l’era così,
sentivem el cor che se strenzeva come en limon strucà e no l’era en bel viver ma l’è quel che na fat capir
che uno senza l’altro ne perdevem dal tut: en doi se steva anca bem, da soli no gh’en vegnivem fora.
El digo ades, che ormai è pasà tanti ani: mi so che som nat per star con ela,
mi credo che nesuna l’avria podest farme star si bem.
Miga l’è tut rose e fiori, a volte ostio mi, altre volte l’è ela che me cria
… ma la not, strachi da la giornada, mi zerco la so mam, ela la mia
Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Leggendo questo racconto direttamente in dialetto mi è sembrato di avvertirne perfino la cadenza, dando ancora più spessore al significato delle parole. Bello questo racconto, Giuseppe.
La potenza delle tue parole arriva dritto al lettore. Mi è piaciuto davvero moltissimo leggere questo tuo racconto
Non ho potuto fare a meno di sorridere e crogiolarmi nel tepore di questo scritto. È incredibile come detti di tanti anni fa riescano ancora ad essere attuali, anche se per i pochi fortunati in grado di leggerli con la sensibilità dovuta.
Riconfermo quanto detto leggendo La Frontiera: anche se questo scritto non è tuo, la tua sensibilità emerge comunque. 🪻🪻
Ciao Mary, probabilmente mi credi più giovane e, leggendo che lo scritto è di vent’anni fa, hai pensato che non sia mio ma… ma io sono quasi un vecchietto ed ero nella mezza età quando l’ho scritto. 😜
Grazie Giuseppe, grazie. Tante, tantissime. Ho appena terminato di rispondere ai commenti a un racconto mio e tu, quanto me, sai come sia faticoso a volte rispondere a un commento, soprattutto quando quello che hai scritto viene fuori da un posto che sta dentro di te. Ne sono uscita con un grande peso, quasi un macigno. Poi, decido di saltare di qua e allora penso che va bene, in fondo. Che quella parola la, ‘fortunati’ (?), forse un pochino la possiamo fare nostra. Ti mando un abbraccio, a te e alla tua dona e ancora grazie.
Grazie a te Cristiana, sempre! Sono sicuro che la traccia di stanchezza che ho percepito nelle tue parole di commento sia dovuta solo a un momento di tristezza o, ancora meglio, solo frutto di una mia impressione. Si, sono convinto che lo siamo, ‘fortunati’, ma è comunque una fortuna che nasce da una convinzione, da un credo che si fa comandamento senza coercizione, per indole. 🌹
Grande Giuseppe! Da Veneto sono andato dritto alla parte in dialetto e l’ho trovata bellissima! Convengo che è bella anche nella versione in lingua, quando una storia è bella e così profonda nella sua semplicità (bravissimo) rimane tale in qualsiasi modo! L’unica cosa che non ho capito è di che zona sei… mi pare Treviso Nord o addirittura un po’ più su… ma ci sono delle cose che non mi tornano!
Ciao Piergiorgio, le cose che non ti tornano sono legate a un dialetto veneto un po’ imbastardito perché in realtà è del basso Trentino, roveretano per essere più precisi. Specifico la zona perché Rovereto, a differenza di Trento, è stata per un centinaio d’anni dominio veneziano e quindi ne ha mutuato, in parte, dialetto ed usi. Ti ringrazio per l’apprezzamento e resto in attesa di leggere altre tue belle pagine. A presto!
Ho letto questo scritto in italiano e l’ho riletto in veneto, mi è piaciuto e mi è ripiaciuto. La musicalità del veneto è così intensa che sembra di sentir suonare un violino, e suona bene, tanto. Ma la resa della traduzione in italiano, non me ne vogliano gli amici, è sicuramente bella, per me altrettanto.
Credo che il punto non sia quale sia più godibile, quanto l’essere meraviglioso il contenuto. Un contenuto di gioia, speranza, calore umano, splendidamente resi e comunicati. Gli stessi che ritrovo tanto spesso, anzi sempre, negli scritti di Giuseppe. Una bombola d’ossigeno per chi fa fatica a respirare. Non fa solo bene, fa vivere.
Grazie Giancarlo, le tue parole sono un balsamo per il cuore. Grazie!!!
Bello l’intero racconto nel suo insieme, ma trovo particolarmente interessante la parte in dialetto: quest’ultimo, secondo me, costituisce una ricchezza, un patrimonio da difendere e valorizzare. Complimenti per tutto Giuseppe!!!
Si Alfredo, il dialetto va difeso ma, purtroppo, come tante tradizioni, si sta perdendo. Ti ringrazio per aver letto ed apprezzato. 🤗
Quanta verità in questo racconto, e quanto siamo tutti simili, soprattutto nell’amore: “Ma la notte, stanchi della giornata, io cerco la sua mano e lei la mia.” Bravo.
Grazie Concetta!🌹
Grazie Concetta! 🌹
“… ma la not, strachi da la giornada, mi zerco la so mam, ela la mia”
Il dialetto, per me, è un altro mondo. È difficilissimo, non capisco quasi mai nulla. Ma questa frase voglio impararla a memoria.
Perché è così che dovrebbe essere lʼamore: dopo una giornata pesante, cercare la mano di chi ami. Non cʼè bisogno di parlare. Solo una mano nella mano.
Bellissimo il racconto! Mi ha fatto piangere. Complimenti!
Anche il tuo commento non scherza, grazie Karina!🌹
Credo che quella D maiuscola, da sola, dica già tutto. Mi hai fatto venire voglia di credere ancora nell’amore. Anzi. Mi hai proprio convinta. Perché avevo smesso, se è dall’amore che nascono meraviglie cosi?
È ufficiale. Ci credo ancora. Grazie Giuseppe 🩷
“Nemmeno più la voglia di star lì a far fatica per uno o una che non avevi mai visto prima.”
Fantastico questo passaggio
Carissima Dea, fossi riuscito a farti ricredere sull’amore dovrei convincermi sul potere miracoloso delle parole, anche le mie. Più facile pensare che l’amore ci sia sempre, a volte si rinnega, a volte si nasconde e, spesso si vuole ignorare, ma lui, pervicace, è pronto ad uscire al primo sole tiepido, come un piccolo fiore nella crepa di un muro. Poi tu scrivi e scrivere è già una manifestazione di grande amore!🌹
Sono d’accordo che in italiano non suona alla stessa maniera e la versione originale mi piace di più. D’altra parte il veneto, come il siciliano, è una derivazione autonoma del latino volgare, non un dialetto dell’italiano.
Ottima osservazione Francesco! Purtroppo se ne sta perdendo l’uso, penso a termini e detti che usava mia mamma e che ormai usano in pochi e non posso che rattristarmi.
E’ bellissima questa cosa che hai scritto. Me la sono letta in dialetto e nemmeno ho sentito la necessità di passare all’italiano, perché mi è parso che nella versione originale stesse l’essenza del racconto. E mi ci sono ritrovato in tante righe. Grazie.
Grazie Roberto. In dialetto è pensata e in dialetto ha una sua musicalità che nella traduzione si perde. Mi fa un grandissimo piacere il tuo gradimento, davvero importante per me.
Bello. Anche la parte in dialetto.
Grazie Rocco!