La mia mano sinistra
Guardai la protesi posticcia al polso della mano destra, dove avevo fissato il carboncino da disegno.
Provai ansia da prestazione e un senso di povertà per le commissioni che avrei perso a breve.
Sulla tela, insensati solchi rettilinei, segmenti infiniti come la mia rabbia.
Dove erano finite le mie armoniose curve, le mie sublimi parabole ed iperboli? , quel panneggio così amato dalla critica e dai mecenati?
Tutto rinchiuso in quel gesso che, da giorni, emanava un fetore indescrivibile, figlio di sudore e lacrime.
Mara, la mia intima modella, posava per me da circa un’ora, guardando il vuoto sopra le mie spalle. Immobile, come comandava il suo ruolo.
Ma dietro la tela che ci divideva, potevo sentire il suo respiro flebile. La tensione che si percepiva non era quella del fare: era solo compassione per un uomo finito.
Guardai la mano sinistra, una compagna timida, una spalla alla più nobile e usata destra.
Presi forza e lasciai che fosse lei a impugnare l’archetto per suonare quest’opera, da prima spezzò il sottile carboncino, poi il sudore la annerì tutta. Tentai di pulirla, ma nulla: ecco che delle volgari impronte presero possesso della tela che barcollava, perché sorretta dal solo moncone.
Ripresi coraggio, lasciai che l’insicura amica scivolasse a tratti sulla superficie tessile. Saltelli come brividi: il carboncino lasciava dei segni.
All’inizio non comprendevo cosa fossero. Preso dallo sconforto, tentai di congiungere i punti, ma senza successo.
Odiavo me stesso, odiavo la paura che provavo. Decisi allora di usare la mia mano come una spatola: la immersi nel colore e presi a ceffoni la tela.
Mara mi guardò e rise.
Io bestemmiai.
Giù altro colore, poi solvente. Poi presi un pennello duro, con setole vecchie e malferme, proprio come me, e iniziai a dare forma a qualcosa che non sapevo nemmeno io cosa fosse.
Mi sentii Dio. Provai quello che, aveva provato Lui nel creare il mondo.
La paura era scomparsa. L’odio, assorbito dalla tela. La mano libera, rinata, pregna di pigmento, ora stringeva un altro pennello, più forte ed intimo, mentre Mara, lasciata la posa, mi si gettava addosso.
Oggi, forse, mi romperà anche l’altro polso.
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Mi è piaciuto molto il passaggio dalla frustrazione al momento in cui smette di cercare di fare le cose “come prima” e inizia semplicemente a creare. Bella anche l’idea della mano sinistra che da limite diventa quasi una nuova possibilità. E il finale con Mara mi ha fatto sorridere 😄
Buongiorno. Splendida parafrasi dell’assioma secondo cui ogni fine è accompagnata ad un principio