La mia ultima pagina di appunti

Tirava di nuovo vento sulla Torre del Sud.

Ero rimasto da solo: i miei amici mi avevano abbandonato per imboccare una via avvelenata che sembrava la verità; ne scimmiottava le sembianze, ma non era la Verità.

Avevo messo da parte la Tenda del Sole, e me ne stavo giorno e notte al forno, a contemplare le fiamme che mi avrebbero divorato.

C’era questa forza invincibile in me, che ho forse nutrito con troppo animo, la quale m’indicava la strada all’acconsentire a un tipo di solitudine che non avevo mai esplorato: un grande silenzio, dove il tempo finisce perché l’importanza delle cose si ridimensiona alla vita, all’essere coscienti d’esser vivi.

Nella mia biblioteca prendevano polvere le agiografie di quei Soffiatori che avevano vegliato al forno prima di me; tra le pagine di questi dedussi che il Fuoco sceglie personalmente con chi parlare, cioè a dire: i miserabili, i pezzenti, i cavalieri erranti e di ventura, gli esiliati, quelli che hanno pesato il proprio cuore e l’hanno trovato sporco e pesante -e per tali ragioni si sono arresi alla propria fragilità.

E poiché io mi riconoscevo in mezzo a tutti questi, sprofondai in una rassegnazione pacifica e terribile insieme. M’era d’improvviso familiare quel che provano i condannati a morte alle ore immediatamente precedenti l’esecuzione.

Non dormivo più. Non mangiavo più.

Era tutto perduto per me.

Stavo aspettando la fine del mondo.

Solo allora il Fuoco mi parlò, e disse:”Dammi spirito, non sangue“.

Ed io, ch’ero già navigato all’uso di quel labirintico parlare, capii che avrei dovuto tornare indietro per tutta la vita, a piangere i miei sbagli e rivelarli uno a uno dietro le mentite spoglie della ragione.

Dietro ogni lacrima c’ero io che morivo, che ricordavo una vita che non pareva più la mia. Ero cieco, questo sogno di sale ch’è il groviglio delle vite e delle vanaglorie dell’uomo, si era sciolto una volta per tutte.

Mi trovarono morto e consumato fino allo scheletro davanti al forno, tra le mie pergamene. E scrivo ora questo mio pegno da ogni fiamma che brucia in ogni parte del mondo, perché sono vivo per sempre.

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Discussioni

  1. Un breve testo, scritto molto bene. Le ultime parole di un uomo saggio o forse uno scrittore? Tu lo chiami ‘soffiatore’, con il compito importantissimo di tenere accesa la fiamma. Particolarmente poetico il finale.