La montagna
Serie: Eva
- Episodio 1: Il seme
- Episodio 2: La montagna
STAGIONE 1
Il caldo di quel giugno sembrava già preannunciare l’inferno che di lì a poco si sarebbe scatenato nel paese. I secchi rintocchi della campana suonarono funebri verso mezzogiorno, tagliando la canicola con il loro riverbero, mentre la gente si radunava a cerchio nella piazza.
“Il paese è entrato in guerra”, il messo aveva il fiatone per aver corso fino a lassù, e gridava leggermente piegato sulle ginocchia.
Nella piazza erano quasi tutte donne, a quell’ora gli uomini erano ancora nei campi. Nonostante il sole caldo dell’estate, un brivido di freddo attraversò le loro schiene.
“Il Duce ha parlato ieri. Si è affacciato al balcone e ha parlato”.
Eva aveva ormai quattordici anni, e una certa comprensione del mondo attorno a lei. Sentiva spesso gli uomini parlare della guerra, del duce, delle condizioni del paese. Sapeva che questo duce, il cui volto a volte aveva intravisto nei giornali che buttava via il barbiere, non piaceva a suo padre, il quale non faceva alcun segreto della sua opinione. Sapeva anche che questo spaventava sua madre; spesso le sentiva dire al marito, di sera, dopo che i piatti erano stati sistemati nella credenza e il tavolo sgomberato, e i figli mandati a letto, che avrebbe fatto bene a tenersi per sé certe idee, che non potevano portare a niente di buono. In quei momenti suo padre diventava sgarbato – la cosa la lasciava perplessa perché non lo sentiva mai parlare in quel modo- e rispondeva che le donne di queste cose non capiscono niente, intimava alla moglie di fare silenzio, e poi usciva dalla cucina.
Quella strada che pochi anni prima sembrava scolpita nella pietra andava sgretolandosi man mano che arrivavano i fogli di via. La guerra si prese tutti i suoi fratelli maggiori, convocati di gran fretta verso il Distretto di Perugia e spediti verso fronti di cui in paese si ignorava persino il nome. Fu però tre anni più tardi che quel piccolo borgo sperduto fra le montagne entrò nella storia: quando i tedeschi occuparono la valle e i fascisti intimarono ai ragazzi rimasti di vestire la camicia nera, molti di loro dissero di no. Rifiutarono di partecipare a una carneficina che non avevano scelto e, invece di presentarsi al Distretto, scelsero la via dei boschi, scomparendo tra i castagni dall’oggi al domani.
Intanto il padre si faceva sempre più taciturno, e lo spazio fra lui e la madre diventava un filo ad alta tensione, carico di una corrente che rendeva difficile respirare a ogni cena.
Con l’assenza dei fratelli il lavoro nei campi si era moltiplicato, e anche Rita si ritrovò a doversi spaccare la schiena tra i solchi. Osservava da lontano suo padre con un sottile velo di preoccupazione, vedendolo faticare senza risparmiarsi un solo secondo. Eppure la sera, nonostante i campi reclamassero la sua presenza già all’alba, si allontanava senza una parola. Eva sapeva che usciva: certe sere, rigirandosi nel letto, a sua volta insonne, sentiva il portone di casa cigolare nel buio.
Anche quando era il momento di scendere al mercato, giù a valle, o al mulino, incombenze che prima condivideva con i suoi figli maggiori, tornava sempre molto tardi, accampando la scusa di una lunga fila per macinare il grano o di qualche intoppo nella vendita dei prodotti.
Eva sentiva dentro di sé che suo padre stava architettando qualcosa, ma il rispetto atavico che provava nei suoi confronti le impediva non solo di fare domande, ma persino di dare forma a qualche tipo di sospetto nei propri pensieri.
Il filo di tensione fra il padre e la madre venne rotto definitivamente una sera d’inverno del 1944.
Quella notte non ci fu alcun cigolio del vecchio portone: il padre non era tornato per cena e la sua sedia sarebbe rimasta vuota anche nei mesi a venire.
La Brigata Proletaria d’Urto San Faustino, che già da mesi coordinava le bande partigiane sparse nella zona, divenne ufficiale l’11 febbraio 1944, il giorno in cui suo padre sparì fra le montagne.
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