La morte

Serie: Goblingeddon


Dopo tre giorni giorni cocenti e tre notti di digiuno, Raki era come un tacchino rinsecchito e cotto a puntino. Il metallo a contatto con la pelle si era scaldato a tal punto da farlo svenire nelle ore centrali della giornata, una, due, tre volte. Poteva sentire distintamente il cervello evaporargli fuori dalle orecchie. L’unica speranza era di poter morire in fretta, magari in un sonno dal quale non si sarebbe più svegliato. Sarebbe stato bello: andarsene immaginando di nuotare in un lago dorato, con carne salata ad attenderlo sulla riva, tenuta stretta fra le chiappe di qualche femmina dall’odore pungente.

E invece niente sogni: fu preso a schiaffoni fino a riaprire gli occhi. Era notte fonda, le stelle brillavano silenziose nel firmamento, tanti piccoli puntini troppo lontani per sentire le sue imprecazioni. Ma Varvic, a un palmo di distanza, lo sentiva benissimo.

«Allora? Sei già morto? Se sei morto dimmelo, non farmi perdere tempo.» La mano del giovane esploratore goblin era dura, ma Raki si svegliò sul tanfo agrodolce del suo alito pestilenziale.

«Se non ti allontani un po’, crepo davvero» gli intimò, stordito e sul punto di svenire un’altra volta. «Puzzi più tu di Furrin nei gayser di zolfo.»

«Furrin chi?» domandò, alzando le punte delle orecchie come fosse stato colto in fallo. «Ascolta: non tutti ti vogliono vedere morire qua al palo.» Raki non riusciva a vedere bene, ma le orecchie funzionavano ancora alla grande. Quel Varvic parlava a bassa voce, si guardava le spalle, sembrava attanagliato dalla fretta di rientrare.

«Tu non hai il permesso per stare qui, vero?» disse Raki, con un ghigno abbozzato. La testa pesante non ne voleva sapere di sollevarsi. Da quella posizione, però, vedeva nell’oscurità qualcosa di lungo e rigido che gli piacque moltissimo.

Varvic scosse la spada a saetta. «Questa è tua. Tu non mi hai visto portartela. Ok? Se te lo chiedono, sei andato a prenderla da solo.» Così dicendo, la piantò ai piedi di Raki. La spada dondolò come una canna al vento, comunque troppo lontana per essere afferrata.

Raki ebbe il dubbio di trovarsi di fronte un vero cretino. Poco male: lo avrebbe ucciso appena libero. Così poi, senza più idioti a intralciarlo, avrebbe preso il largo nel mare d’erba, verso sud, lasciando per sempre Campoforno e i suoi folli abitanti.

«Carissimo,» azzardò dopo un paio di scossoni, senza riuscire a liberare le mani dalla corda annodata «non credi sia il caso che tu mi dia una mano fino in fondo?»

«L’ho fatto» rispose Varvic, fissandolo negli occhi. Stava fermo lì, impalato come un albero, mentre Raki raccoglieva le forze e si dimenava più di un’anguilla attaccata all’amo.

«Ma brutto pezzo di…» continuò, mordendosi subito la lingua. «Pane della mia nottata, non mi sei utile se te ne stai fermo lì impalato. Le guardie ti vedranno presto: non è il caso che mi sleghi? Così che possa accopparti… no, accompagnarti di nuovo dentro? Eh?»

Varvic si illuminò. «Ma le guardie non ci sono più! Io e Foiana le abbiamo uccise. Così potevi liberarti senza pericolo. Vogliamo rivederti dentro» esultò il goblin, più ocra che verde. «Il palo non è un bel sistema! Sorgiva sbaglia. Lorque crede che meriteresti…»

La frase non finì mai. Per un istante Raki credette che Varvic si fosse bloccato, come se non riuscisse a trovare il bandolo della matassa nel suo cervello spugnoso. Un momento dopo cadde a terra, con un’ascia da lancio conficcata in fronte.

Raki imprecò. Era legato al palo, rivolto verso le mura di Campoforno e non poteva vedere cosa stesse accadendo alle proprie spalle, o tantomeno capire da fosse arrivata quell’ascia.

Guardò verso l’alto: non si vedeva nemmeno una guardia sui bastioni. Un paio di fiaccole accese segnavano delle postazioni vuote. Varvic giaceva al suolo, mentre il suo corpo veniva scosso dagli spasmi di morte. Sembrava un pesce rimasto sul terreno in secca. I pescatori, nemmeno troppo silenziosi, si stavano avvicinando.

Doveva essere colpa del buio, ma quando un uomo enorme e barbuto si chinò a fianco a Raki per raccogliere la sua ascia, non lo notò. Vero che il palo a cui era legato era ampio, che non c’erano altre luci e che Raki rimase immobile a farsela sotto con il capo chino e ricoperto dall’elmo, ma quel vichingo doveva avere qualche problema per non accorgersi della sua presenza. Colto dalla curiosità afferrò anche la spada a saetta, che nelle sue callose mani sembrava niente più che un pugnale. Il suo intelletto inferiore da umano gli suggerì di abbandonare quell’arma grandiosa, così, con noncuranza, la lasciò cadere.

E Raki, con un gesto rapido e rischioso, allungò il capo mentre la spada cadeva, infilando il naso puntuto dell’elmo dritto nell’occhiello della guardia. La spada si incastrò, Raki tornò a fare il morto e l’umano non si accorse di nulla.

“Ce l’ho fatta!” pensò Raki, esultando nella testa, fermo come un opossum. “Appena questo scemo gigante se ne va, taglio la corda!”

Lo scemo, però, aveva portato dei compari. Raki non si mosse, ma ne scorse cinque, sei, sette, poi ancora fino a dieci e più, giganteschi uomini barbuti. Indossavano vesti pesanti, epiche spade già sguainate, e uno stava portando alla bocca un corno da battaglia. Era la prima volta che vedeva umani simili.

Quando uno di loro soffiò con veemenza nel corno, l’ondata di distruzione cominciò ad abbattersi su Campoforno. La morte stava bussando. E si era dimenticata di qualcuno.

A Raki non importava quanto veloce stessero aprendo il portone. Non gli fregava nulla delle guardie che comparivano con una lentezza disarmante per tirare qualche scialba freccia agli energumeni.  Men che meno gli importava dei primi arkà che cadevano come pere cotte giù dalle merlature, colpite da un’ascia o da una freccia ben scoccata. Gli importava solo di avere tutti i guerrieri umani davanti e con le spalle rivolte a lui. 

Era notte. E la spada, ora, con un gesto da contorsionista, riuscì ad afferrarla.

Serie: Goblingeddon


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