La nave del capitano Acabh

Serie: Helena Everblue


La nave abbandonò il porto accompagnata da sbuffi di fumo oleoso. La sirena strillò, e il Mare Esterno accolse lo scafo tra le sue placide acque. Il capitano Acabh, avvolto nel solito pastrano che non si decideva mai a cambiare, rivolse una preghiera di ringraziamento al Creatore, si lisciò i baffi e si sistemò il cappello sulla pelata.

«Oggi è un buon giorno per pescare» gli disse un ometto tarchiato che era giunto trotterellando da sottocoperta.

«Il mare è calmo» confermò il capitano. «Auguriamoci che lo rimanga».

L’ometto annuì. «Riempiremo la stiva, e il signor Cho ve ne sarà grato».

«E io sarò grato a te, Isma».

L’ometto indietreggiò di qualche passo. «E chissà, magari stavolta sarà la volta buona.» Non ottenendo risposta, accennò un mezzo inchino. Non mancò di notare che l’attenzione del capitano era rivolta al grande arpione, come ogni giorno da quando si erano conosciuti. Il grande arpione che attendeva silente…

Mentre i marinai buttavano sudore nelle loro umide e maschie faccende, Isma tornò a nascondersi sottocoperta. Detestava i venti gelidi del mare aperto, la maleducazione con cui sferzavano il volto rendendo la pelle ruvida e violacea. Sarebbe uscito solo quando fossero incappati in qualche banco di pesce: ci sapeva fare con la rete. 

Muovendosi lentamente per non sprecare preziose energie, con l’unica compagnia di una vecchia lampada a olio che cigolava ad ogni suo passo, giunse alla stiva. L’odore pungente di merluzzi e aringhe aveva impregnato le pareti e, nonostante l’abitudine, gli occhi di Isma si riempirono di lacrime. Allungò il braccio per illuminare il vuoto che, si augurava, presto avrebbero riempito.

Ma quel vuoto era un inganno: tra la puzza e il buio, un’ombra si celava.

«E tu chi cazzo sei?» sbottò Isma.

Un’ombra difettosa.

***

Jonathan Bull digrignò i denti. Le carie sibilarono il loro dolore, infiammandogli le tempie. Se a tutto ciò aggiungiamo la delusione di non aver trovato il prezioso carico Lhara come segretamente aveva sperato, non vi sarà difficile immaginare la furia con cui si scagliò su Isma. Arrivò a un soffio da ghermirlo con le sue unghie squadrate. Isma aveva un corpo tozzo abituato ai bizzarri capricci delle onde, quindi non faticò a scansare i movimenti del suo assalitore.

«Clandestino a bordo!» urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. «Clandestino a bordo!».

Prima che Jonathan potesse attaccare nuovamente, due omaccioni nerboruti, forse gli stessi che avevano liberato la nave dagli ormeggi, lo afferrarono per entrambe le braccia impedendogli ogni movimento.

«Schiaffatelo in gattabuia» ordinò Isma.

Jonathan si rivolse ai marinai. «Lasciatemi ragazzi, sono un servitore di Cho!».

I due si scambiarono un’occhiata d’intesa. «Cho comanda a Newcity» disse uno. «Qui è il capitano Acabh a decidere».

«Già!» confermò l’altro. «E la sua decisione non credo ti piacerà».

Al rumore degli stivali di Jonathan Bull che picchettavano sulle assi mezze marce mentre veniva trascinato via, si aggiunse quello delle grasse risate dei due uomini.

***

Lo gettarono in una cella che era più una gabbia, infestata da un’allegra famigliola di topi grassocci. Quando i morsi della fame si fecero troppo insistenti, ne afferrò uno cacciandoselo in bocca così com’era: crudo e palpitante di vita. Il continuo beccheggio della nave, però, parve non gradire quel pasto clandestino; rimestò lo stomaco dell’ombra difettosa fino a fargli rigettare i resti mezzo digeriti del povero animaletto.

«Fatemi uscire, maledetti!» Non era abituato a rivestire i panni della preda e l’amaro che gli impastava la bocca contribuiva ad ottenebrare il suo umore. Quando lavorava per Cho il cibo aveva un sapore molto più invitante. Scacciò il passato come una mosca fastidiosa: echi di Lhara e della misteriosa fanciulla dagli occhi cobalto. 

Stava quasi per abbandonarsi al sonno quando gli stessi marinai che lo avevano portato lì tornarono sui loro passi.

«Già di ritorno, amici?» li punzecchiò, cercando di nascondere il velo di paura dietro a un tono canzonatorio.

«Il capitano ha deciso. Prima ti appendiamo per il collo, poi buttiamo il tuo corpo merdoso in fondo al Mare Esterno».

Aprirono la cella, afferrarono Bull, e risero nuovamente.

***

«Marinai della Requoll!» annunciò solenne il capitano Acabh, fiero e sull’attenti accanto all’albero maestro. «Oggi il pennone accoglierà il collo di quest’uomo.» Indicò Jonathan con un dito accusatorio.

Urla di entusiasmo si levarono da ogni angolo della nave. Quei lupi di mare non dovevano conoscere molti motivi di svago.

Il capitano si rivolse a Isma. «Qual è il nome di questo clandestino?».

Il primo pescatore scosse la testa, visibilmente scocciato. «E chi diamine lo sa!».

«Non importa.» Acabh si lisciò i baffi. «In fondo un nome non è altro che un nome».

Jonathan Bull sbuffò. Se ne avesse avuto l’occasione avrebbe fracassato il cranio di ogni singolo uomo presente su quella nave, non dimenticando di fottersi i più giovani e teneri. Ma i due energumeni erano forti; duri come il ferro. Qualsiasi tentativo di liberarsi dalla loro morsa finiva per rivelarsi un buco nell’acqua.

«Billy Bold!» urlò il capitano. Isma si domandò dove fosse andato a pescare quel nome. «Per l’autorità conferitami dal signor Cho, ti dichiaro colpevole di clandestinità e ti condanno a morte per impiccagione».

Il giubilo invase la ciurma. Grida, applausi e sputacchi da bocche maleodoranti di rum da quattro spicci. Jonathan rifiutava di credere che la sua vita stesse finendo in un modo così banale. Lui, il possente toro. L’ombra…difettosa.

Con uno strattone, gli energumeni lo trascinarono verso il cappio che penzolava al ritmo delle onde del Mare Esterno.

«Vi ammazzerò tutti, figli di un cane!» imprecò. «Cho ve la farà pagare per questo, potete scommetterci».

Prima che il suo collo taurino fosse infilato nel cerchio di corda, la voce di Isma si levò al di sopra di ogni altra.

«Capitano Acabh, ve lo dicevo che sarebbe stata la volta buona. Guardate a babordo!».

Tutti si voltarono nella direzione indicata dal primo pescatore. Un animale gigantesco; tonnellate di grasso unto e lucido, bianco come un sudario. 

Ogni suono si zittì, e ogni muscolo perse vigore dinanzi alla maestosità della creatura. Solo il capitano Acabh sembrava immune a quella sorta di incantesimo; trovò la forza di muovere qualche passo e raggiunse l’arpione di prua.

«Eccoci a noi, maledetta!» Jonathan non aveva mai visto occhi annebbiati da un’ira tanto vibrante, nemmeno negli specchi. «Il mio nome è Acabh, capitano della Requoll. Io sono il Fato, e giungo per porre fine alla tua immonda esistenza. Mostro!».

Serie: Helena Everblue


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Discussioni

  1. Ciao Dario. Si salpa, si naviga, si viaggia! E che viaggio! Ho come la vaga impressione che tu ti sia divertito parecchio a scrivere questo capitolo. 🙂 El Toro risulta sempre più epico e, dopo questo finale potente, chissà come si comporterà. Belli i riferimenti che tiri in ballo, fluida come sempre la narrazione. Grande! Alla prossima! 🙂

    1. Amico, grazie per esserci anche in questo viaggio! Hai proprio ragione, mi sono divertito un mondo. Questo episodio ha necessitato un mese di progettazione e solo un paio di giorni per la stesura definitiva. Ho dovuto attendere che la storia tornasse a fluirmi nelle vene. Io sono così, devo “sentire” la voce dei personaggi che mi sussurrano nell’anima. Ok, penserai che sono pazzo…Ahahahah (scherzo, so che un po’ mi comprendi).

    2. No, no… invece ti capisco! Per come la penso io, è giusto che sia così. Le cose buttate lì tanto per non mi sono mai piaciute. Tutto va ponderato per bene e, in certi contesti, atteso! Quindi mi trovi assolutamente d’accordo. 🙂

  2. Ciao Dario. Ti dirò, in fondo sono contenta che Bull abbia salvato la pellaccia all’ultimo momento: fino a quando si pappa topi e non gatti non ho nulla in contrario 😀 Con questo episodio, per così dire “fuori dalle righe”, mi hai sorpresa e divertita. Rimane la curiosità di sapere se Bull si unirà all’equipaggio nella lotta contro il Mostro

  3. “Tutti si voltarono nella direzione indicata dal primo pescatore. Un animale gigantesco; tonnellate di grasso unto e lucido, bianco come un sudario. “
    Eccola!!! ❤️

  4. “Quando i morsi della fame si fecero troppo insistenti, ne afferrò uno cacciandoselo in bocca così com’era: crudo e palpitante di vita. “
    Non si discute: la fame è fame

  5. “Ma quel vuoto era un inganno: tra la puzza e il buio, un’ombra si celava.«E tu chi cazzo sei?» sbottò Isma.Un’ombra difettosa.”
    Eccolo lì! In compagnia di Capitani vendicativi e angeli narratori ❤️

  6. Eccoci finalmente sul Mare esterno a caccia di pesci leggendari.
    Non so più come farti i complimenti per la forza della tua scrittura incisiva, evocativa e seppur ricercata nelle immagini, mai pesante.
    Amo le citazioni e l’omaggio al Melville mi è piaciuto molto.
    Sono proprio curioso di sapere come se la caverà il nostro toro.
    Alle prossima puntata

    1. E io non so più come ringraziarti, soprattutto perché conosco la sincerità delle tue parole. Occhio che nel prossimo episodio il “pesce leggendario” si incacchierà di brutto!😂

  7. Ho sempre amato le condanne a morte interrotte all’ultimo secondo da un diversivo. D’altronde un’ombra difettosa non può finire così. Mi piace tutta questa azione e la credibilità che ha costruito in queste scene. Bell’episodio.

  8. “Quando i morsi della fame si fecero troppo insistenti, ne afferrò uno cacciandoselo in bocca così com’era: crudo e palpitante di vita”
    Oh mio Dio. Che immagine vivida e disgustosa

  9. Grande, grande episodio, e capisco perché tu abbia detto di esserti divertito a scriverlo!
    Quel maledetto di Bull ha più vite di un gatto, e riesce (per ora) a scamparla ancora.
    Il finale è davvero epico!