La normalità 

Serie: La normalità


La storia ordinaria di un ragazzo eccezionale alla ricerca della normalità

Schizofrenia significa etimologicamente mente divisa.

Dunque, è questo che provano le persone affette da tale patologia: scissione della personalità.

Eppure io non mi ero mai sentito così.

Anzi, è proprio durante le crisi che avveniva il ricongiungimento del mio io frammentato, l’unione delle forze per combattere gli attacchi del mondo esterno.

Lo schizofrenico non si difende da sè stesso, ma dall’irragionevolezza dell’ambiente che lo circonda.

La domanda più frequente in questi casi è: – Come te ne sei accorto? – .

Con il tempo ho appreso che le persone non chiedono per curiosità ma per paura. Vogliono captare dalle risposte confuse e aggressive qualche indizio che dimostri loro di essere sani.

Mia madre fu la prima ad accorgersene ma non disse nulla e, sospettando dei sorrisi dei conoscenti, imparò a riconoscere i sinceri dai paurosi, eliminando tutte le persone che ci guardavano con sdegno.

Di lì a poco rimanemmo soli. Io e mia madre.

Mi capitava spesso, alla taverna dove mia madre lavorava come cameriera, di vedere gruppi di persone che banchettavano allegre e le chiedevo come mai non ne avessimo mai fatto parte, lei rispondeva con sufficienza che a noi quella ricerca di normalità non era mai interessata.

La normalità, a suo dire, era il peggiore di tutti mali.

Se la devo dire tutta a me non dispiaceva poi così tanto, gli sguardi rilassati, le battute a voce alte da un lato della tavola, e gli schiamazzi in coro dalla parte opposta; quel senso di appartenenza che non conoscevo.

Non avevo nemmeno avuto un padre. Il mio se ne era andato molto tempo prima, in un tempo remoto che mi faceva dubitare che fosse mai esistito.

Era difficile immaginare mia madre a scambiare smancerie con un altro essere umano. Eppure senza un padre non sarei nemmeno nato io, ragion per cui non dovevo preoccuparmi tanto della sua esistenza quanto della sua assenza.

Forse anche lui era partito alla ricerca della normalità e, secondo me, aveva fatto bene, di gran lunga il suo viaggio sarebbe stato molto più entusiasmante che stare qui, con me e la mamma intendo.

Al villaggio mia madre era chiamata la pazza. Ma mia nonna …

Già dimenticavo, non vi ho parlato ancora di lei.

Mia nonna era una donna eccezionale, non solo aveva partecipato alla ricerca della normalità, ma l’aveva addirittura trovata. Non era particolarmente alta, aveva capelli argentei raccolti con un fermaglio, una fossetta sul mento, e due grossi orecchini verde smeraldo che non toglieva mai.

Ogni pomeriggio al ritorno da scuola spalmava su una grossa fetta di pane una noce di burro e lo riempiva di zucchero, poi me lo porgeva con un sorriso beato che faceva sorridere anche me. E mangiavo di gusto il suo panino, anche se non avevo fame, solo per il gusto di farla contenta.

Irradiava un senso di spensieratezza che non potevo turbare con la mia inappetenza.

Solo mia madre non le dava pace.

Mia nonna diceva che era la disgrazia delle donne belle quella di essere tanto tristi.

E mia madre era proprio così, tanto bella quanto triste, come bloccata in qualche strano incantesimo,

lo stesso che, a quanto pare, aveva colpito tutte le donne della mia famiglia.

Tranne mia nonna, appunto, che era la più brutta delle sue sorelle e la più felice.

Mia madre, che al villaggio era stata chiesta in sposa da tutti i giovani più promettenti, aveva preferito invece buttarsi tra le braccia di un forestiero capitato dalle nostre parti senza un motivo (mia nonna attribuiva la colpa alla maledizione).

Nonostante fosse così desiderata, tutti l’avevano sempre chiamata la pazza, e anch’io non stentavo a comprenderne la ragione.

Pensate che pena vedere la sua unica figlia, creatura angelica, presa da raptus incontenibili sin dall’infanzia.

I capelli biondi fino alla vita, boccoli pieni che le ricadevano sulla schiena, e gli occhioni verdi, mal si conciliavano con le urla disperate che le uscivano dalla bocca piena e carnosa.

Era sempre stata matta.

A quanto pare anche io soffrivo degli stessi disturbi di mia madre. Certo, ai tempi ancora non lo sapevamo, e per fortuna mia nonna non lo seppe mai.

Fisicamente ero uguale a mia madre, ma con un carattere più malleabile che mi aveva permesso di affrancarmi dal nomignolo datole.

Ciò nonostante non mi trovavo molto con i miei coetanei.

Era forse questo l’unico elemento stonato che lasciava trasparire le rivelazioni future.

Secondo mia nonna il destino era tutto già scritto nelle mani. Bastava guardarle.

Per questo le mie non le volle vedere mai. O forse, poveretta, aveva già visto più di quanto potesse sopportare.

Mi accorsi di soffrire della stessa malattia di mia madre all’età di 35 anni.

Ero in quella fase della mia vita in cui se non sei sposato e non hai un lavoro sei un perdente.

Bene, io avevo un lavoro ed ero sposato ed ero perduto lo stesso, molto di più dei conoscenti con la sindrome di Peter Pan che si godevano la vita.

Non ho mai capito cosa dovesse intendersi per godimento, tantomeno di una cosa così evanescente come il vivere.

Il mio più grande fallimento era stata la mediocrità con la quale avevo speso i primi trent’anni di vita.

Non trovavo una giustificazione allo scorrere dei giorni.

In un primo momento, documentandomi, pensai di soffrire di depressione. Quello che ai tempi di mia madre era chiamato esaurimento nervoso.

Sicuramente i nervi c’entravano, vi era dell’altro però.

Mi sentivo un estraneo nella mia casa, persino in bagno.

– Tonio non trovi il tuo posto nel mondo! -, diceva mia moglie.

E ancora – L’avevo detto io che la tua famiglia era strana! – .

Lei di certo non soffriva di queste paturnie.

Si chiamava Urania e proveniva da una famiglia borghese, o meglio da un ceto sociale non più esistente, una sorta di middle class incapace di evolvere.

Il padre era un funzionario al Ministero del Lavoro e la madre impiegata in banca, la sorella più piccola in procinto di seguire le orme della maggiore.

Mia moglie aveva vinto un concorso pubblico all’età di ventisei anni allo stesso Ministero dove lavorava il padre. Il turno di quaranta ore settimanali e il venerdì sera con le amiche del liceo. Sulla soglia dei trenta aveva deciso che voleva sposarsi e, presa da un’insolita ambizione, aveva puntato al di sopra delle sue possibilità (estetiche e mentali) e aveva iniziato a corteggiarmi, passando sopra alle mie stranezze.

Io che ero sempre stato incapace di scegliere mi ero quindi affidato a quel carattere forte e ai modi sicuri, conscio del fatto che lei mi avrebbe permesso di non pensare alla vita, donandomi quella parvenza di normalità che, di nascosto da mia madre, avevo cercato ogni giorno da quando ero nato.

Chissà, magari anche mio padre aveva fatto lo stesso come me.

Dalla nostra unione era nato il nostro primo figlio maschio, uguale a mia moglie, così uguale che in cuor mio non sentivo quel rapporto di filiazione che, avevo dato per scontato, sarebbe conseguito automaticamente dopo il parto.

Via via che i giorni passavano la frase ricorrente divenne: “è uguale alla mamma”: un bambino minuto e anonimo.

La gravidanza di mia moglie non mi scosse particolarmente. L’unico pensiero frequente, ossessivo per meglio dire, che mi accompagnò per quei lunghi mesi, fu che se fosse nato un bambino diverso sia da me sia da mia moglie, e di aspetto non riconducibile a nessuno della famiglia (il tradimento di mia moglie lo avevo ingenuamente escluso), la somiglianza sarebbe stata da attribuire a mio padre, suo nonno, e in qualche modo mio figlio avrebbe potuto colpire quell’assenza.

Al contrario. Quando capii che il bambino era del tutto estraneo alla mia famiglia di origine, e forse anche a me, non mostrai più interesse per il nuovo componente della famiglia.

In definitiva provavo empatia solo per il mio cane, Rubus. Il nome l’aveva scelto mia moglie, era stata lei a prenderlo poco dopo essere andati a vivere insieme, credo fosse un modo per rendere meno dolorosa la convivenza con me e la solitudine con cui travolgevo ogni cosa.

Rubus era un Labrador dagli occhi neri e buoni che mi portava una pallina non appena leggeva nel mio sguardo il senso di inadeguatezza che mi assaliva nei momenti meno opportuni, mentre guardavo la TV, o leggevo il giornale.

Una sensibilità commovente, capace di sciogliere anche il mio animo freddo.

Tutto il resto sono solo storie, frammenti evanescenti di una realtà che ho perso tra i clacson rumorosi e le luci accese di questa città che non dorme.

Adesso scusate ma devo selezionare la mia prossima vittima.

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