La notte della principessa Maria Stella Salina

La fronte ancora liscia nonostante l’età, i capelli scuri come il caffè sparsi in ciocche lunghe e splendenti, sotto la luce calda del lampadario della camera da letto in cui giaceva.

Con indosso solo la camicia da notte, dello stesso colore delle sue mani, della sua pelle, si guardava in quello specchio.

Specchio che l’aveva vista così tante volte, che aveva seguito il suo cambiamento, il suo sguardo gioioso, cordiale ed innocente, incupirsi.

Giorno dopo giorno, notte dopo notte, l’aveva osservata diventare la donna che era.

Quella povera moglie isterica, incapace di mettersi il cuore in pace.

Quel pezzo di vetro riflettente l’aveva vista nel fiore degli anni, quando la sua pelle chiara aveva la sfumatura pallida di alcune rose, gli occhi nocciola erano luminosi e stracolmi di pagliuzze dorate sotto la luce calda del sole e lo sguardo del principe si posava su di lei diversamente.

In quegli anni non c’era traccia di compassione, di una qualche forma di disprezzo per il suo modo di essere, ma solo amore e quello che sapeva essere il desiderio di un marito, un omone in confronto a lei, una minuta ed aristocratica bellezza siciliana; così piccola e pallida da sembrare una bambola di porcellana.

Nonostante questo, lui, il principe di Salina l’aveva sposata e lei le aveva donato ben sette figli, adempiendo ai suoi doveri coniugali, rispettando sempre quel gigante buono e le sacre scritture, come le era stato insegnato,

Era stata educata per ricoprire quel ruolo, per essere moglie e madre, oltre ad una padrona di casa impeccabile ed una principessa, degna di questo nome.

Non aveva fatto altro che leggere la Bibbia, pregare, imparare preghiere e ubbidire.

Quello aveva sempre fatto e quello faceva.

Sentiva su di sé la responsabilità del matrimonio, dopotutto lo sapevano tutti che era compito della donna tener salda la famiglia, soddisfando il proprio marito, occupandosi dei figli e pregando.

Lei aveva sempre fatto tutto quello che le era stato insegnato, eppure era infelice.

Era profondamente infelice di non capire a fondo suo marito, di non riuscire neanche ad avvicinarsi alla sua mente, ritrovandosi con una matassa così ingarbugliata da non saper da dove iniziare per sbrogliare i suoi fili.

Quando lo guardava nei suoi occhi azzurrissimi, non vedeva più il tenero amore di un tempo e il petto le si stringeva, iniziava a farle male e le lacrime a seguire un corso tutto loro.

Un tempo, quando ancora il suo caro Giovanni era lì, riusciva a trattenersi, a stringere le spalle e andare avanti, ma negli ultimi tempi tutto era incerto.

Erano tante le cose che si stavano rivelando poco salde: la sua famiglia, il suo matrimonio e il regno…

Lei cosa poteva fare se non pregare? Pregare affinché Dio, il signore Gesù Cristo e la Madonna posassero la loro grazia sui suoi cari, su suo marito, sulla Sicilia.

Nessuno capiva quanto le mancasse il suo caro figlio, seppure avesse gli altri sei, ma ognuno di loro era diverso e ognuno mancava allo stesso modo, così come Caterina.

Era una madre dopotutto, era stata lei a metterli al mondo.

Ricordava il dolore di ogni parto, ogni singola contrazione, ogni singola spinta e poi il loro pianto liberatorio, il loro odore, le loro manine.

Nonostante il tedio di quelle ore, l’avrebbe rifatto altre mille volte se fosse stato necessario.

Loro erano il simbolo del suo amore, della sua devozione a quella famiglia, a suo marito.

Non era più sicura però dell’amore del principe per lei e ciò le riempiva il cuore di spine, spine che ad ogni battito si conficcano ancora più in profondità.

L’insicurezza la colmava di paura e le faceva odiare quella donnaccia che andava a trovare a Palermo, la sua professione, il suo corpo e si chiedeva cosa non avesse lei che quella possedeva.

Era ancora bella nonostante l’età, eppure il principe non la degnava di uno sguardo, anzi sembrava sempre più sdegnato dai suoi soli tocchi.

Aveva si paura per la sua incolumità, visto i tumulti che scuotevano il regno, ma ancor di più le premeva il fiele che aveva nell’anima, in bocca.

Cosa aveva che non andava?

Sì, gli anni erano passati rispetto a com’era da giovane, ma era lei sua moglie.

Sua madre l’aveva avvertita che prima o poi sarebbe accaduto. “Accade a tutte.” le aveva detto così tante volte da metterle la nausea, ma lei non aveva mai voluto crederci.

Forse, era per questo che stava sempre così male.

Forse per questo non riusciva ad accettare che lui preferisse altre donne a lei, ora che avevano sette figli e lei aveva svolto ampiamente il proprio compito.

I loro figli erano ormai grandi, presto sarebbero stati tutti da maritare e lei si sentiva vecchia, svilita…

Le lacrime scoppiarono nuovamente, come quando aveva cercato di fermarlo da entrare nella carrozza per recarsi a Palermo chiamandolo dalla finestra di sopra.

Lui l’aveva ignorata e ancor di più si era sentita ferita, le spine erano affondate ancora più in profondità.

Il ricordo era fresco e il dolore così insopportabile.

Piangeva ingoiando le sue stesse lacrime, sussurrando il suo nome che aveva una sfumatura così amara in quel momento. “Fabrizio mio…” bisbigliava, distogliendo lo sguardo dallo specchio, mentre una delle cameriere veniva per portarla nel suo letto e porgerle una tazza colma di infuso di valeriana.

Ormai conosceva bene quel sapore.

Era l’unico modo che aveva per scappare dalla realtà, da quella casa, da quello che la circondava.

Non riuscì a parlare tra i singhiozzi, ma docile e mesta si mise nel letto, prendendo tra le piccole e delicate mani la tazza di porcellana sbeccata.

Ne osservò le rose dipinte, il loro colore simile a quello delle sue labbra e poi guardò quel liquido. “Puoi andare, grazie” Cercò di dire tra i sospiri e le lacrime, prima di poggiarla alla bocca.

Voleva solo dormire, dimenticare quella sera, passare ad un nuovo giorno e far finta che nulla fosse mai successo.

Dopotutto, erano anni che faceva così e le cose non sarebbero di certo cambiate ora.

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Discussioni

  1. mi sono imbattuta per caso in questo racconto. Voglio farti tutti i miei complimenti per le tue doti letterarie davvero ammirevoli. Il ritratto della principessa, anche se ispirato a personaggi e ambienti del Gattopardo, ha una sua autonomia ed è impeccabile. Spero di leggere ancora qualcosa di tuo.