La notte e la fuga

Serie: I bambini ridono


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I disegni luminosi erano lenti, monotoni, continui, come simboli dell’infinito incandescenti. L’intensità crebbe fino a raggiungere un livello di luminosità fastidioso. Distolse lo sguardo e ancora una volta chiuse gli occhi per qualche secondo.
Poi li riaprì.

Non avrebbe voluto urlare per non attirare l’attenzione di qualcuno che si trovasse nei paraggi, ma non riuscì a trattenere il grido strozzato in fondo alla gola. Si allontanò di scatto dal sottile diaframma trasparente che lo separava da due visi perfettamente immobili, due bambini con il loro sorriso cristallizzato in un volto di cera. L’unico movimento era quello dei loro occhi che saettavano veloci come se lo stessero cercando, o forse per cercare qualcosa o qualcuno intorno a lui.

Mirco si dimenticò di respirare per un tempo che gli parve lunghissimo. Dietro i due volti ancora intenti a mostrarsi amichevoli e sorridenti vide avvicinarsi altre due figure. Riusciva solo a fatica a scorgerne i visi e le mani, ma adesso era chiaro che volevano lui. Era lui l’oggetto del loro scherno, del loro divertimento nell’imitare il suo modo di guardare al di là dal vetro, le mani ai lati del volto a protezione delle luci spurie.

Si destò dallo stato di torpore come se fosse stato investito da una scossa elettrica e si mosse velocemente verso i gradini che lo avrebbero portato sul marciapiede e soprattutto lontano dalla vetrina e da quelle presenze. Non poteva più sopportare la vista dei bambini, dei loro sorrisi, delle loro mani che scimmiottavano il suo comportamento: voltarsi e fuggire era il modo più semplice per tentare di negare tutto.

Ma anche correndo li sentì ancora. Udì le loro risate felici, divertite, risate che erano indizi di giochi spensierati.

«Mio Dio!» urlò questa volta senza preoccuparsi di chi potesse vederlo e ascoltarlo. 

Si fermò a corto di fiato. La sua mente stava recuperando la lucidità necessaria per poter formulare pensieri coerenti. Non poteva rientrare a casa, le risate lo avrebbero torturato tutta la notte. Riprese a camminare a passo veloce lungo il vicolo che lo portava alla sua auto. Il pinscher nano e gli altri suoi amici non erano lì ad aspettarlo data l’ora tarda. Al di là dei cancelli solo i piccoli giardini deserti e gli usci chiusi a chiave. Furono le pozze di luce gialla che colavano dai lampioni e soprattuto i tombini al centro della stradina a offrirgli il conforto necessario per placare l’esperienza di terrore che aveva appena vissuto: aveva bisogno di pensare con lucidità per ritrovarli sotto il suo piede destro ogni volta dopo lo stesso numero di passi.

Arrivò al parcheggio e salì in auto.

«Non devo tornare a casa adesso.» La sua voce tremava, spezzata dagli ansimi causati dal bisogno di aria.

«Senza meta» disse ancora a voce alta tentando di calmare il respiro e le pulsazioni. «Finché sarò certo che non mi vedranno rientrare, anche se significasse guidare fino al mattino. Prima o poi smetteranno di giocare, prima o poi i bastardi andranno a dormire.» La voce stentava a riprendere un tono normale.

Avviò il motore e partì.

– – –

La luce del giorno era intensa. Le ombre proiettate dal telaio della finestra cadevano in una zona della camera da letto che raramente Mirco vedeva illuminata direttamente dai raggi solari. Si rese conto di aver dormito più del solito. Il tempo trascorso alla guida si era protratto per alcune ore, senza una direzione precisa, senza alcuna meta da raggiungere, ma era servito a calmarlo. Al suo rientro a casa, quasi l’alba, il silenzio era assoluto, anche davanti alle vetrine che avevano attivato in lui il terrore. Non un silenzio normale, ma un vuoto e opprimente nulla.

«Un silenzio senza vita» sussurrò recuperando la frase da luoghi remoti nascosti nella sua mente.

Non gli sembrava possibile che fosse accaduto davvero: paura, certo, ma probabilmente incrementata dallo stress di quel periodo dell’anno. Aveva pensato di andare ancora a spiare l’interno del negozio di fiori dalla vetrina nascosta, ma aveva abbandonato subito l’idea. Si era trascinato a fatica lungo il vicolo che portava dal parcheggio verso il portone di casa, dimenticando di contare i passi tra un tombino e l’altro. Aveva dato la colpa alla stanchezza, ma sapeva di mentire a sé stesso. Non aveva alcuna intenzione, neppure sotto tortura, di rivivere l’esperienza di qualche ora prima, di rivedere quei visi scanzonati e sorridenti che lo osservavano dall’altro lato del vetro. L’unica possibilità che avesse un minimo di senso logico era quella di dimenticare, come se non fosse mai accaduto nulla, come se non avesse sentito né visto alcunché di strano.

Nei giorni successivi mantenne fede al suo proposito e smise di affacciarsi dalle finestre di casa per evitare di guardare verso le vetrine dall’altro lato della strada. Era un cambio di abitudine e non era per nulla facile, ma non si arrese. Ciò che gli costò molta fatica fu invece la decisione di evitare di percorrere la stradina verso casa quando era costretto a rientrare dopo il tramonto. Non era a causa del tragitto più lungo. Erano i passi, la difficoltà di trovare nuovi punti di riferimento su cui concentrare il suo pensiero mentre camminava. Aveva analizzato strisce pedonali, crepe sui marciapiede che evitava accuratamente per paura di inciampare, pali di lampioni e segnaletica, ed era sicuro che sarebbe riuscito ancora una volta a costruire uno schema verso cui far convergere la sua mente.

Continua...

Serie: I bambini ridono


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. L’immagine dei bambini che scimmiottano il comportamento di Mirco fa venire i brividi, me li sono immaginati pure io mentre leggevo ed è un’idea che funziona, caspita se funziona. Quanto al resto del capitolo, è interessante vedere come il nostro protagonista cerchi rifugio e sollievo nei suoi schemi, nelle sue abitudini routinarie. È una cosa che dal punto di vista psicologico è accuratissima, e rende bene la natura della paura dell’ignoto, che si contrasta riparandosi verso ciò che si conosce e che è familiare.

    1. Ciao Gabriele. la stradina che ho descritto nel racconto esiste, davanti a casa mia. Così come la vetrina nascosta che si affaccia su di essa. E posso dirti che quando passo da lì in tarda sera, negli ultimi tempi accelero il passo? 🙂
      Per quanto riguarda le abitudini del protagonista ho provato a renderle ossessive senza esagerare, proprio perché Mirco ha bisogno di legarsi a qualcosa di stabile. Mi fa piacere che tu lo abbia sottolineato.

        1. 😂 C’è il rischio… Più che altro spero che i titolari del negozio non leggano mai il racconto!