La pagina perfetta

Serie: Trilogia della scrittura


Dicevano che devi metterci il sangue in quello che fai, altrimenti è inutile, tempo sprecato.

Puzza di bruciato mischiata a sudore, questo è l’odore che mi ha accompagnato negli ultimi trentacinque anni, alla fine è rimasto appiccicato alle pareti come una dannatissima colla che non se ne vuole andare per nessun motivo, quasi fosse un ricordo del passato. Ho sempre odiato la mia stanza, quelle stupide quattro pareti bianche che con il trascorrere del tempo sono diventate gialle, soprattutto a causa del mio vizio: il fumo. Proprio qualche tempo fa ho contato, contato per una giornata intera, tutte le sigarette che riesco a bruciare in una giornata e, moltiplicato per trentacinque anni, quattrocentoventi mesi, dodicimila settecentosettantacinque giorni, fa esattamente cinquecentounidicimila bionde. Credo di essere immortale, rifletteteci, come diavolo fa un uomo ad ingurgitare una tale quantità di veleno come quella contenuta in quel concentrato di consumismo e cancro senza finire in una bara? Questo la dice lunga sulla capacità che abbiamo di renderci la vita impossibile, di peggiorarla quando potrebbe filare liscia, di scavarci da soli la fossa. Mio zio è morto a novantatre anni, almeno così ha detto mia madre, non so quanto sia trascorso da quel giorno, e riusciva a battermi alla grande visto che lui ha avuto il vizio per circa ottanta inverni fino a quando non è deceduto perché il cuore ha smesso di battere. A pensarci bene di che altro diavolo uno dovrebbe morire se non di arresto cardiaco? Basta, sto divagando, non è per questo che ho scritto questo pezzo di carta, non dovete conoscere la storia del mio albero genealogico.

Dicevo, un altro vizio che mi ha rovinato la vita è proprio questo dannato metodo di comunicare che fa parte della storia dell’uomo da non troppo, se lo confrontiamo con la nostra esistenza su questo pianeta. Credo di non riuscire nemmeno a ricordare il giorno esatto nel quale ho preso, quasi per caso, tra le mani la macchina da scrivere di mio padre ed ho iniziato a tamburellare come un idiota in preda a chissà che demone. Sono quasi certo sull’età, non credo di aver avuto più di dodici anni, anche tardi rispetto ad altri scrittori. Si trattava quasi di un gioco per me, un divertimento che era nato nella mia testa molto prima, ho sempre avuto voglia di sperimentare e lo facevo nel mio cervello inventando nuove storie visto che non potevamo permetterci una dannatissima televisione del cazzo. Mio padre era un operaio in una fabbrica metalmeccanica e di certo, all’epoca, il suo obbiettivo non era quello di comprare “la scatola”, come la chiamava lui, quando a malapena riuscivamo ad arrivare a fine mese. Ricordo di averlo visto alla prese con quella Remington sgangherata, nonostante avesse a malapena studiato su qualche libro non passava sera che non si sedesse lì davanti a scrivere Dio solo sa cosa. Lo spazio era qualcosa che scarseggiava e così veniva in camera mia perché mi piaceva osservarlo fino a quando non mi addormentavo, troppo stanco per guardare tutto il processo.

Quando morì in un incidente in fabbrica lasciò quella macchina con un foglio mezzo infilato sul quale c’era scritto “Era” e poi il nulla, solo il color crema di quella carta ruvida e spigolosa. Fu in quel momento che pensai alle innumerevoli possibilità davanti alle quali ci si trovava leggendo quella semplice parola: insomma, provate a riflettere anche voi su tutto quello che potreste scrivere. Nemmeno un articolo, un avverbio, una virgola, solo quel verbo che ti invitava a viaggiare, a dargli una parola che potesse accompagnarlo e donargli un significato compiuto. Rimasi davanti a quella pagina come se si fosse trattato di un momento cruciale, di vita o di morte, per me, tanto che mia madre pensò che mi trovassi in stato catatonico. Avevo letto tutto quello che la biblioteca pubblica possedeva ed era disposta a mostrare al suo pubblico ma ora sentivo la necessità di passare all’azione, di scrivere, di lasciare un segno come mio padre aveva tentato prima di me, del resto i suoi fogli erano rimasti in bella vista, impilati, in attesa di essere letti.

Credo che fosse passato almeno un intero giorno prima di aver avuto il coraggio di spingere un tasto e cominciare la mia avventura; si trattava di un gesto semplice che, però, ti rendeva un Creatore, quasi un Dio. Chi è lo scrittore se non il Dio del suo universo personale? All’interno delle frasi che crea lui è l’unico ad avere il potere di distruggere per poi ricreare, di cambiare per trovare nuove vie laddove una parola può stabilire innumerevoli vincoli ed altrettante variabili. Rimasi talmente affascinato da quel gioco di rimandi, di attese, di immaginazione, da risultarne risucchiato, come un malato del gioco d’azzardo che trascorre ore ed ore seduto di fronte ad uno schermo illuminato a festa che prosciuga la sua vita, il suo conto in banca, e rovina il futuro. Mi alzavo al mattino e volevo soltanto riprendere il mio amplesso con la macchina da scrivere, nel corso degli anni era diventato un piacere superiore al sesso che, a pensarci bene, avevo soltanto visto attraverso ciò che io stesso scrivevo. Tornavo da scuola e mi sedevo alla scrivania senza nemmeno mangiare, tanto era il bisogno di tornare in contatto con il mezzo per esercitare il mio potere. Ero il dittatore della Repubblica libera della parola, ero il sovrano del concetto e dominatore della sintassi; l’unica materia nella quale eccellevo era proprio quella che mi permetteva di sfogare il mio estro creativo.

Con il tempo ero diventato diffidente verso gli altri che mi guardavano con sospetto, come un elemento deviato di una società perfetta che potrebbe corrompere il tuo animo anche solo con una stretta di mano. Nascondere i miei scritti era una priorità e tutta casa era disseminata di scomparti segreti, nicchie e cassetti nei quali potevi trovare fogli ammassati, nemmeno si fosse trattato di denaro. Quando pensavo di dover trovare un lavoro per campare venne in aiuto la sorte, mandata da mio padre di certo; la società per la quale lavorava aveva perso la causa che le famiglie dei morti in quell’incidente avevano portato avanti e ci era piovuto sulla testa un risarcimento enorme. Ben presto fui l’unico beneficiario poiché mia madre morì di cancro non molto dopo. Ricordo di aver partecipato al suo funerale con sdegno, mi toglieva tempo da dedicare ad attività importanti come la scrittura.

Gli anni passavano ma il mio chiodo fisso era sempre e soltanto uno: dovevo riuscire a trovare la prosa perfetta, la coniugazione tra concetto, creatività e stile che potesse generare il romanzo perfetto. Battevo quelle maledette dita tutto il giorno fin quando il mio cervello non staccava la spina e mi faceva crollare con la testa sulla scrivania sino al giorno seguente, quando tutto ricominciava. Il mio corpo era divenuto un misero ospite di un’anima tormentata, o in cerca di tormento, e lentamente era diventato floscio, mollo, informe ma io non ero interessato a della stupida carne che non fosse quella della quale mi cibavo, raramente.

Come si può pensare di mangiare quando il tuo compito non è terminato? Come si può credere di riuscire a respirare ancora quando hai la consapevolezza che potresti non aver abbastanza fiato per raggiungere il tuo obbiettivo? Ho lottato con i miei dubbi per tutta la vita, fin quando la vista e le mani non hanno finito per abbandonarmi del tutto. Nelle ultime settimane ogni gesto è divenuto insostenibile e mi causa un terribile dolore, inoltre vedere anche a due palmi dal mio naso è divenuta un’impresa quasi titanica.

Non è stato facile giungere ad una conclusione ma credo sia l’unica strada percorribile. Mi hanno sempre detto che devi buttare il sangue in quello che fai se vuoi ottenere risultati ed io ho comprato una pistola.

Serie: Trilogia della scrittura


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Discussioni

  1. Anche questo secondo episodio mi è piaciuto.
    Fai capire molto bene il vortice, in questo caso malsano, in cui una passione può risucchiare fino a far scomparire tutto il resto. Le tue parole sono un mix di dolce e amaro… il dolce è la passione con cui l’autore vive la scrittura, una valvola di sfogo concreta che lo allontana dalla cose brutte della vita, l’amaro è la scrittura stessa che lo porta ad isolarsi dalla vita stessa, cercando testardamente la perfezione nelle parole fino al finale tragico.
    Alla prossima lettura.

  2. Sogni ed obiettivi mixati perfettamente e deviati verso l’ossessione. Destino infausto che ko ha portato alla psicosi. Racconto breve, intenso e ben scritto. Non ho chiaro se legato al precedente, inizialmente ho creduto fossero legati. Ma in tal caso mancherebbero familiari ed isolamento totale.
    Bei racconti, bravo!

  3. Quando un sogno diventa un ‘ ossessione si perdono di vista anche le cose basilari.Uno spaccato di solitudine esterna, in quanto dentro il protagonista, ogni spazio è coperto dalla scrittura che lo nutre.Bellissimo racconto emozionale