La piscina condominiale
Al centro del condominio “Baia del Porseo” spiccava una nuova piscina esagonale, simbolo di uno status sociale raggiunto, e adesso ostentato, che aveva prosciugato le finanze dei residenti e arricchito l’avido amministratore.
In un torrido pomeriggio di luglio, con una temperatura di 40° C e un’umidità soffocante, i condòmini cercavano sollievo sotto gli ombrelloni della piscina. Il bagnino Oreste, approfittando dell’ora di calma data dalla canicola, aveva attivato il robottino pulitore. Il lussuoso modello Zodiac C.S. – Clean and Swim stava infatti facendo il suo dovere, arrampicato sulla parete sinistra della piscina.
D’un tratto qualcosa nel robottino s’inceppò.
L’abituale lucetta verde intermittente, che stazionava sopra la presa elettrica, divenne rossa e fissa. E invece di ridiscendere nell’acqua per detergere l’altro lato della vasca, lo Zodiac C.S. estrasse dalla cima un micro periscopio che iniziò a roteare, spiando lungo il bordo piscina i bagnanti addormentati sopra le sdraio infuocate. La prima persona che il robot mise a fuoco fu Carlona Tanzi, una stronza che sbraitava sempre alle riunioni di condominio protraendole oltre l’orario consentito; il suo cavallo di battaglia era l’invettiva contro i ragazzini che giocano a palla nel giardino condominiale. Quelli, lei gelatinosa zitella senza figli, li detestava con tutta sé stessa. Adesso la Tanzi fumava annoiata sotto un ombrellone, conteso ferocemente con Fred Anselmo, una ex guardia giurata col vizio delle armi. Dal robot uscì un raggio laser giallastro che squarciò il torace lardoso della donna, facendole fuoriuscire lo stomaco e un pezzo di polmone grigio da fumatrice accanita.
La Tanzi morì fulminata all’istante.
Il tempo nella piscina si fermò.
Poi quando, per il contraccolpo, il corpicione martoriato della donna ruzzolò nell’acqua tingendola di rosso, gli altri condòmini iniziarono a urlare e a cercare rifugio dappertutto. In un secondo ci fu il delirio, perché a quel punto lo Zodiac C.S. iniziò a sparare il laser all’impazzata, facendo saltare per aria sdraio, ombrelloni e bagnanti urlanti.
Oreste, risvegliatosi dal torpore, iniziò a correre verso la presa elettrica del robot, con l’intenzione di disattivarlo. Purtroppo, la macchina era già uscita dalla vasca, si era scappottata, aveva estratto una gigantesca sega elettrica e lo aveva tranciato di netto all’altezza dell’aorta femorale. Il bagnino si guardò la gamba maciullata che sprizzava grumi di grasso e muscoli, dopodiché girò gli occhi e franò in una pozza di sangue, sulla quale scivolò Fred Anselmo accorso con la pistola in mano. Il proiettile che l’ex guardia riuscì ad esplodere schivò per un soffio il robot, e andò a infrangersi contro la schiena della signorina Gleba che – in preda al panico – stava cercando di raggiungere l’uscita, calpestando gli altri condòmini. La bella schiena della signorina Gleba, scolpita da severe ore di pilates, scoppiò come un’anguria presa a martellate, e per l’impatto i brandelli di carne bisunta d’abbronzante finirono nella vasca come tante meteoriti in caduta libera. Il robot iniziò ad avanzare sul porfido ingrumato di sangue per colpire tutti quelli che tentavano di fuggire. Anselmo cercò di riprendere la mira ma la pistola si era bagnata, così il robottino ebbe il tempo di rinculare, dare il via alle ruotine motrici, e avanzare slittando su quella melma di plasma, sudore e cloro, riprendendo a sparare raggi inceneritori a 360 gradi. Anselmo si tuffò a rana in piscina, cercando la salvezza, ma prima di toccare l’acqua fu raggiunto da un raggio che lo sodomizzò. Gli altri condòmini, nel frattempo, cercavano riparo in ogni luogo, per evitare la gragnuola di colpi del congegno impazzito. C’era chi si nascondeva sotto le sdraio, chi dietro i cessi autopulenti, chi si rifugiava negli spogliatoi di bambù. Ma il laser del robot era implacabile, si infilava dappertutto e bruciava, squagliava, deflagrava ogni oggetto inerte o persona in movimento. Da un balcone della palazzina A si affacciò la vecchia signora Wuber, vedova Esposito, spaventata da tutte quelle grida, ma non fece in tempo a rientrare in casa, che il robot mirò alla caldaia esterna della vedova, facendola esplodere. La vecchia, ridotta a torcia umana, caracollò un po’, scivolò rovinando sulla tenda dei signori Lacava del piano di sotto, per poi atterrare di schiena sul giardino di azalee dei signori Pallas, polverizzandole. In pochi minuti di fuoco finirono falcidiate la famiglia Busoni dell’interno 8, i coniugi Pernove della palazzina B2 e Davide e Sergino, due giovani freschi di maturità che si erano imbucati fingendosi residenti.
La piscina poco prima sonnacchiosa e ordinata, era adesso una inattesa trappola di carne e sangue.
A fronteggiare il robot, che si faceva largo fra cadaveri e mutilati urlanti, era rimasto il signor Franco Lanciani, ex perito agrario e ora baby pensionato. Lanciani era appena riuscito a mettere in salvo le nipotine, lasciategli in custodia dalla figlia, «Pa’, le bimbe me le tieni tu, così si rilassano un po’ in piscina».
Lanciani ebbe un gran culo a trovarsi alle spalle esatte dello Zodiac C.S. proprio mentre questo tentava di spostare il corpo del ragionier Finazzo incastrato con quello del portiere del condominio giunto in soccorso. Lanciani afferrò un ombrellone imbrattato di cervella, lo chiuse a mo’ di clava, e, profittando del momento di difficoltà dell’elettrodomestico, con tutte le sue forze, glielo schiantò sulla centralina. La lucetta rossa della presa elettrica si spense di botto e il robot finalmente si fermò.
Lanciani aveva i polmoni in fiamme e il cuore sembrava volerglisi liberare dalla trachea. Lasciò cadere la clava a ombrellone, e provò a respirare dopo aver respinto un rutto acido; poi lanciò uno sguardo panoramico su quello che restava della lussuosa piscina. L’acqua era vermiglia e trapuntata di cadaveri galleggianti con le esalazioni dovute al caldo ancora battente. Mentre ruminava su come recuperare le sue nipotine, un urlo lancinante squarciò il silenzio. Lanciani scorse un ragazzino che singhiozzava chino sul robot inerte, con un grosso telecomando in mano.
«Zodiac, amico mio, cosa ti hanno fatto?!»
Lanciani aguzzò la vista per metterlo a fuoco, e riconobbe in quel ragazzino… il nipote dell’amministratore. Quel bimbetto strano, quello che spiava sempre tutti da dietro le persiane, e non salutava mai. Lanciani, ancora in debito d’ossigeno, si passò la mano sulla faccia, come a scrollarsi di dosso quello che non riusciva a pensare. Quando ripuntò lo sguardo nella direzione del ragazzo vide che questo lo stava fissando, gli occhi erano due fessure scure, teneva i pugni serrati lungo i fianchi, e muoveva la testa a scatti, in avanti, come se volesse sputargli addosso le parole mentre in crisi di nervi urlava:
«Io l’avevo detto a nonnino che non volevo la piscina!»
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Tra poco i robottini saranno tra di noi e non dormiremo sonni tranquilli. Un horror comico che pur nella crudezza delle immagini diverte.
È una giostra folle che non ti dà tregua, e la chiusa col ragazzino e il telecomando è perfetta, ribalta tutto in un colpo. Ti strappa una risata nervosa proprio quando non dovresti ridere.
Adoro il grotesque anche per questo: perché ti incasina il cervello a tal punto da farti perdere le coordinate di base. Ciao Lino!
Ciao Simone, un racconto molto sopra le righe ma decisamente divertente nella sua cattiveria. Mi è piaciuto il contrasto tra l’ambiente condominiale – con i suoi piccoli rancori e personaggi riconoscibili – e l’esplosione improvvisa di violenza assurda. Il ritmo è veloce e quasi cinematografico, e il finale con il ragazzino chiude la storia con un’ironia nera che funziona bene.
Ciao Daniele, decisamente e volutamente.
Fermo restando che le relazioni di vicinato, e in ispecie le riunioni condominiali, superano ogni più fervida immaginazione, ho voluto alzare un po’ il tiro giocando con lo splatter.
Il racconto originale è più lungo e dettagliato, qui ho dovuto fare dei tagli, obtorto collo.
Grazie del gradito riscontro!