La pivella
Frequentavo l’Anytime Fitness da un paio d’anni, mi serviva a tenermi in forma durante l’inverno, quando la neve precludeva le mie uscite in montagna. Ci andavo per questo, ma anche perché, ogni tanto, riuscivo a “pescare” e, per qualche sera e senza nessun impegno, i miei sobri appetiti venivano appagati.
Quando la “pivella” fece il suo ingresso la notai subito: era molto giovane, capelli biondi lunghi e un viso grazioso che ispirava tenerezza e simpatia. Mi sconcertò l’eccesso nel suo modo di parlare e ridere, tradiva un’educazione contadina e approssimativa. La mancanza di classe, che comunque non sconfinava mai nella volgarità, era compensata dalla sua avvenenza e lei, ben conscia, esagerava nell’ostentarla. La osservai bene, la prima volta: le cose utili, contenute nell’abbigliamento attillato, erano ben proporzionate e delineavano curve sinuose che promettevano piacevole morbidezza.
Poi, sempre, evitai di fissarla, per non darle la soddisfazione che cercava.
Fin dalle prime ore di sudate comunitarie fu captata e circuita dal gruppo delle “zoccole”: donne giovani e meno giovani che riempivano le loro giornate del nulla assoluto; una manciata di insoddisfatte croniche dedite solo a godersi quelli che consideravano gli agi concessi dal loro essersi “ben maritate”. Oche senza cervello e nessun talento. La ignorai, come ignoravo la fastidiosa presenza delle sue amiche di palestra.
Una sera di novembre, scura, fredda e piovigginosa, finita alle nove l’ora di fatica, mi avviai verso “Il Laghetto”, il ristorante di campagna dove andavo a rifocillarmi prima di rientrare a casa. La vidi in piedi, accanto alla sua 500L ferma a lato strada, sembrava imprecare in preda all’ira. Accostai, abbassai il finestrino e le chiesi se potevo esserle d’aiuto.
«Si è spenta ‘sta stronza, non va più nulla!» sembrava sul punto di piangere.
Scesi e provando l’avviamento capii subito che qualche guasto della centralina elettronica impediva l’accensione. La parte elettrica era fuori uso, non si accendevano nemmeno le luci.
«Non è nulla di grave, ma, o chiami un carro attrezzi, o la lasci qua, ti accompagno a casa e fai domani con calma.»
Scoppiò a piangere, un singhiozzare continuo, isterico. Provai pena.
«Non è la fine del mondo, domani sistemi tutto» cercai di rincuorarla.
«È l’inizio della fine di tutto» ribatté «Alessandro è a Parigi, per lavoro… figurarsi! So ben io di che lavoro si sta occupando» la rabbia prese il posto dello sconforto.
Avevo fame e poca voglia di ascoltare stupide isterie.
«Senti, capisco. Ho fame e ne avrai anche tu, ti va di cenare con me? A un paio di chilometri c’è un buon ristorante. A pancia piena si ragiona meglio, ci facciamo due chiacchiere poi ti accompagno a casa e se domani hai bisogno di aiuto mi chiami? Ok?»
Mi guardò stupita, forse pensando che io sottovalutassi i suoi problemi.
«A proposito di chiamare, com’è che ti chiami? Ti ho vista decine di volte a sgambettare e neanche conosco il tuo nome» Sentii dentro di me un’onda di gradevole cattiveria, “stronzetta,” pensai “ora scendi dal piedistallo”.
«Irene, mi chiamo Irene» rispose attonita.
Sentivo di avere in mano la situazione e la sua fragile personalità, qualche pensiero stupendo si affacciava alla mente.
La cena fu squisita, ma lei, forse, indugiò troppo sul Lugana ben freddo, suscitando in me un certo disappunto: se il vino era ideale per il cibo, esagerando era nemico del mio concepire il dopo: mai avrei approfittato di una ragazza mezza ubriaca.
«Te la senti di stare sola stanotte?» le chiesi.
«Ce l’hai un divano per me? Anche piccolo» ora rideva.
A casa l’aiutai a spogliarsi, non ne aveva bisogno, ma le fece piacere.
Cominciai a sentirmi rimestare dentro. Il suo odore e la morbidezza della sua pelle mi inebriavano, ma il fatto che non fosse completamente lucida mi frenava. Mi allontanai verso il mobile bar e mi versai una buona dose di Jack.
Mi chiamò.
«Mi slacci il reggiseno per cortesia?»
Lo slacciai e lei si girò di scatto.
«Alessandro dice che ho le tette piccole. A te come sembrano?» mi prese la mano e la poggiò sul suo seno. Non mi riuscì di non strizzare un po’ quel capezzolo impertinente e lei ebbe un sussulto. Stavo perdendo il controllo e l’eccitazione mi toglieva lucidità. Strinsi più forte e lei ebbe un lieve tremito. L’altra mia mano scivolò in basso, liberò un po’ di spazio tra la sua pelle e i jeans ed esplorò quel territorio sconosciuto, mi lasciò fare, anzi, slacciò il bottone spalancandomi il suo mondo.
«Lo vuoi?» le domandai con voce incerta.
«Come puoi pensare il contrario?» rispose.
Sentii il suo tiepido umore sulla punta delle dita e persi ogni freno.
La mia bocca prese il posto della mano sul suo seno e le mordicchiai il capezzolo, mugolò e io aumentai la pressione dei denti con la certezza di farle male, ma lei dimostrava di gradire. Cercai con l’indice il suo clitoride e lo mossi su e giù come fosse un piccolo membro, mentre con l’altra mano le accarezzavo i glutei non nascondendo la ricerca di ciò che serbavano in mezzo.
«Portami a letto, presto» sussurrò.
La presi per mano e la portai in camera. Ora, nonostante l’eccitazione, sentivo di poter condurre il gioco come volevo. Le chiesi di girarsi e cominciai a leccarla piano, lei sollevava il culo aprendomi la visione del paradiso e io le aprivo le porte, tutte, con la mia lingua e le mie dita sapienti. Sentivo il mio piacere e il suo fondersi in un’unica onda che stava montando impetuosamente pronta a spiaggiare con fragore. Ma lei si girò e mi fermò.
«Calma, è troppo bello, facciamolo durare» disse sicura. Pensai che non era affatto la campagnola sempliciotta che mi era sembrata e che fosse molto più astuta di quanto tutti pensavano.
«Sai Tiziana, aspettavo fossi tu a fare il primo passo,» disse carezzandomi il pube «mi avevano accennato che preferivi le donne e ti ho desiderata da subito. Sei un tipo difficile, più o meno quanto lo sono io, ma siamo qua, ora, finalmente.»
Non mi lasciò replicare, mi cacciò la lingua in bocca dandomi il bacio più bello che mai abbia ricevuto.
Quella notte dura ancora.
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Fino all’ultimo sei stato abilissimo a non lasciarti sfuggire nulla che facesse intuire che la voce narrante fosse quella di una donna. Bravissimo, Giuseppe🙂
A parte lo scherzo, che poi tanto scherzo non è, complimenti Giuseppe per questo racconto ben costruito con la scena centrale a dir poco sopraffina. Bravissimo.
Fermi, fermi tutti! Chi vi autorizza a svelare tutto nei commenti? Per fortuna sono fra quelli che li leggono a lettura ultimata, altrimenti avreste fatto un disastro 😀
Mi ha tenuto agganciato perché senti la tensione crescere scena dopo scena e poi, quando pensi di aver capito “chi guida”, la storia ti gira la chiave in mano. Il finale mi ha lasciato addosso quella sensazione di notte che non finisce, più mentale che fisica.
Brovo, coraggioso soprattuto ad avventurarti in questi territori femminili. Cosa succede qua? Tra poco dovremo confermare l’età per accedere al sito?
Il commento che può rilasciare un’asessuale a un racconto erotico ha la stessa autorevolezza di un vegano chiamato a giudicare il miglior piatto alla sagra della braciola 😀 Tolto questo, la dinamica preda/cacciatore che alla fine si rivela cacciatore/preda è riuscita alla grande. Complimenti per esserti messo alla prova in un genere non facile ed esserne uscito vincitore.
“«Lo vuoi?» le domandai con voce incerta.”
Qui mi hai spiazzato perché ho immaginato tutt’altro, forse perché spesso noi uomini ragioniamo con la testa nelle mutande. Così Il botto finale è stato ancora più forte. Complimenti veramente, non mento, sei stato bravo in questo cimento.
Ciao Giuseppe, bravo, mi hai fregata. Quando è arrivato il nome Tiziana — rivelazione doppia! — ho realizzato. 🤭🤦Esperimento riuscito.
Bravo Giuseppe, sei stato abile a celare fino alla fine la verità.
E complimenti anche per aver accettato la sfida di Irene ed esserti spinto in un genere diverso dal tuo.
La pivella come titolo mi piace un sacco, il contenuto del racconto non sono la piú adatta a commentarlo, peró ti dico che mi fa molto ridere. L’ erotismo non riesco a sentirlo. Non é un difetto da parte tua é che continuo a vedere una macchina ferma con un problema idraulico: manca l’ acqua per pulire il lunotto (si chiama così il vetro anteriore?), qualcuno interviene per dare indicazioni e l’ auto riparte. Un’ avventura con un lieto fine. Un’ orgia fatta di soli abbracci, forti e sinceri.
Wow!!! 🩷 Che bel racconto di sesso lesbo! Mi è piaciuto tanto! Ti leggo con piacere. Alla prossima avventura 👍
Grazie Eva🌹. Il racconto è nato per scherzo, da una sfida che, secondo Irene, ho superato bene. Non ho mai amato molto (a parte qualche rara eccezione) gli uomini che scrivono del “sentire” delle donne, però mi sono divertito. Ora mi sono accorto di un dettaglio a metà narrazione che può generare facili (ma errate) conclusioni, vado a correggere.
Che bel gioiellino, Beppe! Se non avessi avuto lo spoiler riguardo “l’amore saffico” anche io sarei rimasta fregata. Sei stato abilissimo a mescolare i dettagli fino alla fine. E, che dire, non posso che essere onorata che questa “pivella” porti il mio nome. Chissà perchè, mi ha conquistata fin da subito!
(Sarà la macchina in panne..🤭🤭🤭)
Direi che la sfida racconto erotico è stata brillantemente superata!
Ho dovuto eliminare una piccola parte nella quale Irene svela il sotterfugio della macchina in panne: ha solo staccato un cavo della batteria aspettando paziente di scorgere l’arrivo di Tiziana, era sicura che, in quanto donna, mai avrebbe guardato nel vano motore (questa è per te) 😂😂😂. Quindi, alla fine, tu sei più Tiziana che Irene, spero non ti dispiaccia 🌹🌹🌹
Ah però, altro che pivella questa Irene! E senza dubbio, direi proprio sì…sono più Tiziana 😂😂😂
Respect Giuse, mi hai fregato fino alla fine. Tutto il tempo a dire sì, ok, però avevo capito che… e invece qua… boh, va beh andiamo avanti. Bum.
Formulata in questo modo mi ha permesso di scriverla da uomo, lasciando la sorpresa nel finale. Però, come avevo detto ad Irene, è un argomento che le donne sanno trattare meglio: loro sanno cose che noi non possiamo nemmeno immaginare 🫢