
La quarta via
L’orologio dalle lancette in plastica con impressa la marca di un caffè fuori produzione, appeso in alto quasi a toccare il soffitto sulla parete ingrigita dall’incuria, segna le tre della mattina. Meno due minuti.
Francesco pensa che possa essere sufficiente così.
Ripiega con cura la serata, spesa a colpi di spugna sui tavoli del locale che gli dà lavoro a sciacquare via gli umori dimenticati dai pochi miserabili che ancora frequentano quel posto, e con la stessa cura la soppesa fra le mani prima di gettarla con disprezzo nella cesta dei panni sporchi, di quello sporco che non lava più nessuno, di quei panni che si portano in un sacco davanti alle Chiese, che qualcosa qualcuno ci farà; non fosse altro che strofinarci gli inginocchiatoi.
Con l’ultimo amor proprio che gli rimane in fondo alle tasche appende il grembiule lercio come l’anima di chi si è tradito al chiodo sporgente piantato di fretta dietro lo stipite del ripostiglio. Lo fa senza salutare nessuno, che tanto nessuno è lì per essere salutato, lasciandosi alle spalle solo le impronte delle suole a disegnare sul pavimento sconnesso un addio appiccicoso e muto.
L’aria pungente di Barbagelata ne investe il volto mal rasato ancor prima che la porta sia aperta del tutto, quella porta che poi richiude dietro di sé in un gesto di stizza, provocando un tintinnio di vetri sottili e fragili come il precario equilibrio su cui si reggono i suoi giorni.
Con passo malfermo eppure deciso si dirige verso il crinale a pochi metri davanti a sé, dove la Val Trebbia, la Val D’Aveto e la Val Fontanabuona si incontrano avviluppando i versanti in un intreccio innominabile, qualcosa di cui la gente del luogo ancora fatica a parlare.
La cerniera dei pantaloni scende docile, molle come il membro che afferra adesso tra le mani. Lo zampillo di urina calda proietta la sua parabola oltre un confine il cui nome nemmeno lui osa pronunciare, per poi ritornare indietro sospinta dal vento gelido delle tre valli, inzuppando il tessuto dei pantaloni di fustagno di un liquido tiepido, l’odore acre come una rinuncia.
“E ora che una parte di me ha oltrepassato il confine ed è tornata indietro”, pensa Francesco “io che cosa sono diventato?”.
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Ti stai allenando ad abbreviare i testi con parole e frasi più concentrate, come quei prodotti che bastano poche gocce per essere efficaci? A volte quanto più si riesce a sintetizzare più si é incisisivi. Una buona tecnica.
😂 grazie Maria Luisa, no, è stato solo un esperimento, ma in effetti uscire dalla propria zona di sicurezza fa sempre bene.
La limpidezza del tuo scrivere a volte mi commuove e a volte mi sgomenta (in senso positivo per te scrittore e in senso negativo per me che non riesco nemmeno ad avvicinarmi a questa tua arte nel comporre). Oh, non ho più aggettivi per te, caro Roberto, e ogni tentativo per trovarne di nuovi potrebbe farmi scivolare nella piaggeria quindi tieniti buoni quelli già usati che non vorrei ripetermi. Il piacere di leggerti merita comunque un abbraccio!
Ritrovarti fra i miei racconti è sempre un piacere immenso, grazie per portarmi ogni volta parole nuove!
Ho percepito la tristezza e la stanchezza di Francesco senza che tu gli abbia fatto aprire bocca, se non alla fine, con una serie di potentissime immagini e sensazioni. Emerge tantissimo la pesantezza d’animo di questo povero uomo, tanto da ricreare nella mente un alone di grigiore mentre visualizzo passaggio dopo passaggio.
Sarà il maltempo, l’umidità tipica della bassa o l’essere già a pezzi a neanche mezza giornata di lavoro… o, magari, la tua bravura. ✒️
Secondo me il maltempo ha fatto il suo sporco lavoro 😂, ma a parte questo, grazie Mary😘
Adesso però vogliamo tutta la storia di Francesco! Complimenti, in così poche righe tante sfumature .
Grazie Faz, lo aggiungo alla lista dei lavori in corso😂
‘Ripiega con cura la serata’. Fantastico. Non so perché, ma mi viene in mente l’Emilia con le sue storie che sanno di pianura, mi vengono in mente i testi di Guccini o forse del miglior Ligabue. O magari del miglior Toso? Quelle storie un po’ così che tiri fuori dalla tasca come un fazzoletto spiegazzato. E infine, mi vengono in mente le nostre 1000…bravissimo
Grazie Cristiana, le storie di pianura sono proprio quelle a cui guardiamo da queste parti quando ci troviamo su un crinale.
Non è possibile sottolineare l’intero racconto, quindi non lo faccio. Ma qui non c’è un singola parola che non sia calibrata a fare esattamente il suo dovere. Non c’e passaggio che non possa essere incorniciato per diventare un quadro da conservare prezioso, da proteggere col vetro dentro un museo.
Sorrido e mi dico che sì, io quando ho pescato quel libretto arancione dalla bancarella ci ho visto giusto.
Tu Dea, non hai eguali nell’arte di fare un regalo scegliendo l’incarto perfetto. Grazie!
Non conoscevo la storia di Barbagelata, e me la andrò ad approfondire ulteriormente fra poco.
Ho trovato il tuo saggio di scrittura decisamente potente. Ci hai dimostrato qualcosa, se mai ce ne fosse stato bisogno. Cosa, lo sai solo tu. Però di sicuro ci sei riuscito.
Sei un tonico più potente del Polase in estate Giancarlo, grazie.
“Ripiega con cura la serata, spesa a colpi di spugna sui tavoli del locale che gli dà lavoro a sciacquare via gli umori dimenticati dai pochi miserabili che ancora frequentano quel posto,”
Un’immagine fortissima, e dannazione l’invidia che mi fai venire quando ti escono frasi così belle…👏 👏 👏
😂 un inchino soddisfatto Giancarlo!
Io mi sono dovuto cercare dove fosse Barbagelata! Anche perché La Liguria è una regione che ho solo sfiorato e conosco davvero pochissimo… Figurati poi la Lòrsega! Ma le sensazioni che trasmetti attraverso la pulizia di un locale all’orario di chiusura, beh… sono veramente familiari! Non mi sono mai fermato a orinare controvento nell’intersezione di tre valli, questo mi manca! Come al solito, adoro come riesci a trascinarmi in posti e a farmi sentire le cose.
Lorsega! Ma sei un grande! Grazie Emiliano che ti fai sempre sballottare da un posto ad un altro senza mai lamentarti!
Immagino che ciò di cui la gente stenta ancora a parlare faccia riferimento a quanto avvenne nel 1944. Testo di notevole intensità, nonostante l’estensione ridotta o forse proprio per questo.
Caro Giancarlo, non so a che parte d’Italia tu appartenga, ma a meno di non essere proprio di queste parti, è difficile conoscere un posto come Barbagelata. Mi piace cullarmi nell’idea che tu abbia fatto una ricerca in rete, e questo moto di curiosità che ti potrei avere suscitato mi riempirebbe di orgoglio. Ad ogni modo, grazie.
Non è necessario essere delle parti di Marzabotto o di sant’Anna di Stazzema per sapere cosa è avvenuto lì. Conoscevo la vicenda di Barbagelata per averne letto, e forse mi è rimasta nella memoria proprio in virtù del nome abbastanza singolare della località.
Allora…
Non si inizia mai un discorso con “allora” però mi serviva qualcosa per esprimere l’altalena emotiva che questo breve pezzo mi ha trasmesso.
Hai preso in pieno quello che ho provato in uno dei diversi ristoranti in cui ho lavorato, un posto da cui non vedevo l’ora di andare via.
Quando Francesco si dirige verso il crinale e il vento gli fa il brutto scherzo ho pensato “ecco la goccia che fa traboccare il vaso, mo’ si butta” e invece il pensiero è ancora più profondo.
Non so che scommessa tu abbia fatto, ma questo è uno di queli fulmini a ciel sereno che piace trovare tra le proprie letture.
Sapere che senza volerlo sono riuscito a farti immedesimare in un’esperienza di vita vissuta mi appaga come poche altre cose. Grazie davvero ShanLan!
Non so quale sia la scommessa, ma la durezza di un luogo, di un momento, di un lavoro, di uno stile di vita, mi è arrivata come uno schiaffo sulla faccia 🙂
Grazie Rossano! Spero il dolore non sia stato eccessivo, ma egoisticamente fa piacere saperlo 🙂
Molto doloroso! 🙂
Non fateci caso, è solo il frutto di una scommessa alla quale non ho saputo resistere 😂