La ragazza di Titanio. 

Ero diventata famosa.

Ogni giornale parlava di me, della mia caduta verso l’inferno.

“Mamma, un giorno diventerò famosa, ogni persona parlerà di me” – dissi da bimba a mia mamma.

“ L’importante è che parlino bene amore” – rispose con innocenza.

Non ha senso che tutti parlino di me se devono farlo in negativo. Ed ora, durante la mia incoscienza, tutti parlano del mio incidente.

Mi dicono che chi semina, raccoglie; io non penso di aver seminato qualcosa di così cattivo da meritarmi tale raccolto.

Aspro è il sapore che mi resta in bocca, e non parlo dei frutti della mia piantagione malandata, bensì del sapore ferreo che sento sciogliersi nella lingua.

Sangue. Il mio sangue.

Mi spingo oltre e cerco di concentrarmi su ciò che mi circonda, ma invano.

L’unico rumore che percepisco è quello del mio cuore che debole e stremato, batte con tutte le forze rimanenti e pompa sangue in un corpo che ha addosso l’odore di morte.

Che odore ha la morte? Non saprei descriverlo; lo senti, lo percepisci.

Non ha una fragranza specifica, ogni morte ha il suo odore; la differenza risiede nel saperlo riconoscere. Eccome se si riconosce.

Se penso a mia nonna e alla sua morte, mi viene in mente l’odore dei fiori, forse proprio quelli tipici da cimitero; eppure l’odore che mi impregna il corpo non assomiglia lontanamente a quel semplice e delicato odore.

Sento l’asfalto, la pelle bruciata; sento odore di benzina e sangue.

Stento a credere a quello che sto lentamente realizzando. Sono sdraiata a terra e l’unica cosa a cui riesco a pensare è al vuoto.

Poi però una piccola luce, seguita da suoni, persone, due macchine schiantate.

Mi vedo spinta a terra da quella forza di gravità alla quale non riesco a ribellarmi; sono ferma, immobile.

Eppure mi vedo; sono io, in piedi, che guardo me, sdraiata.

Vedo il sangue che mi circonda, vedo chi cerca di aiutarmi.

Le sirene dei camion dell’ambulanza che continuano ad arrivare mi fanno star male. Eppure, sto già abbastanza male lì, per terra.

Sento il cuore ribellarsi, però non lo sento su di me, in piedi. Lo sento da lontano, lo sento nel corpo spento, spalmato nel cemento freddo e scuro, tinto dal mio sangue colato.

Vivo in una mia dimensione; cerco di orientarmi, di abituarmi a questi sensi così forti.

Le luci mi abbagliano, i suoni mi stordiscono, ma soprattutto, i miei pensieri misti alle mie paure mi frantumano. Che cosa poi? Non è rimasto nulla di intatto in me ora.

Passano le ore e cerco di capire chi mi circonda. Non mi hanno spostata e non capisco ancora il motivo. Avrebbero dovuto portarmi in ospedale.

Il sangue continua a lasciare il mio corpo; il mio cuore fatica sempre più a pompare quel poco di liquido rosso che resta nelle mie vene, e loro mi lasciano li, a perdere tutta me stessa, a far colare tutta la mia essenza in un luogo fin troppo pieno di me.

Mi sento sola, vulnerabile.

Mi sento abbandonata, spenta.

Mi sconsolo al solo pensiero che potrebbero salvarmi e non lo fanno.

Passano altre ore e finalmente mi trasferiscono d’urgenza al primo ospedale, che per fortuna, non dista molto.

Cerco di avvicinarmi al mio corpo ma mi sento respinta; mi rifiuta, il mio corpo non mi vuole.

Sento il fiato limitarsi a qualche sbuffo di aria; quella poca forza che hanno i miei polmoni di lavorare come dovrebbero.

Mi sto spegnendo lentamente e mi viene da piangere.

Eppure le lacrime non escono, le lacrime bruciano nelle viscere del mio spirito in piedi e del mio corpo in fin di vita sdraiato in quel triste lettino d’ambulanza.

Sento caldo, eppure è una notte molto ventilata di questo spento dicembre.

Lo spirito natalizio lascia lo spazio alla dura sensazione di non riuscire ad arrivare al prossimo 25 dicembre e di non poter festeggiare la nascita di Gesù bambino come da tradizione.

Sento quasi la speranza di poter rinascere proprio come il Cristo in terra a Pasqua, ma purtroppo non ci credo abbastanza per sentirmi meglio.

Passano minuti interi e a me sembra sempre più di perdere la cognizione del tempo.

Sono minuti? Secondi? O addirittura ore?

Dopo questo tempo indefinito, comincio a chiedermi cosa sia successo realmente.

Il quesito si forma da solo, spontaneo: come sono finita a guardarmi morire?

Pian piano i colori attorno a me si spengono sempre più, forse sono io che mi sto spegnendo definitivamente, e non ciò che mi circonda.

Non so se posso considerarla una catastrofe; forse è un buon segno.

Magari i colori si spengono da questa visuale per potersi riaccendere dalla vecchia e solita me.

O forse, sto davvero morendo e non voglio accettarlo.

Non riesco a decifrare ciò che sento; il mio spirito si confonde con il mio corpo.

Sento il tic tac delle lancette che rimbomba nella mia testa, estremamente sensibile.

Sento il chiacchiericcio dei medici nell’altra stanza, la mia.

Ho deciso di aspettare fuori, come se fossi una parente di me stessa per poter fingere di essere distante da tutto ciò.

Pensavo fosse un ottimo metodo, invece sono qui ad osservare i volti smunti e sofferenti di persone di cui non so nulla, ma allo stesso tempo sono dentro quella stanza e sento tutto. Vedo tutto.

Finalmente qualcuno si degna di venirmi a cercare, entrando di corsa nella sala d’attesa, fanno irruzione i miei genitori seguiti da mia sorella. 

Se non fossi morente in una stanza dove credo stiano addirittura operando, direi che sono proprio in pessima forma.

Vedo gli occhi stanchi e le spalle basse di un padre che come sempre ha lavorato fino a tardi per tener fede al detto “il tempo è denaro” e pur di fare lo sfruttamento, lui, quel denaro lo vuole per far condurre una vita serena alla mia famiglia.

Vedo le mani strette al ventre di una mamma che forse sta solo coccolando il nido nel quale mi ha covata, simulando la forma delle braccia che posizionava per tenermi appoggiata a lei e farmi sentire il suo cuore per tranquillizzarmi sin da bimba. Se solo sapesse che riesco a sentire meglio il suo cuore così distante, che il mio, debole e fiacco.

Poi per ultima vedo mia sorella, anche lei stanca da quel lavoro che la tiene occupata giorni interi chiusa in un negozio rinomato per farsi un nome e assicurarsi una buona posizione per la quale non deve solo sudare, ma vendere proprio sé stessa. La vedo li, debole e stanca.

Poi mi sento trascinata da una forza, quasi come fossi una calamita e la mia parte negativa mi stesse richiamando al posto che mi spetta; mi sento sbattuta in un tavolo, mi sento rispedita nel mio corpo, e da ora, sento solo il debole bum bum del cuore che pompa sangue non mio, sangue donato perché io per prima, il mio, ho deciso di donarlo all’asfalto che ora ha un po’ più  di me. 

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Discussioni

  1. Brava Jessica. Se il racconto e’ autobiografico, ti auguro che tutto questo sia ormai alle spalle e che tu ne sia uscita bene. Auguri, e spero che tu non abbia smesso di scrivere, mi farebbe piacere leggere ancora i tuoi racconti. Io intanto ti seguo 🙂

  2. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare le parole adatte per elogiarti, visto che rischierei di essere banale. Quindi, non mi rimane che farti i complimenti ed augurarti il massimo per ogni cosa. Brava!

  3. Mi sono piaciute le sensazioni, i pensieri, le riflessioni di questo bellissimo racconto. La visuale particolare con cui la protagonista per un istante ha visto le persone a lei care per poi essere “rispedita” nel suo corpo. Brava davvero 🙂

  4. Scrivere un racconto avendo a disposizione pochissime parole è difficilissimo e sei riuscita a narrare una storia a 360 gradi con molta sensibilità. Mi è piaciuta moltissimo, anche perché il tema che hai trattato mi è vicino.

  5. Un tema delicata trattato con una visione “fresca” della drammaticità che vuoi trasmettere attraverso la storia, complimenti per il coraggio del tema scelto e un brava per l’equilibrio che hai saputo dare comunque alla storia!