La redenzione

Serie: Lungo il fiume


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nell'episodio 5, Marco, confuso e pallido, esce di casa senza una meta precisa. Durante la notte, incontra un uomo che credeva esistesse solo nei suoi sogni. Un incontro inquietante e misterioso che lascierà Marco ancora più turbato e con nuove domande sulla sua situazione.

Marco era a casa. Si sentiva stranamente sollevato e la fitta dolorosa che lo aveva accompagnato nell’ultimo mese era scomparsa.

Il demone entrò improvvisamente nella stanza. Turbini di fumo denso si arrovellavano attorno alle gambe muscolose. Le narici dilatate dal calore della sbuffata.

«Non so come hai fatto, ma sta sicuro che non te ne uscirai tanto facilmente!» tuonò.

Marco accese una sigaretta.

«Con il tuo gesto hai ottenuto il legibus solutus.» proferì il demone. «Se non avessi disegnato quel maledetto pentacolo sul petto del cadavere, adesso saresti mio. Non hai idea cosa hai combinato. Ma adesso dimmi chi è stato a dirti di infilare la moneta sotto la sua lingua?»

L’entità demoniaca era arrivata a soffiare il suo fiato caldo sul viso di Marco, che annuiva compiaciuto.

«Chi è stato?»

La sua voce baritonale vibrava e pulsava nei timpani di Marco.

«Chi sei?» chiese Marco.

La figura dell’immonda bestia si smaterializzò un istante, sbiadì e rimpicciolì. Non c’erano più le lunghe corna ricurve, né le gambe possenti e il torace forte. C’era soltanto un uomo vecchio e magro con la lunga barba e i lunghi capelli bianchi che si sgrovigliavano liquidi sul torace ossuto. Soltanto gli occhi erano rimasti gli stessi: rossi come le fiamme più vermiglie dell’inferno.

«Sono Caronte, figlio di Erebo e Notte. Sono uno psicopompo e lo sarò per l’eternità. E adesso dimmi chi ti ha detto della moneta e del pentacolo!»

Marco si voltò, dando le spalle a Caronte.

«Guardami quando parlo!» esplose nuovamente il vecchietto.

«No, grazie. Dimmi perché proprio io, perché sei qui?» domandò secco Marco.

«Ignavi. Indolenti e meschini esseri senza il minimo senso di gratitudine per la vita. Gente indegna di meritare le lancinanti pene dell’Inferno o le edulcorate gaiezze del Paradiso. Ascoltare i loro lamenti mentre traghetto i dannati sull’altra sponda, è l’unica cosa che mi resta. Il mio unico cibo. E sono debole, ne ho sempre più bisogno! Vuoi sapere la verità? Saresti dovuto morire un mese fa, ma ho voluto darti una possibilità: tu mi avresti portato nuovi ignavi e io ti avrei ti avrei risparmiato, trattenuto ancora sul mondo dei vivi per un po’.»

Caronte fece una pausa, strofinandosi le meningi coperte di pelle bianca e rugosa, poi riprese: «Ho controllato, hai dato delle monete anche alla donna, vero? Chi ti ha detto di farlo?»

«Come hai fatto a farmi commettere quegli omicidi terribili?»

Caronte non rispose. Era infuriato, le tempie pulsavano e la fronte era spremuta in centinaia di rughe. «Chi è stato a dirti di farlo?» urlò con la potente voce di demone.

«La sua musica ed i suoi versi erano così dolci che le acque rallentavano, e le bestie feroci divenivano mansuete.»

«Orfeo…» sussurrò Caronte.

«Esatto! Orfeo ha commosso te e aiutato me. Non hai voluto dare a lui una seconda opportunità, quindi lui l’ha data a me.»

«Perché? Perché ti ha aiutato?»

«Perché? Hai spazzato via le sue residue speranze di riportarla in vita, ecco perché. Ti odia anche se è un essere colmo di un amore puro come non ho mai provato. Inoltre, in me ha visto lei, Euridice. Ha detto che in me scorre lo stesso sangue dolce. Mi ha cantato dei versi che non dimenticherò mai e mi ha messo in guardia su di te.»

«Non ti credo. E poi, quando lo hai incontrato?»

«Non sei l’unico essere fantastico che frequento! Geloso?» Marco rise, ma tornò subito serio. «Mi ha anche detto che non avrei dovuto guardare nei tuoi occhi quando ti saresti trasformato. In te c’è la stessa luce dei morti che acceca e obnubila chiunque vi si perda. Orfeo mi ha detto di non commettere il suo stesso errore. Lui si era girato a guardare il volto di Euridice e l’aveva persa per sempre. Io non voglio perdere la mia vita, per questo non mi volterò. Aspetterò che tu scompaia.»

«Che tu sia dannato!» esclamò Caronte.

Marco attese qualche istante, ma percepiva già di essere solo. Si voltò. Caronte era scomparso. Sorrise, ma non era felice. Aveva ucciso due persone per colpa di un demone capriccioso? Aveva paura che potesse capitare di nuovo. Ma la sua vera paura era di ritornare alla realtà. Alla polizia che sicuramente aveva cominciato a indagare su quegli efferati omicidi. E se lo avessero scoperto? Se fosse destinato a marcire in prigione?

Si sistemò sulla poltrona ed accese una sigaretta nervosamente. Provò a calmarsi, allungando lo sguardo verso la finestra: il paesaggio romano era ammantato dalla notte e brillava di luci scintillanti. A un tratto, i suoi occhi furono rapiti dalla candida e nivea luna, e placidamente, mentre nella sua testa odeva i versi cantati da Orfeo, si addormentò.

La sua mano penzolante fece cadere quel che restava della sigaretta ancora accesa. Il mozzicone e la sua cenere caddero sul tappeto ai piedi della poltrona proiettando scintille fulve e rosse e arancioni, dando vita a una piccola fiammella.

Versi cantati da Orfeo a Marco:

Bruciavo ancor d’amor nel mio stolto voltare,

Lui non volle donar speranza e via la vidi andare.

Di rabbia cieco in grugniti latrai,

Di porpora folle pazzia io mi ammalai.

Il morente sfavillar del suo vermiglio guardare,

Volli che nero come Erebo dovea diventare.

Di acri lamenti volea il suo spirito nutrir?

D’ignavi anime zoppe perdute gioir?

S’io potessi aggiunger di sua immane sofferenza,

Del mio corpo sacrificio farei partenza.

Ma non ti voltar, volgi all’opposto il tuo mirar,

O secca dura terra presto la carne va diventar.

Legibus solutus, le parole che sembran segrete,

salvare ti potranno con argentee monete.

Serie: Lungo il fiume


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