La risata del Cappellaio Matto 

Serie: Nel Paese delle Meraviglie


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L'inizio di un'altra storia d'amore

Ci eravamo appena conosciuti, eppure mi sembrava di esserci stata per anni. Quando mi avevano detto, ridacchiando, che forse avevano trovato una persona che poteva essermi affine, avevo alzato gli occhi al Cielo e fatto quella smorfia strana che mi faceva arricciare il mento come se fosse la pelle di un’arancia.

Una persona a me affine: non avevano ancora capito che io non ne volevo veramente più sapere, delle persone, che mi fossero o no affini. Non ci credevo davvero più, e mi dicevo che la vita mi avrebbe dato qualcuno nel lontano futuro, con cui passare la vecchiaia; o che forse, semplicemente, non ero destinata all’amore di coppia, ma che dovevo, piuttosto, ricercalo in tutte le altre forme possibili.

C’era però una parte infinitesimale di me, che forse neppure volevo ammettere a me stessa di avere ancora, che sognava di potersi addormentare e risvegliare con la testa sul petto della stessa persona, senza provare ogni volta l’imbarazzo di aver forse esagerato, con l’intimità dopo il sesso. E quella parte di me, per quanto avessi tentato di sopprimerla, aiutata dai casi della vita, non era morta. Non ero riuscita a spegnere quell’ultima scintilla di speranza, e mentre disegnavo un piccolo cuore nero al disotto della palpebra dell’occhio destro, con la punta dell’eyeliner che tremava leggermente, era quella scintilla, ultima, che vedevo brillarmi negli occhi.

Avevo tentato di non preparami per lui: mi ero detta che altrimenti l’umiliazione sarebbe stata ancora più scottante, e quindi avevo deciso d’indossare il mio completo corto nero, e quel pullover largo, la stampa leggermente psichedelica e dal colore talmente intenso e complesso da lasciarmi ogni volta senza fiato. Mi ero stretta una fascia verde scuro tra i capelli e ne avevo lasciati liberi due lembi, che sentivo accarezzarmi la schiena ad ogni passo.

Loro mi aspettavano sotto il grande orologio della stazione. 

L’avevo conosciuto così: appoggiato ad uno dei larghi piedistalli di metallo, i pantaloni che gli scendevano larghi sulle gambe, la felpa chiara che gli stava rilassatamente sulle spalle rendeva l’ambrato della sua pelle ancora più liquido. Ci eravamo fatti un segno amichevole, e guardati per un poco, sott’occhi, con occhiate fuggenti e rapide, calcolando che l’altro non potesse notare la sigaretta che tremava tra le mie dita o il nervoso picchiettare del suo piede contro il cemento. Avevamo entrambi avuto un po’ di coraggio quella notte, a scegliere di parlarci, dal nulla, mentre attorno a noi la gente ballava a testa bassa e sbattendo i piedi a terra; a scegliere di sorriderci, nel buio, io grata che la mia pelle arrossata dalla danza potesse rimanere in incognito un po’ più a lungo. E poi avevamo seguito gli altri correre e cantare per le strade, sulla via del ritorno, abbracciandosi e non lasciandosi più andare come un gruppo di pinguini che si tiene caldo nella tormenta; e noi dietro di loro, con un passo tranquillo ma una rigidità negli arti che tradiva l’aspettativa di quell’incontro.

Poi avevamo semplicemente riso insieme e lui mi si era avvicinata, toccato una spalla e messo un braccio attorno alla vita, e così avevano continuato a camminare: io con una mano nella tasca dei suoi pantaloni e l’altra appoggiata sopra la sua, che mi accarezzava la pancia di tanto in tanto.

Da quel giorno non ci eravamo più lasciati, ed anche se non abitavamo nella stessa città, avevamo fatto in modo di continuare a vederci e sentirci, sapendo di volere entrambi più d’una sola notte. Avevamo avuto paura, di quello che stavamo facendo: cuori feriti ed umiliati non si convincono con leggerezza ad abbassare il ponte levatoio ed aprire il forte. Nonostante il terrore sordo che alle volte mi prendeva e faceva venire voglia di risalire sul treno dal quale ero appena scesa e sparire, sapevamo tutti e due di non voler più soffrire e, dall’altro lato, di voler rischiare d’essere felice.

Sapevamo di non essere perfetti: io avevo contato il numero di filtri in cartone sepolti nel suo posacenere, e lui aveva accarezzato con mani esitanti le mie cicatrici; non sapevo se fosse per la tolleranza verso le anime umane, o semplicemente per il senso di colpa che ci portavamo addosso entrambi, d’essere un po’ rotti dentro e di non poter stare con chi di rotto non aveva più nulla, ma prendevamo quello che l’altro pensava vergognoso e lo trasformavamo in qualcosa che lo rendeva unico. Mi ero ripromessa che non avrei più accettato d’essere insultata, o presa in giro, o picchiata, o tradita, e quella parte di me aspettava che succedesse qualcosa di male per dimostrare di potersi allontanare, di essere finalmente capace di proteggersi: ma nulla di male pareva succedere, e mentre i mesi passavano e noi, con cautela, attraversavamo i fossi dell’ansia e della paura di piangere nuovamente, la voce che mi urlava nelle orecchie di rimanere in allerta, lentamente, si affievoliva.

Parlavamo del futuro come si parla di una malattia: con interesse, ma sempre ponderando le parole, per paura di ritrovarsi, un giorno, a dovervici fare i conti. Il mio timore di star perdendo tempo, la quotidianità come sabbia vista scorrere inutilmente, mi aveva portata, nel corso degli anni, a necessitare dalla mia vita, d’essere grandiosa; e per me, grandioso, significava fare un’esistenza piena di movimento, stimoli e cambiamenti continui di luoghi, progetti, tematiche, credendo che, se mi fossi fermata, avrei visto la mia anima incenerirsi. Mia madre mi aveva sempre ripetuto che tornare potevamo sempre, mentre per partire v’era un momento preciso e che, una volta perso, rimanevamo bloccati nella realtà che ci circondava, fino alla nostra data di scadenza; ed allora avevo sempre tentato di muovermi, andandomene dai luoghi che divenivano, con il passare degli anni, troppo familiari e conosciuti, per paura di non aver più la forza di farlo se avessi dovuto attendere un giorno di più.

La prima volta che avevo avuto paura di andarmene da una città, era quindi stato solo dopo averlo conosciuto: se prima sognavo di finire i miei studi in un’altra nazione e poi lavorare nel mondo, ora mi ritrovavo a cercare posti di lavoro in realtà che mai mi ero immaginata poter trovare allettanti. Eppure, ancora la paura mi prendeva, facendomi piangere e disperare: non volevo rinunciare a queste due parti di me, quella che voleva essere indipendente e quella che voleva amare ed essere amata, ma avevo coscienza del fatto che prima o poi, una avrebbe sublimato l’altra, annientandola. Temevo di fare la scelta sbagliata, pur sapendo, in cuor mio, che nessuna delle due sarebbe mai veramente stata quella giusta.

Quel giorno, quando ero uscita dal bagno, non riuscivo più a respirare, ma l’idea di non doverlo fare mai più mi pareva quasi allettante. Le mani mi tremavano, abbandonate lungo i fianchi, ed il bastoncino di plastica mi era caduto sulle piastrelle con un rumore secco. Ero scivolata contro la parete fredda fino a terra, ed avevo iniziato a tremare tutta. Due ragazze si erano voltate, e vedendomi mi erano corse incontro e si erano chinate: mi dicevano di riprendere a respirare, di immaginare di dover spegnere delle candeline su una torta, di chiudere la bocca quando buttavo fuori l’aria. Io non le stavo veramente ad ascoltare, e con gli occhi aperti e persi nel vuoto mi ripetevo che non era possibile. Non era possibile. 

Serie: Nel Paese delle Meraviglie


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Brava Fanni, una serie che ho aspettato e che sono felice di ritrovare. Questi titoli particolari che sono contenitori di emozioni dai colori più disparati. Il tuo stile che accompagna le immagini, come a essere li. Il tema del dolore e quel senso di inadeguatezza che sembrano quasi onnipresenti nonostante i protagonisti si sforzino di trovare l’uno nell’altra quel motivo per andare avanti. Bravissima