
La ruota panoramica
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
STAGIONE 1
Quando la vidi era seduta su di una panchina, poco lontana dalla ruota panoramica. Aveva il viso stanco, guardava un punto lontano, indefinito. All’inizio nemmeno ci riconobbe. Marcus le corse incontro e l’abbracciò con affetto, come se i due non si vedessero da tempo. Greta sembrava trasognata, persa in un’altra dimensione. Marcus mi disse di sedermi sulla panchina accanto a lei. Io esitai. Quando intercettai il suo sguardo, le feci un sorriso flebile, al quale non rispose. Rimanemmo in silenzio, io ancora in piedi, mentre guardavo la tortura della ruota panoramica, con i vagoncini rosa che salivano e scendevano, sempre con lo stesso tempo, un tempo che sapeva di musica settecentesca e che mi dondolava, facendomi sognare di rimanere lì tutto il pomeriggio, in attesa che accadesse qualcosa di tremendo o meraviglioso, dentro e intorno a me, in modo che tornato a casa avrei avuto delle nuove idee per il mio terzo romanzo “Il pavone nero”, che era rimasto fermo alle prime dieci pagine.
Mi ero appena seduto sulla panchina, quando Marcus di colpo ci lasciò. Disse che voleva fare una passeggiata, invitandoci ad aspettarlo lì. Una volta da solo con Greta cominciai a pensare a un incipit, un attacco importante che mi avrebbe concesso di comunicare con lei in profondità, come non era mai successo. In quel momento, sulla panchina accanto alla ruota panoramica illuminata, mi sentivo di fronte alla prima pagina bianca della mia vita, come se dovessi cominciare “La camera bianca” senza avere idea di chi fossi, dove mi trovassi e quale sentiero avrei mai dovuto percorrere. Mi sentivo nello stesso spazio vuoto della camera del castello della zia Clorinda, riflesso nell’acqua gelida dell’alba, ricco di terrori e possibilità. Avrei avuto poco tempo, non mi restava che cominciare.
«Ho saputo che scrivi» le feci. Avevo una voce calma, misurata. Avvertii il suo sorriso debole, anche senza guardarla. Ero impacciato, a differenza della calma della mia voce, tutto il resto era contratto, ma quando mi decisi a guardarla, il resto del corpo si rincuorò e si distese, per via di quel sorriso, che rimase fermo come un viale alberato, per il fatto che le avessi chiesto della sua scrittura. Non se lo aspettava.
«Te lo ha detto Marcus, vero?» e io le dissi di non essere certo che fosse stato lui e che lo avevo dimenticato.
«Sto scrivendo un raccontino. Si chiama “Il pavone nero”. È la storia dell’olocausto dagli occhi di una bambina di nove anni, che da qualche notte mi viene in sogno e mi suggerisce i capitoli, che ogni mattina ricordo alla perfezione, come se fossero capelli sciolti freschi di pettine, che distendo sulle pagine con grande lentezza. La scrittura è la cosa più preziosa che ho e che nessuno potrà mai sottrarmi, ma in realtà non è nemmeno una cosa. È di più; è quella parte imprescindibile di anima, che non appartiene solo a me, ma anche alla bambina del sogno, che si occupa di me e che imprigionandomi mi rende libera.»
Quando smise di parlare, Greta si fece seria, con un viso pallido, adulto.
«Ti va di salire sulla ruota?» le dissi e senza darmi il tempo di risponderle, mi prese per un polso e mi trascinò lassù.
Quando arrivammo sul punto più alto, le chiesi dettagli sul sogno e sui suggerimenti che riceveva. Greta mi precisò che non si trattava di suggerimenti, ma che durante la rivelazione, la bambina sognata diventava lei e pensava come se avesse davvero vissuto, in prima persona, la materia del sogno e dell’olocausto, come parte integrante della sua realtà. E intanto, sulle diverse altezze della ruota, io le parlavo della mia scrittura e dei miei primi tentativi romanzeschi, e di un terzo, che stavo scrivendo e che portava il suo stesso titolo. Era stato un caso, le precisai, ma alle mie parole lei si incupì. Forse aveva intuito che la coincidenza del titolo non era un caso. Se avevo dato a un suo romanzo lo stesso titolo che Greta aveva dedicato a un suo racconto, poteva sospettare della mia onestà e metterla in dubbio.
Mi accorsi di tenerci troppo a quel titolo. Senza quel titolo mi sarei arenato, fino a rinunciare. Non avrei avuto le idee sufficienti per andare avanti e dipingere una realtà astratta e parallela dove abitare e immaginare attraverso una nuova voce. “Il pavone nero” me lo avrebbe concesso, un titolo diverso no. Non mi era mai successo che un titolo mi condizionasse così tanto. Di solito arrivava all’improvviso, durante il primo o anche il secondo o terzo getto della bozza; lo stesso titolo che saltava fuori veniva poi discusso, confrontato, spesso cambiato, ma non rappresentava nulla di più che un titolo.
Greta era rimasta in silenzio. Durante il mio rimuginare sul titolo e su come funzionasse la mia immaginazione, lei chiuse gli occhi, come se volesse percepirmi. Mi diede un senso di fragilità che mi strinse il cuore. Era diventata un’altra persona. Una persona che scriveva un raccontino notturno a cui avevo rubato il titolo – era davvero imperdonabile quel gesto da parte mia, e allora ebbi un moto istintivo, quando, approfittando dei suoi occhi chiusi, le sfiorai i capelli con una mano, poi discesi con lentezza lungo il capo e mi fermai dietro la nuca, dove dallo sfioramento allargai il mio palmo, in attesa che accadesse qualcosa, o forse il nulla, solo il vapore tiepido della sua vita. Gli occhi di Greta rimasero chiusi, ma la sua voce ritornò, quando mi chiese se avrei continuato a fare lezioni dallo zio Hans. Io le dissi che dovevo pensarci, perché in quell’ultimo periodo il professor Hans aveva un comportamento strano. Era diventato scontroso, ostile, e il suo modo di fare mi metteva angoscia.
«Anche io ti metto angoscia?» disse Greta, aprendo gli occhi e girandosi verso di me, che le tenevo ancora la nuca nella mano e che non resistetti al suo gesto incantatorio, mentre la ruota panoramica riprendeva a salire.
«Per niente.»
«Chiederò allo zio Hans di non angosciarti più, allora» mi sussurrò.
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
Questo episodio è stupendo! Quando Greta ha iniziato a parlare del suo sogno, si è attivato qualcosa in me (non so, credo di essere fissata con i sogni e con possibili rivelazioni). Bellissimo!
Sono molto contento che ti sia piaciuto. È un episodio sospeso, forse tra i più delicati e impalpabili, dove i personaggi avvertono una diversa vitalità, ma soprattutto una linea di verità nel territorio corrispettivo del sogno, come unica regione possibile dove coabitare e sopravvivere alle loro maledizioni. Un luogo proibitivo dell’incanto, dove riporre tutto il perduto e gli strumenti sensitivi per recuperarlo, al di là delle loro parole e dei loro limiti.
Accade davvero una sorta di rivelazione, un’iniziazione a questo territorio comune di scambio, che si eleva al di sopra della realtà, delle cose note, comuni e più tangibili, le stesse che si intravedono dal vagoncino rosa della ruota panoramica. Grazie di cuore del tuo commento.
L’incontro con la ragazzina addolcisce l’animo del protagonista e, forse, gli dona, anche se per pochi attimi, quella spensieratezza che dovrebbe essere naturale durante l’infanzia e l’adolescenza. L’immagine della ruota panoramica è totalmente evocativa e il palmo della mano che si apre all’altezza del collo di lei mi ha messo i brividi. Ancora una volta complimenti per questa tua scrittura così particolare, che entra dentro raggiungendo luoghi reconditi dell’anima.
È un momento decisamente più tenero e raccolto, dove sembra che le ferite di entrambi diventino feritoie di luce. Lo sfondo di quella dimensione pare proteggerli dalle loro rispettive maledizioni e paure. Allo stesso modo il contatto esitante che tu hai evidenziato con grande acume, ha una funzione protettiva ma forse anche di riprova che la presenza di Greta accanto al nostro scrittore sia reale, tangibile, e che entrambi siano collocati all’interno della stessa prospettiva sensibile e non rappresentino il frutto di una loro illusione simultanea.
Il dubbio, che lo scrittore porta spesso con sé, è di confondere i piani di realtà che attraversa con il suo immaginario, sia quando scrive che quando vive – a volte la scrittura per lui è una forma di vita primordiale, sotterranea, che è scorporata dai tempi e dalle leggi biologiche comuni.
La mano che si apre all’altezza del collo di Greta potrebbe quindi solcare proprio quella linea d’ombra e di confine, lungo la stessa curva dove si annida la pulsione dell’ignoto con i suoi affluenti, come se battesse in una vena trasparente del collo della ragazza.
Sono contento che ti sia arrivata l’atmosfera soffusa di incantamento, di sospensione, che è tipica di chi occupa i vagoncini della ruota panoramica e si eleva con lo sguardo e le percezioni verso prospettive di privilegio sul paesaggio sottostante, dove le cose e le persone diventano sempre più piccole, indefinite, ma nello stesso tempo discendono, misteriosamente, nelle nostre anime ancora più a fondo di quando le hai vicine, a portata di sguardo, di voce, di contatto.
Ancora grazie della tua attenzione e generosità per i miei scritti.
“come se fossero capelli sciolti freschi di pettine, che distendo sulle pagine con grande lentezza.”
Immagine più sognante di questa non c’è per descrivere lo slancio creativo, quello che arriva quando non te lo aspetti e non ti lascia scampo.
È un’idea della scrittura e del femminile, che ho sentito di associare, come gradiente di intimità, di abbandono e di seduzione. Se ci fai caso, poco più avanti, lo scrittore vuole intercettare con la mano gli stessi capelli che Greta gli ha evocato all’interno del singolare confronto col suo processo di scrittura successivo al sogno della bambina. Il suo è un atto indeciso di sfioramento, come se volesse intercettare i capelli della sua capacità immaginifica attraverso quelli reali. Poi, dopo averli sfiorati, si sposta lungo il capo per poi fermarsi dietro la nuca, come all’interno di un nido, di un luogo di riparo, non così lontano dalla curva del collo e di confine di cui abbiamo discusso.
Mi ha colpita come nel protagonista riaffiorino le sensazioni provate con la zia e la camera bianca, me nei confronti di Greta. L’ho percepito come il risveglio di un amore che ha un uguale punto di partenza, ma destinato a prendere direzioni poi diverse. Il personaggio di Greta è davvero intrigante, appare inizialmente chiusa in un mondo tutto suo, ma la sua sensibilità nello scrivere, la capacità di comunicare con la bambina del sogno, la rendono affascinante e da scoprire. La frase finale, in questi senso, mi ha fatto riflettere. Come se esistesse una sorta di dono, o sesto senso, e Greta e lo zio ne fossero al corrente, o addirittura, dotati entrambi. Ma sembra tutto in definire, quindi staremo a vedere..
È molto interessante la tua lettura, dal momento che si basa sui piani sensoriali dei personaggi, dove ciascuno vive il privilegio, ma nello stesso tempo la condanna, di una corsia preferenziale che lo orienta nella dimensione più interna dell’altro. Ogni elemento, in fondo, si frappone sulla libertà immaginativa e le catene del reale, ma vi sono alcuni momenti in cui pare che la libertà sia dall’altra parte, dalla zona tangibile, manifesta, e dove il livello immateriale, a cui lo scrittore ambisce, rischia di costituire la sua unica prigionia, come si è già adombrato nei colori delle due camere dei primi romanzi. Tra questi contrasti e giochi di specchi, la storia segue il suo corso verso il mistero delle sue origini e dei suoi possibili affluenti. Mi piace molto l’idea del dono tra la zio e la nipote. Vi è stato un momento in cui volevo sviluppare con maggiore ampiezza il loro rapporto, ma poi ho temuto di discostare gli episodi dalla dimensione del personaggio dello scrittore, dal momento che la serie si articola sulle sue considerazioni relative al suo percorso intimo e creativo, preferendo che gli altri personaggi, pur se importanti, rimangano dei satelliti e non troppo centrati. Valuterò queste componenti in corso d’opera. Grazie del tuo sguardo sensibile e sensitivo. Mi è stato e mi sarà molto utile. A presto.
Errata corrige: tra lo zio e la nipote.
Non posso fare a meno di notare un aspetto, che forse è l’essenza stessa dello scrivere, in un certo senso: la tua serie si articola intorno alle vicende dello scrittore, ma altre storie, come il rapporto tra zio e nipote, emergono, e chiamano. La nostra attenzione di lettori, come la tua, di autore. A me, almeno, capita di continuo. Stendiamo una trama, teniamo le redini, da autori, eppure in corso d’opera nascono sempre nuovi sviluppi, e noi ci vediamo “costretti” a tenere la strada, fare delle scelte. Eppure, sono tutti nuovi mondi, a portata di mano, e nulla ci vieta, in seguito, di dare forma e spazio anche a loro. Questo è un aspetto della scrittura che ho sempre trovato molto affascinante.
Sono d’accordissimo con te. I mondi paralleli possono cambiare la loro postazione e diventare più centrali, o comunque compatibili con il tipo di impianto ideologico del progetto, che fino all’ultimo può trovare delle nuove traiettorie e dispositivi di elaborazione rispetto a quelli previsti. Già dal primo episodio, tutto introspettivo, una sorta di monologo, rispetto agli ultimi, i mondi paralleli del personaggio dello scrittore hanno già preso terreno, rispetto alla zona periferica dove li avevo inizialmente collocati e immaginati. Questa serie la sento molto diversa rispetto alle altre. I veri protagonisti saranno le pulsioni che abitano le considerazioni del protagonista, unica voce inclusiva degli eventi nel suo resoconto, forse il primo che abbia trovato il coraggio di affrontare nella sua vita. In queste pulsioni troveremo tanti mondi, che potrebbero reclamare un loro diritto di cittadinanza in una certa area di sviluppo, se non di ristagno, della serie e di certo sarò sempre interessato ad ascoltare le loro ragioni. Potrebbero essere preziose per l’economia della storia, anche dirottandola dal mio primo intento.
La frase finale non è solo enigmatica, ma è un vero e proprio cliffhanger.
Non sono sicuro su come potrebbe evolvere la relazione con Greta, però il solo fatto che lei si sia aperta con lui è qualcosa da non sottovalutare.
Potrebbe certamente essere un elemento di svolta per la trama.
Infatti da questo punto si aprono più strade e anche dentro di me le idee, ma soprattutto i dubbi, si affollano. Greta ormai comincia ad aprirsi, ma nello stesso tempo il suo mistero, quello della sua persona e delle sue derive immaginarie (scrive solo di racconti che hanno come titolo specie singolari di uccelli scuri, forse evocativi di una sensibilità esoterica) si infittisce. La sua apertura nei confronti dello scrittore non la rende più semplice e diretta, ma solo lievemente, o in apparenza, più accessibile. Accessibilità ed enigmaticità potrebbero ancora convivere, se il dispositivo lo consente, rappresentando un elemento di grande supporto per la funzionalità del personaggio e le tensioni in gioco nell’immaginario del protagonista. Concordo con l’espediente del cliffhanger, che si rivela, in questo caso, una sorta di cluster, che irrompe, aprendo e condizionando altri fronti diegetici. Voglio ritornare su queste cerniere, specie quando avrò sviluppato le zone successive, per analizzarne l’impatto e la radiazione.
Infine penso che Greta, al momento, potrebbe rappresentare la parte in ombra che conduce, o trasluce, il chiaro, direzionando gli eventi della superficie in base alle sue correnti occulte. Ma non è detto che sia la sola. Anche io sto cercando di scoprirlo e di valutare quanto peso darle all’interno dell’ingranaggio.
Prima cosa, complimenti per la scrittura: pulita, efficace, esaustiva. E poi, gioia, per l’amore che esprimi nei confronti di ciò che ci accomuna e cioè la passione e il piacere di scrivere!
Grazie di cuore per le tue parole, Giuseppe, così generose e delicate. Hai colto il senso profondo della serie e dell’amore che provo per il mistero della nostra lingua. Le passioni comuni uniscono e arricchiscono; questa piattaforma ne è una prova lampante. Un saluto e buona scrittura.
““Il pavone nero” me lo avrebbe concesso, un titolo diverso no”
Un tema interessante, quello del titolo che condiziona tutta l’opera, come se fosse la sorgente stessa dell’ispirazione. A volte accade con il titolo, altre con un dettaglio della storia. O con il finale, che arriva prima del resto. Accade. Sei stato molto bravo a descriverlo.
Sì, è stata una chiave che mi ha intrigato. Tra l’altro “Il pavone nero” è il nome di una libreria, che ha chiuso da molti anni. Per cui possiamo dire che le ispirazioni si sono avvicendate anche nella mia esperienza, su più fronti e dimensioni. Mi piace molto l’idea della “sorgente stessa dell’ispirazione”. È qualcosa che a me accade in modo imprevedibile e da più angolazioni, spesso contrapposte. Ti ringrazio del tuo commento.
“La scrittura è la cosa più preziosa che ho e che nessuno potrà mai sottrarmi, ma in realtà non è nemmeno una cosa. È di più; è quella parte imprescindibile di anima, che non appartiene solo a me”
Già!
Grazie del tuo ascolto e della tua attenzione. Sono contento che ti ritrovi nella riflessione di Greta. A presto.