La scoperta

Leggeva tutta la notte, spesso fino all’alba. Stentava poi a prender sonno per l’affollarsi delle immagini e delle parole, che non gli davano pace quasi continuassero a scriversi da sé dentro di lui. Con gli occhi chiusi, riprendeva il filo dei fatti e delle vite appena abbandonate e si confondeva in queste finché si trasformavano in un sogno o scomparivano nel buio.

I romanzi a cui di dedicava erano ormai solo tre: “Gustave” di Madame Bovary, “Italo” di Zeno Cosini e “Alessandro”, scritto a quattro mani da Renzo Tramaglino e D. Rodrigo, pseudonimi di un autore che preferiva restare innominato.

Dominico Aguzzi li leggeva sempre nello stesso ordine e quando arrivava all’ultima pagina del terzo ricominciava dal primo senza interruzione.

Era stato così che, alla fine, aveva capito il trucco, e cioè che i veri scrittori di quei romanzi erano i personaggi che vi comparivano, mentre le vicende narrate riguardavano in realtà l’individuo il cui nome compariva sulla copertina in veste d’autore.

«Ma certo!» pensava. «È tutto il contrario di ciò che sembra. Ecco come stanno le cose!»

Questa scoperta, a cui era arrivato dopo molti anni, aveva d’un tratto cambiato la sua vita, liberandolo dai dubbi e dalle angosce che lo tormentavano fin da giovane.

Vedovo da sempre, Dominico Aguzzi aveva definitivamente scambiato la notte con il giorno.

Si alzava nel primo pomeriggio e trascorreva le ore di luce in brevi faccende domestiche, pasti frugali e qualche solitaria frequentazione della bottiglia: mai però fino al punto di recuperare quel contatto intimo e ambiguo con il mondo che solo agli ubriachi è dato.

Ciò gli permetteva, una volta arrivato il tramonto, di aprire il libro di turno con la lucidità necessaria a non ricadere nell’”inganno del lettore”, come egli lo chiamava, e di trovare nelle vicende del romanzo la verità nascosta dietro la favola.

Seduto in poltrona, sotto la luce arancione della lampada a stelo, vedeva lo sguardo di Italo contemplare indifeso la vita ridicola e terribile che Zeno costruiva per lui, oppure assisteva all’infinito supplizio di Gustave nelle mani spietate di Emma, della quale poteva sentire le risate ad ogni capoverso.

E gli sembrava giusto, infinitamente giusto, che chi aveva avuto la presunzione di inventare una vita per qualcuno che nemmeno conosceva ne rimanesse infine vittima: non era forse stato così anche per lui?

Da ragazzo, Dominico Aguzzi aveva frequentato una scuola di preti dove aveva imparato che esisteva un Dio con la maiuscola per il quale anche le cose più insignificanti avevano un senso. Questa diceria, dal cui fascino Dominico era rimasto abbagliato, si era a tal punto impadronita di lui da fargli decidere che l’unica cosa ragionevole fosse allearsi con questo Dio e diventarne un apostolo.

Era entrato in seminario all’età di sedici anni ma la notte prima di essere ordinato sacerdote se l’era data a gambe, convinto che non stesse a lui decidere della propria vita.

«Se davvero mi vuole verrà lui a cercarmi» si era detto, e l’aveva chiusa lì.

Venne invece una vita grigia, un lavoro in un’azienda assicurativa e un matrimonio durato meno di ventiquattr’ore perché Adelina, la sposa, era morta nel sonno la prima notte di nozze.

«Hai visto?» si era chiesto Dominico, senza sapere esattamente a chi rivolgesse quella domanda, né perché.

Aveva anche pensato di tornare in seminario, ma la paura del ridicolo e soprattutto la vergogna per quel tardivo ripensamento l’avevano trattenuto.

Gli erano rimasti i romanzi e l’amore per la lettura, unico lascito della sua precedente vocazione, e a quella si era dato quasi completamente, fatta eccezione per una recente e discreta simpatia per la bottiglia.

Al momento della scoperta aveva settant’anni e la sua vita, come sappiamo, era cambiata un’altra volta, sebbene in una direzione che nessun dio avrebbe mai potuto indicargli.

Così adesso può ridere, finalmente, e non solo delle cose insignificanti, ma anche di quelle serie e gravi come la peste, che fa somigliare Alessandro a un manichino insanguinato.

«Te la sei cercata» gli dice. «Chi te l’ha fatto fare di immaginare per gli altri un destino così infame?» e vorrebbe stringere la mano di Renzo e di quell’altro che non ha un nome.

«Questa mascherata è ridicola, Gustave!» grida. «È tua moglie che ora geme nel letto di Rodolphe!» e gode della tormentosa insonnia dell’autore preso in trappola mentre Emma, che non è mai morta, prepara il gran finale a base di arsenico.

Se potesse, li abbraccerebbe tutti quei personaggi che si sono sottratti al potere del loro dio prima che costui portasse a termine i suoi scellerati progetti e che glieli hanno rovesciati contro.

Certo, a volte si confonde, Dominico Aguzzi, soprattutto quando si domanda perché solo a lui sia toccato in sorte di rimanere chiuso a vita in quella storia che porta il suo nome e non quello del dio che l’ha inventata.

Allora perde la pazienza, scaraventa il romanzo sul pavimento e si alza in piedi di furia: «Ma insomma chi è l’autore? Di chi la colpa?» chiede alle pareti del soggiorno.

Poi fa una sosta dalla bottiglia e cerca di ricomporsi per non annullare il senso di quella scoperta che lo aiuta a vivere.

È in quei momenti che sente la voce di Italo filtrare dalle pagine del libro. Sussurra qualcosa, forse una risposta, ma a voce talmente bassa che è impossibile decifrarla.

«Dai, non fare così» lo prega «parla in modo che anche io possa capire» ma non succede niente.

Il fatto è che ride anche lui, Italo, lui che di romanzi se ne intende e che in dio non ci crede.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Sono stato colpito dalla condizione di isolamento radicale di Dominico. Beve quel tanto che basta a mantenere l’isolamento, ma si ferma prima di perdere il controllo. La sua non è sregolatezza, ma disciplina, in quanto la “verità” che insegue richiede una mente fredda e vigilante.
    Bellissima anche l’idea del complotto letterario. Brava!

  2. Sono abbastanza sicuro che anche il nostro Dominico Aguzzi sia qualche autore o teologo famoso a cui la storia/filosofia si è ritorta contro, ma le mie scarsissime conoscenze i materia non mi hanno permesso di capire chi.
    Adoro questo genere di racconti, una sorta di realismo magico in cui siamo catapultati in una realtà fantastica di cui non ci viene data spiegazione, ma assistiamo comunque alle vicissitudini di chi ci si trova incastrato dentro dando tutto per assodato senza bisogno di spiegazioni.

  3. Che chi scrive, ogni tanto, venga preso da un delirio di onnipotenza è verissimo; ma forse anche tu, come me, hai notato che a un certo punto di un racconto i personaggi acquistano una loro indipendenza. Ti rubano la penna e continuano loro la storia, oppure ti impietosiscono e chiedono un finale diverso. Ma è normale: fare del male a un personaggio è come farlo a noi stessi, visto che sono fatti della nostra essenza, così come Dio ha fatto con noi. Bello questo racconto dal sapore pirandelliano. Un abbraccio, Francesca.