La Sedia Rotta

Vi è, al centro di una stanza, una sedia. Affisso sullo schienale di suddetta seggiola di legno, vi è un cartello che recita la parola: “Rotta.”

Io sono in piedi, a qualche metro dalla sedia, nessun’altra mobilia è nella stanza. La osservo con estrema attenzione e mi domando: “Perché?”

Una domanda che richiede un certo sforzo. Mi inclino un po’ a destra e un po’ a sinistra e poi ritorno ritto. Questa sedia non rilascia indizi, nessuna crepa o rigonfiamento, nessun marciume, neanche l’ombra.

Un pensiero mi porta a domandarmi: “Sarebbe più coraggioso sedersi quando gli altri sono in piedi oppure alzarsi quando gli altri son seduti?” Ardito pensiero sul concetto della sedia, atta a permettere a qualcuno, in questo caso io, di sedersi.

Chi l’avrà rotta?

E se fosse stata costruita rotta? Incompleta..

Troppe domande per una semplice sedia, forse. Sta di fatto, che trovato il coraggio, decido di avvicinarmi e tento di sedermi. Lento come un bradipo, lentissimo come una lumaca. Mi appoggio e non ci crederete mai. Quella sedia regge il mio peso. Certo scricchiola ma non ferisco la sua struttura.

Ora.. cosa devo fare da seduto? Si, ora lo so. Devo pensare, in fondo l’immagine del pensatore è quella di un uomo seduto. Ma son ribelle anche oggi, non penso. Smetto di pensare e scopro la motivazione di quella sedia “rotta”. Il coraggioso scopre che non è realmente rotta e il pensante scopre che non ci sono risposte poiché non esistono domande. Il volenteroso accoglie il silenzio, e ne osserva le sfaccettature. Avete presente la famosa ricerca del Tutto? Il Tutto che è Nulla e che nessuno comprende. Si, insomma, quell’Uno che siamo ma non sappiamo di essere.

Mi alzo e ripartono i pensieri, nuovi pensieri: “Essere e non pensar di essere.” Diamine questa è una presa di consapevolezza.

La sedia resta lì mentre io esco dalla stanza. Servirà al prossimo avventuriero. 

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Discussioni

  1. Devo dire sorprendente, sia per scelta del soggetto che per l’elaborazione filosofica della “presa di consapevolezza”. Il finale ha prodotto nella mia mente un pensiero riflesso: “Vivere e non pensar di vivere”.

    Particolare, intelligente, non scevro a mio parere da una sottile, gradevole ironia. Oggi mi sento un po’ avventuriero: speriamo bene.

    Bella prova, un piccolo testo davvero interessante. Complimenti.

  2. Leggendolo mi è venuto alla mente, a proposito di sedie, quelle in disuso lasciate dentro i corridoi dei cimiteri che ai visitatori permettono di raggiungere le lapidi in alto per deporre i fiori. Non vuole essere un discorso macabro, tutt’altro. Un mezzo per elevarsi, l’Alto, il Basso, le cose Visibili e non Visibili e mi ha richiamato l’ordine di Ermete il tre volte grandissimo. Insomma, un brano che concentra in poche righe molto e anche di più.

  3. Ciao Marco, questo tuo breve racconto mi è piaciuto. Non ho mai letto nulla di simile, quindi è stato proprio una bella sorpresa. Sei appassionato di simboli e filosofia?
    Complimenti per la stesura!

  4. Non ricordo chi lo ha detto, forse Salinger, che la capacità di uno scrittore è anche quella di scorgere un senso, un universo, una storia che si colleghi con un’umanità pur mediante un semplice oggetto comune, come nel tuo caso la sedia. Credo che Salinger si riferisse sullo scrivere un libro a proposito di un guantone da baseball, con tutta l’esplosione emotiva e narrativa che ne suscita. Il tuo è un esercizio di stile che rinverdisce quello che ci hanno insegnato i maestri sul senso primigenio del narrare, anche io ti faccio i complimenti per la scelta del soggetto

  5. Ciao Marco, ho apprezzato il simbolismo, e ne ho ricavato una mia personale morale: superare il comune sentire, l’opinione imperante e scoprire che infrangendo le regole si possono aprire nuove possibilità.

  6. Davvero originale questo racconto. Una buona scrittura, fluida e con buona scelta dei vocaboli, è la base qulla quale hai scritto una vicenda quasi surreale, tutta imperniata attorno ad una semplice sedia. Bellissima l’introspezione del protagonista.
    Bel lavoro!