LA SEDIOLINA BLU
Come può una piccola e semplice sediolina blu per bambini custodire, allo stesso tempo, il ricordo di una persona che non c’è più e l’origine di una passione profonda come quella per il cinema? Non lo so con certezza, eppure, per me, è esattamente così.
Non parliamo di una sedia speciale, né di un oggetto raro o particolarmente pregiato. Si tratta di una comunissima sediolina di plastica, blu chiaro, alta forse trenta centimetri, senza braccioli, di quelle che si trovano nei reparti di giocattoli o nei cataloghi dei più noti marchi per l’infanzia. Eppure, nella sua semplicità, quella sediolina rappresenta un frammento fondamentale della mia infanzia. Un piccolo oggetto che ha finito per contenere molto più di quanto le sue modeste dimensioni potessero suggerire.
Da bambino ero estremamente timido, introverso, spesso impacciato nel fare amicizia. Una chiusura che spero col tempo di aver almeno in parte superato, ma che da piccolo mi faceva rifugiare nel mio mondo fatto di giochi, silenzi e immaginazione. Passavo ore a costruire storie con i miei giocattoli, immerso in mondi inventati, dove trovavo compagnia, avventure e conforto. Ma quando la fantasia si spegneva, quando la noia prendeva il sopravvento, allora iniziavo a seguire mia madre nei suoi piccoli rituali quotidiani: cucinare, stirare, stendere il bucato.
Ovunque andasse, io la seguivo trascinando dietro di me la mia inseparabile sediolina blu. Me la sistemavo vicino a lei e, semplicemente, la osservavo. La guardavo mentre tagliava le verdure, mentre piegava i panni ancora caldi di ferro, mentre sistemava la cucina o cantava a bassa voce una canzone che aveva sentito alla radio. E ogni tanto, da bravo ometto, le davo una mano – o almeno ci provavo – a spezzare i fagiolini o a tagliare i pomodorini per l’insalata. Quel tempo trascorso accanto a lei, in silenziosa compagnia, è oggi il ricordo più vivido e prezioso che ho di mia madre. Forse l’unico davvero nitido. Gli altri sono frammenti sbiaditi, ombre lontane, perché la memoria è una cosa strana, e la mia, purtroppo, non è mai stata delle migliori. E sono ormai passati più di vent’anni da quando lei non c’è più.
Ma che c’entra tutto questo con la mia passione per il cinema? Ci arrivo. Serve solo un po’ di pazienza.
Vedi, mentre seguivo mia madre per casa, portando con me la mia piccola sediolina, c’era sempre una costante: il suono della radio accesa. A lei la televisione non interessava granché; preferiva di gran lunga la radio, e appena metteva piede in casa la accendeva, quasi fosse un gesto naturale, un’abitudine necessaria. Spesso ascoltava musica jazz – un genere che ha finito per piacere anche a me, forse per associazione affettiva – ma il sabato pomeriggio era diverso. In quella fascia d’orario, ogni radio della casa sembrava trasmettere la stessa cosa: un programma dedicato al cinema, chiamato “Hollywood Party”. Solo molti anni dopo scoprii che il nome era un omaggio al celebre film con Peter Sellers, che allora non conoscevo né per titolo né per attore.
Quel programma aveva una particolarità affascinante: trasmetteva in anteprima i primi minuti di film in uscita. Solo l’audio. Una cosa che oggi, nell’epoca in cui ogni trailer, teaser o making-of è disponibile ovunque, potrebbe sembrare inutile o addirittura obsoleta. Ma allora, per me, era pura magia. Ascoltare una scena pensata per essere vista, lasciava spazio a un mondo interiore di immagini, emozioni e fantasie. Non c’erano schermi, né luci artificiali: solo la voce del narratore e i suoni del film. E in quel vuoto visivo, la mente correva libera, costruiva volti, ambientazioni, azioni. L’assenza di immagini rendeva l’esperienza intima, personale. Ti sembrava di possedere qualcosa prima degli altri, e soprattutto, a modo tuo.
Ricordo perfettamente una di quelle occasioni. Era il tardo pomeriggio di un dicembre freddo, la cucina era rischiarata dalla luce calda del lampadario, mentre fuori la finestra si stendeva un buio denso e silenzioso. Mia madre stava preparando la cena: il coltello ticchettava sul tagliere, l’acqua nella pentola cominciava a bollire. Io ero lì, seduto sulla mia solita sediolina blu, proprio davanti alla radio. E in quel preciso momento, iniziarono a trasmettere i primi minuti di Il pianeta del tesoro, il film d’animazione che attendevo con ansia. Era tratto da L’isola del tesoro, uno dei pochissimi libri che ero riuscito a leggere per intero all’epoca.
Le parole del narratore cominciarono a riempire la stanza. E come per magia, quella voce mi catapultò lontano, in galassie di immaginazione. Le immagini nella mia mente erano nitide, colorate, vibranti. La cucina si dissolveva attorno a me. Non c’erano più pentole o taglieri, ma astronavi, pianeti, mappe segrete e avventure straordinarie. Ero completamente rapito, in una specie di trance ipnotica, con il cuore che batteva più forte per l’emozione.
Quel momento è rimasto scolpito in me. Non solo per il film, non solo per la magia del cinema che stava sbocciando nel mio cuore, ma perché era un momento di perfetta armonia. Io, mia madre, la radio, la cucina, la sera d’inverno. E quella piccola, umile, indimenticabile sediolina blu.
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