La seduta spiritica



L’idea di fare una seduta spiritica l’ebbe Giorgio.

A me quelle cose facevano paura ma ero lì a P* in vacanza dagli zii e non potevo lasciarmi mettere sotto da quei quattro mocciosi, non io che venivo dalla città, inoltre ero grande e grosso e le gerarchie, per quell’estate, le avevo messe in chiaro fin da subito a suon di cazzotti.

Giorgio aveva appena finita la quinta elementare e non era una cima d’intelligenza, proprio per questo le sue sfide voleva vincerle mettendole sul piano del coraggio e, ovviamente, nessuno dei più piccoli ebbe il fegato di tirarsi indietro. E nemmeno io l’ebbi, anche se ero il meno piccolo di tutti.

L’appuntamento era per quella sera nel fienile dei genitori di Matteo. A quell’ora il sole non era ancora del tutto tramontato, il caldo tremendo e si sentivano i grilli e le cicale duettare impazziti. Salire la scala a pioli senza farsi vedere sarebbe stato abbastanza facile, con le donne in cortile a spettegolare sgranando pannocchie e spiaccicandosi addosso tafani e gli uomini giù all’osteria a bere pessimo vino, cantando e bestemmiando così forte che a volte si sentivano fino lì al cascinale.

Il profumo del fieno era così intenso da stordire i sensi mentre, tutti insieme, ce ne stavamo seduti in cerchio attorno ai resti di uno scatolone con posato sopra un bicchiere. Disegnate sul cartone vi erano le lettere dell’alfabeto.

“A che serve questa roba?”, chiese Paolo.

“Perché gli spiriti non parlano, ma possono spostare il bicchiere sulle lettere e formare parole”, disse Giorgio funereo.

In mezzo a noi scese un gelido velo di terrore.

“Allora conigli, chi chiamiamo?”

Nessuno ebbe il coraggio di aprire bocca. Io mi ero già pentito di essere lì, Paolo tremava come un budino e Nello era bianco come una federa. Solo Matteo, padrone di casa, ebbe la forza di sussurrare qualcosa:

“Chiamiamo mio nonno…”, balbettò.

“E sia!”, sancì Giorgio dandogli una forte pacca sulla schiena.

Tremanti e impauriti ci prendemmo per mano a formare la catena: giunti a quel punto rinunciare avrebbe significato un’intera estate di sberleffi con penitenze e umiliazioni.

“Nonno di Matteo! Se ci sei batti un colpo!”, gridò Giorgio.

Non accadde nulla. Provò a ripetere l’esortazione ma il risultato fu altrettanto deludente, anzi, come a prenderci in giro, un moscone della merda si posò sul bicchiere immobile.

Ci guardammo tra di noi e, lo ammetto, vidi sui volti dei miei amici il medesimo stato d’animo che albergava in me: un’espressione di sollievo, e di scampato pericolo. Forse quella stupidata estiva sarebbe finita lì.

Ma non avevamo fatto i conti con l’ostinazione di Giorgio.

“Nonno di Matteo! Se ci sei batti un colpo!”, sbraitò testardo a voce alta.

Fu a quel punto che dal fondo del fienile si sollevò un’ombra terrificante che venne minacciosa verso di noi: il nonno!

“Avete finito di rompere i coglioni?”, sibilò stizzito.

Aveva gli occhi infuocati, il respiro ansante e la patta dei pantaloni aperta. Più che uno spirito sembrava uno spiritato.

Giorgio prese Matteo per un orecchio e lo trascinò per mezza cascina prendendolo a calci e insultandolo.

“Cretino. Per fare una seduta spiritica il nonno deve essere morto!”.

Ma il nonno era vivo, vivissimo. Ne ebbi conferma quando, dietro di lui, vidi sollevarsi prorompente il busto nudo di Anna, la giovane e timida servetta di casa.

Tra i lunghi capelli spettinati aveva fili di fieno.



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Commenti

  1. Micol Fusca

    Azzeccato, ha strappato un sorriso e un ricordo di bambina. Il seminterrato, alcune amiche, il mio “batti due colpi” e mia nonna al piano di sopra che involontariamente sbatte la scopa contro un mobile. Terrore!!!