La sfida

Il sole si era affacciato da qualche minuto alla finestra sopra il letto, trovandolo, come sempre, già sveglio.

A una certa età le abitudini cambiano.

La capacità di dormire un sonno decente si affievolisce insieme con le altre.

Che ingiustizia svegliarsi tanto presto quando non si ha davanti che una giornata uguale alla precedente.

Oggi però non è così. È sabato. E la capacità di fare una bella presa non scema con l’avanzare dell’età: anzi si affina!

La colazione era durata il fugace lampo di un caffè. Era così da quando, tre anni prima, Faustina era passata a miglior vita lasciandolo vedovo a badare a sé stesso. Anche il risveglio era cambiato. Non più un sorriso comprensivo ad accoglierlo dentro un’altra giornata. Adesso era il ghigno ondeggiante della dentiera nel bicchiere sul comodino a dargli il via libera. La barba, invece, era stata un’operazione più laboriosa. Il rasoio da barbiere va maneggiato con estrema cura. Mica come quegli ordigni elettrici che fanno un gran baccano e sembra che non ti sei fatto la barba da un giorno. Meglio schiuma, pennello e rasoio vecchio stile della serie: “Et voilà. Ragazzo: spazzola”.

C’erano voluti venti minuti buoni, ma ora, davanti allo specchio, c’era un’altra persona: la pelle del viso era ragionevolmente liscia “come il culetto di un neonato” si era detto compiaciuto. L’effervescente pizzicorino del dopobarba lo faceva sentire bene, vivo. Almeno di sabato. Gli piaceva quella sensazione di rinascita. La sfida lo rinvigoriva, quel sentimento di competizione riaccendeva in lui parte del giovanile entusiasmo.

Osvaldo stava giocando bene. Non sbagliava una presa. Qualcosa dentro ribolliva ancora: l’ultima mano del sabato precedente. Aveva fatto male i conti, dannata memoria. Come aveva potuto consentire al rivale di acciuffare in una sola botta sei e asso di denari per di più con quel bell’imbusto di sette bello?

Denari, primiera e il bellimbusto: tre punti per il 21-19. “Gioco partita incontro” aveva sentenziato Osvaldo, con quel sorrisetto da vincente che negli ultimi mesi aveva imparato a odiare.

Non sarebbe finita così! Gliel’avrebbe ricacciato in gola quel sorrisetto!

Lo sguardo si posò sulla lavagnetta di plastica bianca bordata di rosso che si era fatto regalare per l’ultimo compleanno.

Quanto avrebbe preferito la tradizionale lavagna nera col gessetto bianco e il cancellino di pezza, che era tanto divertente tirarsi rincorrendosi tra i banchi durante la ricreazione. Col pennarello rosso aveva segnato il resoconto delle loro sfide: Osvaldo 265 – Alfredo 262: sotto di tre.

527 sabati. 527 partite al tavolino del solito caffè: più di dieci anni.

Senza mai saltare l’appuntamento, anche nei giorni di festa.

Erano già le tredici e alle quattordici e trenta doveva essere al piccolo bar teatro della loro sfida. Per essere precisi nel retro del bar, dove erano allestiti i tavolini per le partite a carte.

Il regolamento che avevano stabilito di comune accordo recitava che, se allo scoccare delle ore quindici all’orologio “ufficiale”, quello a forma di Gatto Isidoro, sopra il bancone del bar, uno dei contendenti non era presente, l’altro vinceva la partita e si aggiudicava il punto di quel sabato.

Una volta aveva fatto in tempo a varcare la soglia del caffè appena trenta secondi prima che la coda-lancetta di micio Isidoro avesse completato il suo ultimo giro verso la tacca delle quindici.

Era successo al battesimo di Marco, l’ultimo dei suoi nipoti. Il rinfresco si era protratto oltre il tempo che aveva preventivato. Che corsa in taxi. Il tassista lo guardava dallo specchietto come fosse stato pazzo: un anziano signore in doppio petto e scarpe lucide con gli occhi fuori dalle orbite a sbraitare stizzito, vaneggiando qualcosa su un regolamento infame, un gatto di nome Isidoro e un rivale sputacchioso in un sonnolento pomeriggio primaverile.

Figli ne aveva: due.

Sara si era stabilita in America in uno stato per lui impronunciabile: “Massacciussetz”, o qualcosa di simile, mentre Sandro, che gli aveva regalato tre nipoti, viveva a due isolati da lui e passava a trovarlo un paio di volte a settimana. Non poteva certo lamentarsi. Un po’ di solitudine lo punzecchiava di tanto in tanto, ma nulla di più.

Una pastina in brodo per oggi può andar bene. Meglio stare leggeri: si tiene la mente più sveglia!

Era in piedi, davanti allo specchio, sistemandosi il bavero della giacca grigia. Il tempo di pettinarsi e sarebbe sceso in strada. Aveva la chioma quasi del tutto bianca. Qualche raro capello protestava, ostentando orgogliosamente l’antico colore corvino.

A passi lenti si diresse verso il bar. Passi da vecchio, si sarebbero definiti.

La realtà era diversa. Avrebbe potuto agevolmente accelerare, ma perché arrivare tanto presto? Erano le quattordici e venticinque e di tempo ne aveva.

Il sole primaverile era ancora alto e, quando Alfredo entrò nel bar, si sentiva un po’ sudaticcio. Salutò con un cenno della mano Gianni intento ad asciugare le tazzine, dietro il bancone. Il ragazzone ricambiò il saluto e sembrò sorpreso di vederlo.

Gianni accennò ad apparecchiargli un caffè. “Offro io… ti farà bene…”.

Alfredo declinò: “Grazie, vado subito nel retro”. Il retrobottega era vuoto. Di solito il sabato pomeriggio a quell’ora c’erano solo lui e il suo “odiato” rivale. Gli altri tavolini si sarebbero animati non prima delle sedici. Si sedette al consueto tavolo in un angolo e sistemò la zeppa di legno, che portava sempre da casa, sotto una zampa per consentire una certa stabilità. Mentre la coda di gatto Isidoro toccava le quattordici e cinquantacinque, Alfredo si dilettava a mescolare il mazzo di carte. Non era preoccupato per il ritardo di Osvaldo. Sapeva. Aveva il dovere di essere presente: il regolamento lo imponeva, ma sapeva.

Gatto Isidoro sorrideva nel centro del quadrante che segnava le quindici e cinque.

Mentre al bancone un ignaro avventore chiedeva che gli fosse macchiato il caffè, nel retro del bar un anziano signore, in elegante giacca grigia, stava riponendo un mazzo di carte nel suo astuccio.

Erano passate le quindici: aveva vinto il punto di quel sabato. Sapeva che avrebbe vinto anche i punti dei sabati seguenti. Del resto il regolamento non faceva menzione di un possibile ritiro, neanche per forza maggiore, né c’erano clausole particolari da adottare in caso di decesso di uno dei contendenti.

Le lacrime che aveva trattenuto due giorni prima al funerale di Osvaldo, si condensarono in una unica, densa e salata. Alfredo non si accorse del suo scivolare sul volto assecondando le linee intrecciate delle rughe, come la biglia di vetro seguiva il percorso tracciato sulla sabbia nei tiepidi pomeriggi estivi della sua infanzia.

Indugiò qualche secondo nel ricordo dell’amico, poi ebbe uno scatto scacciando con uno schiaffo la lacrima che era arrivata vicino al mento, come un insetto fastidioso: e, forse, proprio quello aveva pensato che fosse.

Si alzò, fece scivolare il mazzo di carte in una tasca e uscì. Gianni stava preparando la schiuma di latte e rischiò di ustionarsi per rispondere al saluto di Alfredo che infilò l’uscio senza indugiare oltre. Aveva qualcosa da fare.

Mezzora dopo era in poltrona, nella sua bella giacca da camera bordò. Avrebbe buttato un occhio alla tv: un quiz, un po’ di sport, qualche stupido Talk Show e anche quella giornata sarebbe arrivata al capolinea. Forse una telefonata di Gianni o magari una visita con i nipotini chissà!

Prima di accendere il televisore gettò un’ultima occhiata soddisfatta alla lavagna:

Osvaldo 265 – Alfredo 263: sotto di due. Altri tre sabati e sarebbe passato in testa.

E dopo?

Un’ombra percorse il suo volto.

Sapeva che allora, solo allora si sarebbe reso conto che il suo amico non c’era più.

Che tutto era cambiato: per sempre. Che sensazione di profondo abbandono e solitudine.

Però ci avrebbe pensato sul momento. Ora non voleva. Non poteva. Aveva altro a cui pensare: appena tre sabati e sarebbe passato in testa.

Doveva tenere duro e avrebbe vinto lui quella partita.

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