
La Simorgh di Khan Younis
Serie: Simorgh
- Episodio 1: SIMORGH/Azadeh
- Episodio 2: Rayhan, basilico
- Episodio 3: Carla
- Episodio 4: Io mi chiamo Leyla
- Episodio 5: Invasione
- Episodio 6: La Simorgh di Khan Younis
STAGIONE 1
Non sappiamo quando avvenne, sappiamo solo chi fu il colpevole.
Un tempo si piangevano i bambini ebrei che morivano passando per un camino, i bambini palestinesi muoiono sepolti dalle macerie che schiacciano i loro ossicini.
Un tempo tutto il mondo si è sentito colpevole, per quei bambini torturati e uccisi dalle aquile brune.
Un tempo le potenze mondiali si federarono e accorsero, bianchi e rossi, cristiani e musulmani, per salvare i bambini ebrei.
Uno storico ha detto: «La memoria di Auschwitz dovrebbe essere mobilitata per impedire nuovi genocidi, non per giustificarli».
Ma un presidente ha sentenziato che la striscia di Gaza sarebbe l’ideale per una spiaggia di lusso.
Qualcuno sta partendo per portare cibo; qualcuno sta partendo per le vacanze di Settembre che sono sempre le migliori.
Qualcuno, ieri, ha visto volare la Simorgh, il Grande Uccello.
Racconta un poeta che un giorno trenta uccelli si sentirono soli, abbandonati, senza patria e in pericolo.
Qualcuno consigliò loro di cercare la Simorgh e mettersi sotto la sua protezione.
Partirono, i trenta uccelli, e volarono fino a che le ali li sostennero: alcuni di loro cedettero per la troppa stanchezza, altri furono colpiti da pallottole vaganti.
Nessuno ricorda quanti fossero quando arrivarono alla Grande Montagna dove dicono che viva la Simorgh.
Si guardarono intorno, scrutarono in ogni angolo, chiamarono e chiamarono ma la Simorgh non si fece vedere.
Allora si posarono a terra e piansero. In quel momento passò di là un povero vecchietto che chiese loro il motivo di tanto pianto.
«Siamo venuti fino a qui per chiedere alla Simorgh di aiutarci ma non l’abbiamo trovata.»
Il vecchietto si mise a ridere allegramente;,gli uccelli lo guardarono quasi indignati.
Non appena riuscì a fermare le risate, il vecchietto parlò.
«Uccelletti belli, ditemi un pochino: cosa significa in persiano si morgh?»
«Trenta uccelli», risposero in coro gli studenti di Azadeh…Eh,eh,eh…L’avevate già capito, vero, che erano loro gli uccelli?
«E voi quanti siete?« Boutrous cominciò a contare, ma non sapeva bene come regolarsi.
«Devo contare anche la maestra Azadeh e i nostri compagni che sono…che sono…»
«Se siete una classe, devi contare tutti.» Intanto gli altri stavano ad ascoltare, con le bocche aperte e il fiato sospeso.
«Ma allora siamo trenta!» Come al solito, Leyla non era riuscita a stare zitta.
La bomba che colpì la scuola non seppellì nessuno sotto le macerie.
Giusto due secondi prima si erano visti trenta uccelli alzarsi in volo, variopinti e bellissimi.
Serie: Simorgh
- Episodio 1: SIMORGH/Azadeh
- Episodio 2: Rayhan, basilico
- Episodio 3: Carla
- Episodio 4: Io mi chiamo Leyla
- Episodio 5: Invasione
- Episodio 6: La Simorgh di Khan Younis
È un racconto suggestivo. Credo che evidenzi una delle più note bizzarrie storiche che caratterizzano il contrasto israelopalestinese: quando, nel secondo conflitto mondiale, il leader dei Palestinesi (il mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini) combatteva insieme ai nazisti. Per questo, condividendo il commento di Cristiana, penso che sia azzeccato centrare il fulcro sui bambini, i veri innocenti in una vicenda che nei troppi anni, e capovolgimenti di ruolo che hanno contraddistinto gli eventi, sono sempre rimasti le vittime. Ciao Francesca e grazie per la lettura
Grazie per la lettura, Paolo.
Forse ieri ho involontariamente saltato questa puntata. Questa antica fiaba si fonde col presente: inizia come una voce fuori campo e poi si traduce nella voce di Azadeh che racconta (almeno, così mi sembra). Sono volati via i bambini, in un modo o nell’altro.
Esatto, Francesca, e la Simorgh è comunque eterna. Grazie.
Leggendoti adesso, dalla prima all’ultima riga ho vissuto, come in una specie di realtà sognante o di sogno fin troppo reale, gli avvenimenti dell’ultimo periodo e quelli praticamente contemporanei.
Ho riflettuto, durante la lettura, chiedendomi se non fosse forse scontato usare il punto di vista dei bambini per raccontare una guerra, o meglio, un attacco infame (non parlerei di guerra visto che non esiste una controparte). Ho riletto un paio di volte e anche di più alcuni passaggi e, soprattutto in questo ultimo capitolo ho trovato la chiave di lettura che sono i bambini stessi e quindi da essi non è possibile prescindere.
Mi commuove il raffronto fra i bimbi ebrei e quelli palestinesi, la diversa necessità di portare loro salvezza. Forse l’aggettivo andrebbe spazzato via e forse solamente di bambini si dovrebbe parlare. E forse ancora, quella chiave comincerebbe finalmente a girare nel verso giusto, quello che apre le porte, anziché chiuderle.
Il personaggio della maestra è fortunatamente disequilibrato, in quanto ‘pende’ verso l’infanzia, più che l’età adulta. Una bambina in mezzo ai bambini, un folletto lei stessa che si copre la bocca quando ride (adoro questo gesto compiuto da una donna, che ne risalta gli occhi e li fa brillare; le donne più belle che ho visto compiere questo gesto sono le cholitas boliviane e ti ringrazio per questo ricordo che mi hai fatto rivivere).
Ecco, a proposito di occhi, quelli dei tuoi personaggi brillano davvero e risaltano il grigiore delle macerie.
Credo che una storia come questa ci volesse fra le tante altrettanto belle presenti qui sulla piattaforma che raccontano storie così calate nella realtà da cucircela addosso così che non possiamo mai chiudere gli occhi e smettere di guardare.
Grazie Francesca.
Esatto, Cristiana, hai perfettamente centrato il punto: la scrittura e l’arte in genere possono anche far sognare, ma non solo. La maestra è persiana, anche loro hanno questa abitudine che anch’io amo. Grazie per la lettura.