La spia di Roma
Epoca augustea, anno 0, Ctesifonte, capitale dell’Impero dei Parti
Marzio ormai ci aveva fatto l’abitudine ma si ricordava ancora di quando, lui, fedele sostenitore del mos maiorum di Catone, aveva studiato l’ellenismo per infiltrarsi a Ctesifonte. Arrivato nella capitale dell’impero nemico della sua Repubblica, aveva visto sì l’ellenismo, ma declinato con i fasti decadenti dell’India. Sin da quel momento si era domandato come avessero fatto i Macedoni ad arrivare sulle rive dell’Indo.
Adesso no, doveva rimettersi al lavoro.
Si fingeva un mercante numida che aveva viaggiato a lungo per arrivare a Ctesifonte, si era ben introdotto nella corte di re Fraate IV e carpiva segreti che poi trasmetteva a Roma attraverso un complicato sistema di messaggeri e informatori; il sistema: una catena, in cui lui conosceva un solo individuo, questi conosceva lui e il seguente e così via. Marzio aveva stimato che fossero all’incirca una ventina di personaggi, tutti più o meno speculatores come lui, che non si potevano conoscere tutti. Anzi, del suo uomo non sapeva neppure il nome, solo parte del viso, il quale lo celava dietro un turbante.
Meglio così.
Marzio si intratteneva a corte, chiacchierava con concubine ed eunuchi, ogni tanto qualche ufficiale che favoleggiava di Carre e, in queste occasioni, Marzio tratteneva la rabbia. Carre era una sconfitta ancora bruciante per i Romani, e i Parti citavano l’episodio storico con orgoglio.
Più saggio tacere, memore della copertura.
Lui, speculator al servizio del principe Augusto, si augurava di non venir mai scoperto. Le torture che gli avrebbero inflitto i Parti, offesi dall’affronto, sarebbero state tremende.
Così, quel giorno, come tutti gli altri, stava entrando a palazzo che si vide venire verso di lui alcune guardie reali:
«Lacumace» lo chiamò il comandante del drappello.
Era il suo nome fasullo.
Marzio finse di non guardarlo con sufficienza. Lui, a Roma, era qualificato a comandare una centuria di legionari. «Cosa succede?». Batté le palpebre in un gesto di finta inconsapevolezza. In realtà, il cuore gli stava battendo a mille.
«Sei in arresto. Sappiamo per chi lavori».
È successo. Marzio si disse pure che, presto o tardi, sarebbe accaduto. «Capisco» continuò a fingersi calmo.
Le guardie lo circondarono e all’improvviso lui si tuffò contro la lancia di una di loro:
Il suicidio è un gesto molto virile, nella mia cultura. E non sono un insulso eunuco, furono le ultime cose che pensò.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Roma, le spie, i Parti e Marzio che sceglie come morire piuttosto che farsi prendere. Quel tuffo sulla lancia è un gesto che ti resta in testa, secco e romano fino al midollo. Bello.
Ho davvero apprezzato. Mi piacciono i racconti storici. Forse il finale è un po’ troppo veloce.
Storia al passo con i tempi. Sia i nostri che quelli di Catone. Bella idea, Kenjj.
Affascinante e complesso Marzio, lo speculator romano…
Bello il finale a sopresa.