La Spiaggia

Serie: D-DAY


Appena quel portellone di acciaio venne buttato giù come ponte di sbarco una pioggia di proiettili ci arrivò addosso. I primi dieci vennero crivellati di colpi crollando giù, le urla di dolore, le urla di ordini, il caos. Qualcuno mi spingeva per andare avanti, incespicai nel cadavere di un mio compagno, notai che alcuni scendevano lateralmente e decisi di seguire l’esempio. Dopo essermi issato su mi gettai nell’acqua gelida, alzai il fucile per non bagnarlo, dovetti farmi forza per camminare in avanti, le onde mi arrivavano alla cintola, i proiettili nemici fischiavano attorno a me. Appena messo piede sulla terra ferma Un medico cadde a terra dinanzi a me, zigzagai cercando disperatamente un riparo, dovetti gettarmi a terra, mezzo secondo dopo la terra esplose per un mortaio generando un profondo cratere.

Mi rialzai alla svelta trovando rifugio dietro un carro armato distrutto, avevo il fiatone, strinsi il fucile come se fosse la mia unica salvezza. Tutto intorno giacevano decine e decine di cadaveri, pezzi di carne, braccia e gambe. Una carneficina.

Sbirciai oltre il bordo dei cingoli, i bunker si ergevano minacciosi facendo scempio di chiunque osasse avvicinarsi. Il fuoco delle mitragliatrici, luci nel nero delle feritoie, la sabbia si alzava scossa e smossa da ogni genere di colpo. Sparai qualche colpo nel tentativo di fermare il nemico, troppo lontano, trattenni il respiro uscendo allo scoperto, mi coricai dietro i pali di acciaio incrociati, utilizzati dai tedeschi per bloccare lo sbarco quando l’acqua si alzava. Ora offrivano un piccolo riparo a noi americani.

Strinsi i denti, la terra non smetteva di tremare, i miei compagni d’armi morivano come mosche, tranciati dalle raffiche di piombo, alcuni gridavano aiuto, con il sangue che colava a fiumi dalle ferite. Un poveraccio camminava trascinandosi dietro la sua arma con il braccio staccato incastrato fra il caricatore, il viso era catatonico, sotto shock, aveva perso la testa. Chiusi gli occhi quando egli crollò giù nella sabbia.

Tutto questo è una follia.

Qualcosa mi ferì di striscio sulla spalla, guardai avanti verso il punto di ritrovo vicino alle palizzate, lì si stavano ammassando i gruppi superstiti per organizzare l’offensiva.

Un altro cratere si formò alle mie spalle, dovevo decidermi a fare qualcosa, risposi al fuoco dal mio riparo, il mio cuore si bloccò vedendo che una delle postazioni aveva smesso di sparare, di slancio mi misi a correre a più non posso, mancavano più o meno settanta metri. I proiettili fischiavano attorno a me, la polvere e i detriti si sollevavano dandomi fastidio agli occhi, altri caddero giù senza pronunciare alcun suono.

Qualcosa esplose davanti a me, venni sbalzato via rovinando a terra, le orecchie fischiavano, udivo suoni ovattati, tutto ciò che vedevo pareva al rallentatore.

Cinque giovani soldati crollarono nella sabbia riempiti di buchi, tutti contemporaneamente, e allo stesso tempo un esplosione lontana scaraventava via altri malcapitati. Un medico che cercava di fermare l’emorragia ad un ferito che implorava aiuto o magari qualcuno che ponesse fine alle sue sofferenze. Un altro piangeva disteso, le mani premute a tenersi la pancia lacerata. Abbassai gli occhi incontrando lo sguardo spento di un sergente, un foro nella fronte, mi venne un conato. Strinsi i denti, i suoni stavano tornando, mi tolsi il sudore dagli occhi, raccolsi il fucile continuando l’avanzata, incespicando in una miriade di cadaveri o persone morenti.

Finalmente raggiunsi le palizzate, mi sdraiai prono sbirciando dal cumulo di sabbia, il capitano stava dando ordini alla mia destra.

-Dobbiamo aprire un varco immediatamente! Piazzate qui le cariche! Allungate il più possibile dentro questo maledetto cumulo di sabbia! Coprite chi sta piazzando!- gridò per sovrastare i suoni.

Ci misero un paio di minuti interminabili a piazzare l’esplosivo, ci allontanammo il più possibile, il soldato accanto a me morì perché aveva sollevato troppo la testa.

-Accesa! Al riparo! Al riparo!- urlò qualcuno. Abbassai la testa tenendomi l’elmetto.

La carica esplose alzando la sabbia a dieci metri da terra, pezzi di legno e ferro caddero tutt’attorno.

-Capitano! Un tank nemico si sta avvicinando!-

-Merda! Trovate un fottuto artigliere e portatelo qui! Presto!- sbraitò egli.

Se non avessimo distrutto quel carro armato ci avrebbe bloccato il passaggio appena aperto, il suo cannone sparò distruggendo un mezzo da sbarco troppo vicino alla spiaggia.

Imprecai alzandomi per tornare sui miei passi in cerca di un artigliere o almeno di un bazooka.

-Aiutami!!!- supplicò qualcuno. Non osai fermarmi, non potevo maledizione!

Incappai dopo qualche metro con l’artigliere del quinto plotone, lo riconobbi perché avevamo mangiato alla stessa tavola due sere fa, si chiamava Jones mi pare. Mi chinai appoggiando una mano sulla sua spalla. -C’è un tank tedesco che ci sbarra il passaggio! Muoviti! Dobbiamo farlo saltare!- gli gridai. L’altro annuì.

Insieme scattammo verso il varco, gettai via il mio fucile ormai scarico, al volo raccolsi un mitra Thompson fornendo al mio amico un fuoco di copertura contro le postazioni del bunker alla nostra sinistra. Il carro armato era davanti a noi, quando una salva di proiettili ci investì. Dalla mia gamba si propagò un dolore indicibile, poggiai una mano al suolo urlando. Volsi lo sguardo a Jones, lui era stato meno fortunato, dalla gola fuoriusciva un fiume di sangue, mi avvicinai trascinando la gamba, egli gorgogliò qualcosa prima di accasciarsi.

Chiusi gli occhi, mi sembrava di avere tutto il tempo del mondo, una fitta sotto il petto mi fece capire che non ce n’era di tempo. Non più.

Udivo le urla del capitano alle mie spalle, i soldati, le armi, i proiettili che colpivano la sabbia, il vento. Non mi ero accorto del vento. Un altro dolore lancinante alla spalla, eppure io non emettei nessun suono. Afferrai il bazooka, mi girai portandomelo sulla spalla con uno sforzo immane, strinsi i denti come se volessi spaccarli.

Mirai al carro armato premendo il grilletto. Il razzo quasi mi spinse indietro, resistetti perché non volevo perdermi lo spettacolo, non ancora.

Centrato il sotto scocca l’esplosione si propagò assieme alle fiamme dentro e fuori il tank, esso saltò in aria con una nube di fumo nera e una miriade di scintille e detriti.

I miei compagni esultarono estasiati, cominciò la corsa verso le radici dei bunker e poi ci sarebbe stata la salita, su dalle trincee e poi la testa di ponte sarebbe stata raggiunta, e la Normandia conquistata.

Le forze mi mancarono, respiravo a fatica, lasciai cadere l’arma, non resistevo più, non ce la faccio. La vista mi si offuscò, non posso fare niente per fermare tutto questo. Caddi, come tutti, perché sono solo un uomo, come diceva il prete della parrocchia nel paesino dove vivevo: cenere alla cenere, polvere alla polvere.

Mi trovai quasi a ridere mentre le lacrime scendevano rigandomi le guance sporche, ho paura, ma so che anche questa paura si sarebbe trasformata in polvere da disperdersi con il soffio del vento.

-Erica…- chiamai, quasi in un sussurro.

Il mondo si capovolse, dovevo essere caduto, gli occhi mi si chiusero e ci fu solo…tenebre, e pace…

Serie: D-DAY


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