La sponda dell’Ade

Serie: Guerra Euro-Cinese


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La guerra contro la Cina proseg

I gommoni filavano lungo la superficie del Kolyma. I timonieri, due in tutto per il plotone Psi, dovevano stare attenti più ai banchi di ghiaccio che agli scogli.

Che razza d’estate.

Pico intravide in lontananza il porticciolo militare di Balygychan in cui formicolavano i soldati russi. Pochi quelli cinesi. Mancavano del tutto gli iraniani, ma loro ancora combattevano nel Caucaso – ed erano in difficoltà. Pico adoperò il binocolo per vedere meglio, non gli parve che avessero armi pesanti. «Quanto al contatto?» alzò la voce. La sponda dell’Ade era molto vicina.

«Quindici secondi» ribatté il timoniere.

Pico non disse nulla.

Quindici secondi dopo, i due gommoni attraccarono al molo, sulla pavimentazione c’erano già alcuni russi crivellati di colpi, altri stavano fuggendo verso i baraccamenti. Pico li inseguì con una raffica dell’AR100, poi saltò sopra il molo. Riunì lo Psi e corse all’inseguimento dei russi.

Dopo che tutti loro furono scesi a terra, per l’esattezza vicino al pontile, i russi sfoderarono degli Ogarov, più cannoncini che mitragliatrici.

Sadici, non volevano uccidere gli italiani, ma ridurli a brandelli.

Pico uccise un mitragliere, poi si gettò a terra, come un serpente puntò verso l’Ogarov più vicino; non solo perché strisciava, ma pure perché si sentiva malvagio. «Granatieri, a voi» ordinò via radio.

I granatieri obbedirono e lanciarono le bombe.

Gli ordigni rotolarono fra gli Ogarov e, nel momento esatto in cui gli artiglieri le attivarono per un’orchestra di potente fuoco degli dei dell’est, tutto esplose tra frammenti di metallo e altri di carne.

Pico aveva fatto attenzione a tutti i suoi viaggi dal Caucaso alla Siberia, tutti luoghi dell’ex periferia sovietica. Era stato un po’ sballottato di qua e di là, ma aveva in mente una sola cosa: obbedire. Anzi, no, anche altro: dopo una missione ne aveva un’altra e un’altra ancora come se fosse un videogame, una’ascesa di livello in livello.

Superò la cortina di fiamme e crateri là dove i resti degli Ogarov e degli uomini bruciavano e uccise ancora un paio di russi, allora sfondò lo schieramento e arrivò nel deposito munizioni. «È qui che dobbiamo agire». Negli ultimi tempi la squadra granatieri erano diventati il reparto principale del plotone, minarono il deposito e Pico assisté alla scena facendo attenzione che fossero tutti professionali.

Dalle alture poco distanti stavano arrivando altri russi, e con loro c’erano pure dei cinesi, i quali stavano aprendo già il fuoco.

Pico li accolse con una raffica, poi scappò. I granatieri fecero esplodere il deposito munizioni come se fosse un’eruzione vulcanica e l’intero plotone saltò a bordo dei gommoni per scappare dall’altra parte.

Il porticciolo adesso era in fiamme, i rinforzi nemici rimasero disorientati, i timonieri dovevano fare attenzione ai banchi di ghiaccio.

Tutto andava bene.

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