
La Stanza
Sono in piedi, sono in una stanza, una bella stanza, la mia stanza. All’interno vi sono arredi e particolari che ne valorizzano l’ estetica: le mie scarpette da ballo, la mia borsa da viaggio, il mio profumo preferito. All’improvviso vengo afferrata per i capelli, tirata indietro violentemente, fatta cadere, sbattuta per terra, gettata in un baratro senza fine ed è il buio. E’ un buio buono però, lui mi avvolge completamente, ed io galleggio in quel liquido nero ovattato, estraniata da tutto ciò che mi circonda. E’ rassicurante essere in quel buio, non c’è paura, terrore, sofferenza, brutalità. Lui copre ogni mia sensazione preservandomi dal lurido, dall’osceno, dallo sporco.
Lì in quella specie di limbo il tempo non esiste, e mentre lo sento scivolare via da me, non vorrei ma a fatica ritorno cosciente.
Lui non c’è più, è andato via, non è mai esistito mi dico fra me e me.
Sento freddo.
Questa la prima sensazione che provo. Cerco di muovermi, ma non ci riesco. Allora provo a muovere almeno la testa, neanche quella si muove, perché sono inchiodata al pavimento, sento questa orribile sensazione, perché è come se fossi paralizzata, e mi ritrovo così a fissare il soffitto. Mi rendo conto infatti che i miei occhi sono sbarrati, non posso più chiuderli perché le palpebre, si sono incollate al resto della faccia.
Ho sempre più freddo.
Tremori forti percorrono il mio corpo, ora sento il suo odore nelle mie narici, allora lacrime, scorrono ai lati del mio viso come aratri di ghiaccio, forse è per quello penso, che ho tanto freddo.
Provo nuovamente a muovermi, ma i chiodi della sofferenza non me lo permettono, sono troppo penetrati nella mia carne.
Così a forza di fissare il soffitto, nella mia immobilità, lo vedo sempre più vicino a me.
Ho fatto anche altre prove, mi rendo conto che non riesco ad emettere suoni. Tento invano di aprire la bocca, vorrei gridare e alla fine a forza la spalanco tanto , fino a deformare la mia faccia come in una maschera grottesca, ma niente, non esce niente.
Ho tanto freddo. Mi sento il gelo dentro le vene.
Non so, passano minuti, forse ore. Il soffitto ed il pavimento ormai sono diventati una cosa sola, ed io ora non sono più ne l’uno, ne l’altro, è come se mi fossi annullata. Forse, sto impazzendo.
Rimango così in quello stato per un tempo ormai senza tempo, vorrei essere morta, alla fine penso, e forse lo sono.
Invece lentamente, il sangue torna a scorrere nelle vene, lo sento pulsare nelle tempie. Gli occhi ritornano occhi, la bocca ritorna bocca, il corpo rigido e stremato ritorna corpo. Così appena mi è possibile, a fatica mi metto seduta. Mi osservo. Sono seminuda, vestiti strappati come la mia anima, coprono appena ciò che resta di me. Le mie cosce bianche, ora livide, restano segnate dalla vergogna e dall’umiliazione. Allora ancora tremante, raccolgo le mie gambe piegandole e, accogliendole fra le mie braccia le stringo forte come a proteggerle.
Mi sento così sola. Penso. Privata di tutto, della mia dignità, della mia persona, del mio essere Donna.
Passano ancora secondi, minuti, e nel silenzio del silenzio della mia mente, arriva forte un pensiero, più forte del mio. Penso a tutte le Donne che come me, hanno subito violenza. Stesso cliché che si ripete per tutte, stesse immagini, stesse terribili sensazioni, stessa desolazione. Allora abbasso lo sguardo, calde lacrime ora si sciolgono sul mio viso, singhiozzi scuotono e svuotano il mio corpo. Così con quel pensiero di condivisione, lentamente mi calmo, e resto immobile.
Tutto è immobile.
Dopo un certo tempo però, inizio a guardarmi attorno, ora sono scomparsi tutti gli arredi, tutta la bellezza, tutti i particolari della mia bella stanza, non esiste più niente.
Solo è rimasta laggiù in fondo la porta chiusa. La fisso per alcuni minuti, poi chino il capo sulle mie ginocchia, e mi rannicchio su me stessa. Il peso della colpa, pesa su di me. So che è quella che mi daranno fuori, i commenti, le occhiate malevole, il ghigno soddisfatto di chi mi dirà ” Te l’avevamo detto, Te la sei cercata”.
Eppure mi piaceva così tanto indossare quella gonna corta, mi faceva sentire libera di correre con le mie gambe nude in mezzo a campi di grano maturo, che con le sue spighe le sfioravano appena, e di gioire di ciò come bimba giocosa. Libera di sentire la carezza del tiepido calore del sole primaverile, su di esse. Libera di danzare leggiadra con le mie lunghe gambe, con ghirlande di fiori fra i capelli, nel mese di luglio.
E Noi Tutte, Donne di Tutto il Mondo accanto a Te, con una Voce sola, Gridiamo insieme a Te. ” Libere di essere Donne senza per questo vergognarcene. Libere di esprimere e mostrare la nostra femminilità. Libere dall’ignoranza e dai tabù.”
Allora sollevo il capo, come rinata, da queste parole universali. Barcollando mi rimetto in piedi, il peso di questa colpa, che io non sento di provare, so che sarà uguale alla violenza che ho subito. Però ora non sono più sola. Cammino verso la porta con passo sempre più sicuro. Non ho più paura di uscire.
Apro la porta.
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Un racconto intenso, a tratti struggente, forte e delicato. Una descrizione che appare autentica, sentita, vera e coinvolgente. Un messaggio finale di speranza, con la porta della stanza che si puo` aprire, per uscire dal buio e ritrovare luce, gioia e liberta`.
Brava Lily.
Grazie Lily per essere riuscita a mettere parole sull’offesa più grande che si possa immaginare.
E… certamente, la colpa non è mai di chi subisce, sempre di chi la fa, ancora ed ancora. Basta.
Grazie a te Nyam per il tuo prezioso commento.
Questo racconto è emozionante, da far leggere e rileggere nelle scuole, uffici e prigioni.
Ti ringrazio per il tuo commento che trovo molto sentito da parte tua, visto che lo faresti leggere in luoghi così importanti. Sono contenta di aver suscitato così in te questo sentimento. La tua sensibilità dovrebbe essere condivisa da tutti. Grazie ancora.
Leggendo questo tuo scritto, mi sono sentita anche io umiliata e allo stesso tempo commossa. È incredibile la bravura e capacità che hai dimostrato nel trattare questo delicatissimo argomento con tanta abilità nella scelta delle parole e tanto coraggio. Io ci ho provato in una maniera che ho voluto fosse più leggera. Mi piacerebbe che tu leggessi il mio “Come ali di farfalla” e mi facessi sapere cosa ne pensi. Ti ringrazio ancora per averci regalato le tue parole.
Grazie a te, per le tue belle parole che hai espresso per questo mio racconto.
Leggerò molto volentieri il tuo racconto “Come ali di farfalla”, anche perché tratta lo stesso mio argomento.
Giusto aprire la porta.
Molto bello!
Ti ringrazio molto del tuo commento.