La Storia di Carla

Serie: At Last


Piantato in asso a mezzanotte dall'amico, Trova subito un passaggio da una sconosciuta di nome Carla. Dopo un incontro iniziale imbarazzante in un locale sui Navigli, l'atmosfera tra i due si scalda e diventa intima.

«Incontrai Marco in un hangar, durante l’autunno del 1984. L’agenzia ci aveva inviati a documentare la carestia nel Nord dell’Etiopia. Io ero arrivata con le mie macchine fotografiche e la tensione del primo lavoro importante. Avevo ventiquattro anni.»

La sua voce è calma, diversa da prima, lo sguardo serio con un velo di tristezza. Le parole, le scorrono fluide, senza pause. Seduto di fronte, con la postura di chi vuole sembrare presente, mi ritrovo sempre più attratto dalle sue labbra e dalla sua voce e non mi rimane che ascoltare. La seguo e intanto penso che, se toccasse a me, il mio racconto finirebbe nello spazio di un sorso.

«Lui era seduto su una cassa di medicinali, alle prese con una radio che non voleva funzionare. Ci siamo presentati in fretta e abbiamo iniziato a lavorare.»

«Attraversammo villaggi vuoti e campi profughi dove la polvere ti entrava negli occhi e rendeva tutto ancora più irreale. Io cercavo di fissare almeno un frammento di quello che avevo davanti, lui parlava con la gente e scriveva per dare un senso a quell’orrore.»

Mentre racconta guarda il bicchiere che tiene tra le mani giunte, come se recitasse una preghiera laica. La sua voce resta semplice, quasi disarmante, e quello che descrive è troppo lontano da tutto ciò che conosco. Io finirei per parlare della musica, del fatto che suono da sempre senza aver mai studiato davvero. Sono autodidatta, e per giunta pigro da morire: se una cosa non mi riesce la salto, la evito. Pensandoci su, capisco che è poca cosa.

«Di notte, nelle tende o sul retro dei furgoni, dividevamo il silenzio e la paura, cercando un po’ di calore in mezzo a quel gelo emotivo. Non il massimo del corteggiamento. È successo. Era inevitabile.»

Non commento. Non saprei cosa dire senza sembrare inopportuno. Per assurdo mi sale un briciolo di gelosia: forse avrei voluto esserci io lì con lei, seduti sulla sabbia del deserto accanto a un fuoco acceso, io che le suono qualcosa, una scena da film romantico con il suo viso al centro dell’inquadratura. Se è bella ora, chissà vent’anni fa.

«A un certo punto eravamo diventati quasi un unico organismo. Abbiamo condiviso pasti razionati, sete, rabbia e quelle lacrime che cercavamo a stento di trattenere.»

Quando sono tornati in Europa, in aeroporto si sono guardati allo specchio e si sono riconosciuti a fatica: sembravano invecchiati di dieci anni. Erano passati solo sei mesi. Quello che avevano visto e documentato li aveva segnati nel corpo e nello spirito, fino a spingerli verso una convivenza che a lei sembrò lo sbocco naturale della loro storia.

Poi, con un gesto di rassegnazione, racconta l’inevitabile rivoluzione mediatica portata dalle nuove tecnologie. Tutto era cambiato, digitalizzato. Per chi aveva vissuto il mondo in analogico, una piccola tragedia. A un certo punto ha dovuto lasciare la fotografia e il reportage e accettare un lavoro in ufficio come grafica pubblicitaria. Lo dice senza amarezza, come fosse qualcosa di inevitabile.

Marco invece ha continuato, come se non potesse fare altro, troppo immerso nel suo mondo, a raccontare gli ultimi e a dargli voce senza risparmiarsi, combattendo i suoi mulini a vento. Ha scelto di restare al fronte.

«In pratica siamo diventati come parenti lontani che si ritrovano per le feste.»

Lo dice con un mezzo sorriso, come se quella frase fosse il punto finale di un capitolo doloroso. Tra loro si è aperta una distanza che non sono più riusciti a ricucire del tutto.

Io resto lì, basito, cercando di non far vedere quanto mi abbia toccato tutto questo. Ma in realtà sto pensando a entrambi: a lei, che ha avuto il coraggio di cambiare, di rinnovarsi e accettare la vita per quello che concede, una decisione comunque sofferta; e a lui, alla dipendenza che quella stessa sofferenza ti porta, a quanto l’ingiustizia dei “giusti” continui a mietere vittime sul fronte e tu non riesci a smettere di combattere, con carta e penna, perché resti almeno una traccia dell’orrore di questa umanità.

Con lo sguardo perso di chi non sa cosa fare la fisso. Lei ha appena finito di raccontare il mondo: lo ha visto, fotografato, vissuto sulla pelle; io nemmeno l’ho sfiorato.

«Ma che faccia hai?» mi dice. «Va che non è mica così tragico.» Sorride e scuote appena la testa. «Certo che sei strano forte. Non hai detto una parola.» «Dai su, un po’ di vita. Avrai qualcosa da dire, da raccontare, o no?»

Come risvegliato da una suoneria assassina all’alba ritorno in me. Mentre lei parlava io stavo costruendo il film della sua vita, non ero distratto, immaginavo cose. Ora tocca a me, penso, e lì mi blocco. Non perché non voglia parlare, ma perché quello che ho da offrire mi sembra minuscolo accanto alla sua vita. Lei mi ha messo in mano la sua storia — e che storia.

E va bene, ci proverò lo stesso, con quello che ho. Non le nasconderò la mia. E vediamo che succede.

Continua...

Serie: At Last


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